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n. 50 febbraio 2015
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V(u)OTI IN PAGELLA
La valutazione come "specialità"
di Pellegrino Marco - Organizzazione Scolastica
Febbraio è il mese in cui si fanno i primi conti, nel senso matematico del termine, ma soprattutto in quello pedagogico, poiché il momento della valutazione è anche l'occasione per confrontarsi, riflettere e pianificare il nuovo lavoro, tenendo sempre presente che gli alunni vanno considerati nella loro interezza e nella loro speciale individualità.

Il documento ufficiale consegnato ai genitori, e in alcuni casi anche direttamente agli alunni, rappresenta l'atto finale, il prodotto di un percorso vario, dinamico, fluttuante, concentrato in una cifra che assume un valore solo se ad essa si attribuisce un senso. Molti insegnanti a questo punto si staranno chiedendo: ma tutto ciò ha davvero un senso?
Il senso che spesso si avverte è quello di vuoto, di inadeguatezza e di incapacità nel convertire un "mondo" in un numero e nel collocare su una scala di dieci gradini, a volte anche meno, individui diversi l'uno dall'altro, con storie, livelli e percorsi tutti differenti.

La parola "vuoto" la ritroviamo associata anche alla parola memoria: dopo tutte le verifiche, le prove intermedie o di fine periodo, le svariate esercitazioni, le interrogazioni "lampo", le osservazioni operate durante le lezioni, come si fa ad avere chiaro un quadro di risultati che sono frutto di un lavoro continuo di valutazione del discente, in tutti i suoi aspetti, in ciò che è riuscito a dimostrare con i fatti e con le parole e a volte anche con i silenzi e con le pause? Di solito gli esiti delle ultime performances incidono maggiormente sui voti riportati nel documento formale, quasi fossero soggetti ad un effetto recency, ma la difficoltà sta proprio nel non farsi accecare dai risultati recenti, soprattutto se si parla di alunni iscritti al primo ciclo di studi, perché, in questo periodo scolastico, i processi sono più importanti dei prodotti e le prestazioni dovrebbero lasciare maggiore spazio ai vissuti.

Ma la parola valutazione ha davvero un significato? Oppure è una pratica "vuota", inutile? Ecco che ritorna in auge la parola-chiave. Chi opera nella scuola spesso è coinvolto in discussioni pedagogiche o pseudo tali che hanno al centro il tema della valutazione e anche le Istituzioni e gli istituti scolastici si impegnano, con incontri di formazione, con gruppi di lavoro e altre iniziative per dirimere i dubbi e sciogliere le contraddizioni.
Rimane il fatto che agli insegnanti è richiesto di valutare e allora bisogna farlo al meglio e nel rispetto dei destinatari principali, ossia gli alunni.

Con i BES, il discorso sembra essersi complicato, in effetti è cambiato ben poco, le quantità sono rimaste le stesse, ma gli aspetti formali, tanto demonizzati, sono in realtà sostanziali, perché hanno contribuito a spostare lo sguardo: ora bisogna mettere nero su bianco, condividere, applicare i criteri e i parametri con costanza e coerenza e avere come focus L'ALUNNO.
I percorsi alternativi, differenziati, personalizzati, individualizzati, e chi più ne ha più ne metta, stanno a sottolineare la necessità di mirare lo sguardo all'individuo e al suo personale cammino scolastico, evitando paragoni e confronti con i compagni di classe, con quelli della classe parallela, con i fratelli e le sorelle transitati nei cicli precedenti, con gli alunni di altre scuole, di altri quartieri, di altri Paesi, di altri mondi. L'alunno è di per sé un mondo.

Ci si arrovella di frequente sui voti da assegnare: "Dieci è troppo, perché indica la perfezione che non esiste"; in realtà l'esclusione di questo numero dalla scala è puramente arbitraria perché indica semplicemente un livello massimo relativo e non certifica una superiorità intellettiva assoluta e aliena (che tra l'altro potrebbe anche esistere nella realtà);
"Meno di cinque non si assegna, perché un'insufficienza grave lederebbe fortemente l'autostima dell'alunno"; probabilmente nella scuola primaria il discorso può anche avere una giustificazione psico-pedagogica, ma in effetti anche i numeri al di sotto del "livello soglia" fanno parte della famigerata scala e ognuno riveste il suo giusto valore, se solo si riuscisse a pensarla come strumento di informazione, riflessione e di apprendimento e non come arma punitiva o al contrario oggetto di esaltazione.

Se si potessero passare in rassegna tutte le formule utilizzate per valutare un alunno durante l'anno scolastico, che siano esse espresse con numeri, parole o simboli, ci si accorgerebbe di quanta creatività circoli sui quaderni, sui fogli protocollo, sulle pagelle, pagellini e documenti vari, tanto che ne potrebbe venir fuori un vero e proprio genere testuale, sulla falsa riga delle popolari "note sul registro" e "sul diario". E se proprio si volesse coniare una nomenclatura, si potrebbe parlare di varie tipologie di voto:

Il voto ultraterreno o ideale, che esiste nella realtà ma è segno della presenza di facoltà non appartenenti al genere umano, ossia il 10 (chissà con la lode cosa starà a significare!);

Il voto "bifronte", dalle due facce, perché in alcuni gradi di istruzione è totalmente bandito, in quanto potrebbe abbassare irrimediabilmente l'autostima dell'alunno, mentre in altri gradi viene utilizzato come punitivo (pensiamo all'alunno che passa dalla scuola primaria a quella secondaria di primo grado, e nel giro di tre mesi ha modo di constatare la natura ambigua di questo bizzarro 2).

Il voto conosciuto come politico, che trova la sua manifestazione nel 6 e che spesso della sufficienza ha più che altro l'aria.

Il voto consolatorio invece è quello che serve a ripagare l'alunno di quanto la vita non gli sta riconoscendo e non sempre è utile a soddisfare il suo reale bisogno, semmai dovesse averne uno.

Il voto diplomatico invece mette d'accordo tutti, chi lo dà e chi lo riceve; meglio se si attribuisce in tutte le discipline.

Il voto boomerang è quello che l'insegnante si ritrova ad assegnare a se stesso, pur avendolo assegnato all'alunno, quindi più è basso e più diventa pericoloso.

Tanti altri ancora se ne potrebbero nominare ma, tralasciando questa lista che vuole essere ironica e provocatoria, l'importante è riconoscere nell'atto valutativo la quadruplice funzione:
- INFORMATIVA,
- RIFLESSIVA,
- PROGRAMMATICA,
- APPRENDITIVA.

Un voto deve innanzitutto in-formare, ossia mettere a conoscenza l'altro di quanto si è prodotto e anche di come lo si è fatto: in questa pratica risiede già il valore formativo, oltre a quello meramente informativo e il contenuto compie un passaggio da un soggetto all'altro, da fuori a dentro.
L'informazione trasmessa, affinché non rimanga fine a se stessa e avulsa dal contesto di vita, deve spingere alla ri-flessione e, attraverso un passaggio interno, cioè da dentro a dentro, consentire a chi la riceve di trasformarla in un contenuto da elaborare e interiorizzare.
A questo punto l'informazione può divenire oggetto di pro-gramma e favorire la scrittura di una nuova storia, di un nuovo percorso.
Tutto ciò sarà il motore per continuare a-pprendere dalle esperienze le informazioni giuste e a ricominciare daccapo, ma sempre in modo diverso e speciale.

La qualità principale che contraddistingue una buona esperienza di valutazione è la coerenza, ed è doveroso applicarla in tutti gli aspetti e in tutti i momenti del processo valutativo: nelle formule scritte, nelle strutture delle attività, che poi diventano prove, nelle scelte metodologiche, nei tempi, nelle strategie di comunicazione e in tanti altri.

Solo in questo modo si può sperare di colmare quel v(U)oto che coglie comunque chi è sempre pronto a cambiare.

Marco Pellegrino - insegnante di sostegno - I.C. "Viale Adriatico, 140", Roma
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Sono presenti 2 commenti Visualizza tutti i commenti
inserito giovedì 12/02/2015 ore 20:27 da francesca
Bravo marco c'è ne vorrebbe qualcuno in più di docente come te....grazie
inserito mercoledì 11/02/2015 ore 23:21 da elena
bellissimo articolo da me condiviso in ogni parte
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