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n.34 giugno 2013
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"Di eredi non vedo traccia"
I percorsi umani della migrazione
di Sansone Biagio - Dalla redazione
Un libro di Daniele Comberiati ci fa entrare nelle storie esistenziali, nelle realizzazioni, nei fallimenti e nei rimpianti di chi deve subire, attraverso la migrazione, profondi cambiamenti antropologici.
La recensione è del prof. Biagio Sansone, stimato prof. di lettere del Lucio Lombardo Radice, che ringraziamo.




"Di eredi non vedo traccia"

Ciò che soprattutto colpisce, in questo lavoro di Comberiati, è l'estremo equilibrio tra obiettiva cronaca ed affettuosa contemplazione delle storie narrate e dei personaggi che in esse compaiono. L'autore non indulge ad alcuna facile retorica, svolgendo il filo di una narrazione asciutta e disincantata ma non per questo fredda o distaccata.
L'emigrazione è, nelle storie rappresentate da Comberiati, sradicamento totale, quasi una forma di forzato apolidismo che soltanto a tratti, e spesso in modo esagerato e grottesco, rievoca fatti, tradizioni e personaggi della patria quasi dimenticata e per ciò stesso idealizzata.
Come nel caso di Fabrizio, il ristoratore di Bruxelles, che identifica la propria italianità nelle foto di compatrioti noti e non appese nel suo locale, o in quello di Felice che, tornato in Italia, rimpiange un'Argentina che nella memoria assume contorni favolosi: d'altronde, come con triste ma lucida riflessione osserva la Mena, chi torna non è più quello che è partito. Come nel caso di Marcello, che attraversa tre grandi tragedie dell'emigrazione riportandone, al ritorno in patria, non il riconoscimento che meriterebbe bensì una fama di jettatore che lo trasforma in un contemporaneo Chiarchiaro, privo però della dimensione epica di quello pirandelliano.
Come nel caso di Davide, che ricerca invano in una Ostia sonnolenta e malinconica la "sua" Tripoli, Davide affetto da quel mal d'Africa da cui i profughi libici non riescono a liberarsi; come, infine, nel caso del defunto protagonista dell'ultima storia, morto con un solo desiderio, che le sue ceneri siano sparse sul suolo di quella Libia che, lui italiano, aveva sempre considerato la sua vera patria.

Queste e non solo queste le storie narrate da Comberiati, narrate con uno stile, come si è detto, asciutto ed incisivo, a tratti illuminato da ispirazioni quasi verghiane, come l'eclissi del narratore nella storia di Marcello, esposta con magistrale regressione linguistica dal Muto, regressione che si ripresenta nella narrazione, fatta dal figlio, della storia di Marcello. Insomma, con quest'ultimo lavoro, Daniele Comberiati si conferma ottimo conoscitore delle problematiche connesse all'emigrazione, narratore capace di affascinare e, last but not least, osservatore sensibile delle infinite sfaccettature dell'italianità. Sua e degli altri.

Prof. Biagio Sansone, Docente di lettere moderne - Roma


Daniele Comberiati lavora come Chargé de recherches Frs-Fnrs presso l'Université Libre de Bruxelles.
Ha pubblicato la raccolta di interviste La quarta sponda. Scrittrici in viaggio dall'Africa coloniale all'Italia di oggi (Caravan, 2009), i saggi Scrivere nella lingua dell'altro. La letteratura degli immigrati in Italia (1989-2007)(Peter Lang, 2010) e Tra prosa e poesia. Modernità di Sandro Penna (Edilet, 2010).
Insieme a Etienne Dobenesque ha tradotto in francese la silloge di Penna Peccato di gola. Poesie al fermoposta (De la gourmandise. Poèmes poste restante, Paris, Ypsilon, 2009); nel 2010 ha curato per Nerosubianco la raccolta di racconti postcoloniali Roma d'Abissinia. Asmara, Mogadiscio, Addis Abeba: cronache dai resti dell'impero.
Recentemente è uscito per Fanco Cesati Editore <<AFFRICA>>, Il mito coloniale attraverso i libri di viaggio di esploratori e missionari dall'Unità alla sconfitta di Adua (1861-1869).
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