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n.70 febbraio 2017
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Articolo '"Facciamo che...?"'  >>>
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"Facciamo che...?"
Relazioni (c)ostruttive in contesti multietnici
di Miduri Maria Chiara - Intercultura
"Basta con i dovere, potere, volere. Facciamo che..?" così ho esordito durante una riunione di coordinamento volontari nel nuovo progetto di doposcuola che sto attuando nel contesto in cui opero a Torino. Sono infatti convinta che "a forza di sacrificare l'essenziale per l'urgenza, si finisce per dimenticare l'urgenza dell'essenziale", come suggerisce Edgar Morin in una delle sue riflessioni sull'uomo sociale. Se questo vale in generale, esso è ancora più vero quando si lavora e opera in contesti multietnici ed interlinguistici, in cui il dominio dell'emergenza impera su ogni azione del quotidiano. Mi chiedo spesso "dov'è l'essenziale?" e mi so solo rispondere che l'essenziale è lasciare che sia. Ogni volta che si pianifica, la vita destabilizza. Ecco allora l'importanza di lasciarsi vivere, lasciarsi essere vicendevolmente, lasciare che lo spazio di prossimità su cui si poggiano gli stessi piedi, sia esso un cortile, un corridoio, una piazza o una classe, crei piano piano quel campo magnetico che induce alla pro-socialità, all'incontro e alla comunicazione attiva per reciproca attrazione. Ma non quando lo vogliamo noi o lo decide un calendario: quando si è pronti.

Lasciare/lasciarsi implica il concetto di abbandono che però non ha sempre un'accezione negativa, anzi; prendo in prestito l'interpretazione che ne dà il filosofo francese Alexandre Jollien (affetto da paralisi celebrale ed emblema della diversità più "Altra", come la definisce lui), il quale ha saputo rendere la disabilità il nodo cruciale della sua riflessione filosofica, nel suo Petit traité de l'abandon. Dopo aver disquisito autobiograficamente su cosa significhi scegliere di vivere senza imporre il controllo su tutto, Jollien giunge a una delle più belle e preziose definizioni di libertà (interiore) mai intuite: "La libertà interiore è quando lo sguardo dell'Altro non ti determina più". Questa frase, per deformazione professionale e per lavoro quotidiano, è un mantra che pervade la mia mente ogni giorno. Alexandre, che invidia il corpo non spastico di un normodotato osservato sul metrò parigino, non ha nulla di diverso dalla piccola Joelle che, sputandosi sulla manina ebano e strofinando il ditino, chiede alla mamma: "Ma io quand'è che divento bianca?". La diversità è uno specchio che riflette un'idea. Non è un volto, ma la definizione di volto. Non è un corpo, ma la definizione di un corpo. È quell'Alter che rappresenta Ego.

Se non (ci) permettiamo definizioni, allora nasce la possibilità del vedere oltre l'Altro. Se non si definisce, non c'è bisogno di scegliere e quindi escludere.
L'emergenza pone dei filtri occlusivi alla bellezza dell'incontro naturale tra uomini, tra esseri umani. Di recente mi è capitato di osservare come il colloquio con l'educatore di una bambina appena arrivata a Torino, in stato di emergenza sociale, avesse le fattezze del libretto di istruzioni di un oggetto anziché la narrazione di un soggetto, un monologo da procedura: "Bisogna fare questo...", "Bisogna stare attenti a quest'altro...", "Bisogna andarci piano", "Bisogna, bisogna, bisogna", "Si deve, si deve, si deve".
Chi? Dov'è il bisogno? Qual è il bisogno? Di chi è il bisogno? Il non poterlo esprimere in una lingua condivisa implica che qualcuno lo esprima per te, e ciò accade attraverso il più classico dei paradossi sociolinguistici dovuti alla propria visione del mondo e alle proprie priorità (etiche, morali), figlie della costruzione della propria persona.

In realtà "non bisogna" nulla perché occorre tutto. Ad esempio, prima di 'sapere' qualcosa sull'Altro occorre "vedere" l'Altro. Quante volte capita in occasione di colloqui di parlare del soggetto coinvolto, e che è presente, come se non ci fosse? Con i bambini e i ragazzi stranieri capita quasi sempre. Si crede che l'assenza di mezzo linguistico condiviso tuteli dalla comprensione della situazione. Se questo è vero da un punto di vista semantico e morfosintattico, la consapevolezza che il linguaggio sia fatto anche di altre dimensioni dovrebbe far desistere dal consumare questa pratica. La persona è presente e va coinvolta nel discorso perché è lei, prima di tutto, che può aiutare a comprenderlo.

Il normale incontro tra esseri umani che non si conoscono acquisisce spesso il carattere del percorso di accoglienza normato a tutto tondo, in un'alternativa forma di rito di passaggio all'inverso: all'aggregazione coatta (nel momento dell'arrivo e dell' inserimento) fa seguito la separazione (spesso per motivi di apprendimento linguistico o per il trattamento segregativo legato al timore di non saper essere, non saper fare) che pone il soggetto in stato di bisogno in un persistente limbo. Dovrebbe essere il contrario, da norma antropologica ma anche da sentire comune e, credo cosa ancora più importante, da esperienza quotidiana. Di una cosa c'è più bisogno: lasciare che sia. E per lasciare che sia occorre agire nel qui e ora per rendere possibile la naturalezza dell'incontro e dell'esperienza condivisa. Come?

Liliana Bono, nel suo ultimo contributo alla rivista, ci fa l'esempio del gioco: "Sono una persona: la sintesi delle competenze. Sono un bambino e lo so fare. Lo so essere. So giocare a questo gioco". Questo mi consente di legare la mia riflessione a un aspetto cruciale sull'Homo Ludens. Ognuna delle frasi che costituiscono l'esempio citato è un atto linguistico, un enunciato performativo che i bambini (ma anche gli adulti!) utilizzano nel quotidiano, settando un ordine sociale entro il quale agire e comportarsi di conseguenza. Ma nel sentire controllato e dominato dai requisiti anziché dalle risorse, il gioco come strumento viene talvolta guardato con sospetto anche nel contesto dell'educazione informale (ad esempio nei doposcuola).
A questo proposito è utile ricordare che non tutte le lingue e le culture del mondo possiedono la distinzione semantica e lessicale tra "lavoro" e "gioco" e questo ci serve a ricordare come, nuovamente, sia un costrutto etnocentrico ritenere che le due cose siano in contrapposizione e antitetiche. Così come da bambini bastava dire "Facciamo che io sono il cowboy e tu l'indiano" (un esempio che riporta anche John Searle nella sua teoria degli atti linguistico-pragmatici), e questo apriva il diorama dei Canyon e tutto il suo sistema di simboli e rappresentazioni ovunque ci si trovasse, rendendo possibile la costruzione di una realtà ludica che cambiava lo scenario attuale, dovremmo utilizzare lo stesso approccio fattuale nel realizzare l'incontro con l'Altro, senza interporre più filtri di quanti non ne esistano già in maniera naturale.
Perché?
Perché il gioco, in ogni sua forma (dall'umorismo al gioco controllato), ha una valenza di sopravvivenza biologica, inoltre allenta la tensione relazionale. Per rendere reale qualcosa bisogna "farla" e allora "Facciamo che...". Non scivoliamo nell'impersonale "bisogna", ma attribuiamo una persona all'azione: noi facciamo insieme, inter-umanamente, inter-personalmente, inter-soggettivamente e inter-culturalmente. Già, perché nella scala semantica l'intercultura arriva all'apice della linea di continuum. Per questo non dovremmo preoccuparcene a priori precludendoci di vivere serenamente e naturalmente l'intero percorso.

Quando si lavora in contesti emergenziali non è raro che l'ordine mentale delle priorità sociali "istituzionali" scavalchi ciò che si può fare nel qui e ora, proiettando invece sull'Altro più le paure di operatori ed educatori rispetto al non essere adatti all'incontro. In fondo cosa serve?
Una prima risposta ce l'ha suggerita nuovamente Liliana Bono nel suo contributo:
"[...] ascolta in qualsiasi lingua ti vada di farlo. Ascolta quello che senti, ascolta il tuo ritmo e la tua domanda insieme ai tuoi bisogni". Sebbene gli interlocutori ideali dell'articolo di Bono siano i suoi alunni, nell'esperienza di vita interculturale ogni membro della comunità è sia docente che discente, sia apprendista che stregone. L'intercultura è un'iniziazione incrociata che si compie attraverso atti quotidiani di vicendevole apprendimento e ritualizzazione comunitaria. Il vivere interculturale ha bisogno di lunghi momenti di ascolto per consentire una comunicazione; spesso i silenzi sono i momenti antropopoietici più importanti rispetto al rumore del mondo che ci circonda. Il silenzio è lo spazio in cui si crea. Così come un tema è già contenuto nel foglio bianco che gli darà forma, la parola è contenuta nel silenzio. È una questione di intenzionalità.

Le paure e le insicurezze dei rapporti interculturali sono vittime dei nostri bisogni, più che di quelli altrui: bisogno di controllo, bisogno di conoscenza, bisogno di perfezione, bisogno di soluzione, bisogno di immediatezza, bisogno di categorizzare, bisogno di definire. Perché è così che la nostra cultura ci ha insegnato a leggere e interpretare il mondo: con il libretto di istruzioni, con il manuale. Siamo la cultura del libro, dice Ong in "Oralità e scrittura", siamo coloro che apprendono se c'è un corso che insegna. Siamo quelli che la scuola della vita un po' se la sono dimenticata, perché non ha un modulo di iscrizione da compilare, ma vi siamo continuamente immersi. E allora impariamo di nuovo ad ascoltare, come suggerisce Bono, in qualsiasi lingua ci vada di farlo.

La lingua in cui mi si è presentata la domanda centrale, che ha dato ispirazione per il mio contributo e a cui consegue il bisogno di indagine e riflessione, è il kiNande (Congo), con l'espressione: "Omundu, niki?" ossia "un essere umano che cos'è?". Questa domanda viene posta ai giovani baNande allorché si apprestano a sottoporsi al rito di passaggio che li porterà ad essere Uomini riconosciuti nella loro comunità. La domanda viene posta forte, con vigore, all'intero gruppo da parte dell'incaricato che officia il rituale e che prevede un viaggio solitario nella foresta. Il viaggio iniziatico è aperto da questa domanda a cui non si richiede una risposta formale, come la intenderemmo noi. È un viaggio di riflessione, di messa alla prova, di scoperta, di avversità, di cambiamento in cui si sviluppano nuovi bisogni da soddisfare, da saper individuare e di cui avere cura. Si parte fanciulli (biologicamente e sociologicamente) e si torna uomini.

Molti dei nostri bambini, dei nostri ragazzi il viaggio iniziatico l'hanno già affrontato e non metaforicamente. Non sono baNande, ma sono approdati dopo aver attraversato una foresta di orizzonti di vita che non hanno scelto. Non commettiamo l'imprudenza di rimandarli nella foresta pretendendo cambiamenti iniziatici: accompagniamoli lungo il sentiero condiviso della quotidianità interumana.
Un essere umano che cos'è? Quali obiettivi deve raggiungere? Quali requisiti deve soddisfare per definirsi tale? Quali competenze deve avere? A misura d'uomo. Ma un Uomo che cos'è? Ogni cultura ha la sua definizione, ogni cultura ha i suoi rituali per deciderlo. Forse ci verrà in mente la poesia "Se" di Ruyard Kipling a tale proposito o ancora la celebre massima di Protagora. Nelle culture "altre" la risposta non è mai del singolo, ma è sempre un atto di comunità, uno sforzo collettivo.
E come si comunica la risposta che si è ottenuta, posto che il vero percorso è mosso solo dalla domanda principale? Se una lingua comune non c'è, la lingua in cui si può ascoltare e comunicare è quella primordiale e più ritmica che esista: quella del cuore. L'udito è infatti il primo senso che si sviluppa nel feto. Non è fuorviante ricordarcene ogni volta che anteponiamo la perfezione di un requisito definito (linguistico e comunicativo o di competenza sociale) all'evoluzione di una risorsa in via di definizione. Non parliamo la stessa lingua ma possiamo sintonizzarci e sincronizzarci come esseri umani che condividono un linguaggio ritmico primordiale. E se questo non basta a convincerci, i tamburi parlanti dell'Africa Occidentale costituiscono un bell'esempio di come la modulazione timbrica e ritmica di un suono emesso dalla membrana percossa del tamburo arrivi a simulare la voce umana. Quando le esperienze sono all'unisono e c'è un'intenzione comunicativa pratica non c'è distanza che non si possa colmare per far arrivare il messaggio, come con un talking drum.


Maria Chiara Miduri - Antropologa linguista e cognitiva, Centro di Ricerca Applicata MOSAICO, ANGI
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