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n.39 gennaio 2014
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"L'attimo fuggente" ha distrutto generazioni di insegnanti
Il ruolo educativo comporta valorizzare le diversità
di Minnucci Marco - Orizzonte scuola
Etimologicamente il termine "Educare" deriva dal verbo latino Educĕre, cioè "trarre fuori", "tirar fuori", composto di ē-("da","fuori da")e dūcĕre ("condurre").
Tirar fuori che cosa? Le naturali inclinazioni, le attitudini, il talento, le capacità.
Diversamente, il termine "Insegnare" deriva, sempre dal latino, da in- signare, cioè propriamente "segnare", "tracciare dei segni", "imprimere".
Da queste due etimologie si evincono due aspetti: il primo, che l'educazione è diversa dall'insegnamento, il secondo, che l'educazione deve necessariamente venire prima dell'insegnamento, infatti, è impossibile "insegnare", cioè piantare i semi, se prima non si educa, ovvero non si conosce bene qual è il "terreno" dal quale si possono ottenere più risorse.
A chi spetta il compito di educare? Alla scuola? Ai genitori? A entrambi? Dal momento che su questi temi c'è oggi molta confusione mi sia concesso, come diritto di opinione, di ragionare sulla tematica.

A mio parere, eccetto rarissimi casi, la scuola non educa; la scuola insegna.
www.liceoceccano.com
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Facendo riferimento agli anni delle scuole superiori, età in cui prende una forma più nitida ciò che si può "trarre fuori" da un ragazzo, emerge con chiarezza come la scuola, senza alcun biasimo, dia per scontato che se un ragazzo è iscritto ad un determinato indirizzo, ci sia stata una preventiva valutazione del ragazzo (da solo o insieme ai genitori) sul fatto che quella scuola sia il terreno più fertile dove possano attecchire i semi dell'insegnamento.
A questo punto è necessario che io citi una lettera inviata da una scuola superiore, un modello standard, ad un ragazzo bocciato.
La lettera dice:
"Comunico che il consiglio della classe x, riunitosi in data y, per procedere alla valutazione finale sul livello GLOBALE di maturazione raggiunto dall'alunno z in oggetto al termine del corrente anno scolastico ha deliberato la non ammissione alla classe successiva tenendo conto: -1-dei ritmi personali di apprendimento -2-della partecipazione alle attività scolastiche -3-degli obiettivi educativi non adeguatamente raggiunti"

Cerchiamo di analizzare punto per punto:
1. Ritmi personali di apprendimento
Qui dobbiamo prendere l'insegnante, portarla da qualche parte da sola e chiederle: "il ragazzo è intellettualmente normodotato o ha qualche deficit cognitivo?". Questo è il significato di: "ritmi personali di apprendimento". Nel caso in cui il ragazzo abbia qualche deficit cognitivo, allora una soluzione sarà, ad esempio, l'insegnante di sostegno; nel caso invece che sia cognitivamente normodotato, allora non è possibile addurre come motivazione i ritmi personali di apprendimento. Nel caso in questione è stata rivolta la domanda all'insegnante e questa ha risposto: "Ma no... il ragazzo è intelligente, solo che non si impegna, non si porta i libri, non si porta il diario...".
Ebbene, la motivazione dei ritmi personali di apprendimento non ha senso.

2. Partecipazione alle attività scolastiche.
Questo significa che il ragazzo se ne è fregato dell'attività scolastica. Questo secondo punto è proprio quello inerente all'insegnamento; l'insegnante ha insegnato che Sparta è rivale di Atene e il ragazzo se ne è fregato tanto che, quando l'ha chiesto all'interrogazione, il ragazzo non l'ha saputo.
Se la lettera si limitasse al secondo punto, lasciando scorrere l'idiozia del primo e, come vedremo, del terzo punto, ci sarebbe nulla da eccepire.
Tuttavia, come detto, c'è anche un terzo punto.

3. Obiettivi educativi non adeguatamente raggiunti
Con questa dicitura, breve ma fatale, la scuola afferma di avere degli obiettivi Educativi.

Questo significa che se la professoressa, mentre spiegava la rivalità tra Sparta e Atene, si fosse accorta che il ragazzo passava tutto il tempo a fare dei bei disegni sul banco, questa avrebbe dovuto chiamare i genitori e dire loro: "A suo figlio non gliene importa niente di Sparta e Atene, però ho notato che fa dei bei disegni sul banco, perché non provate a iscriverlo a una scuola di disegno e vedete se la cosa matura...".
I professori non hanno fatto questo ma, attenendosi unicamente al loro ruolo di insegnanti, hanno messo due.
Ma allora perché parlano di Obiettivi Educativi? Per giunta, gli obiettivi educativi sono dell'educatore e non dell'educato, quindi, come ha fatto il ragazzo a non raggiungerli?

Da quanto detto emerge come l'educazione spetta primariamente ai genitori. Se poi un'insegnante si carica di tale compito è, come dire, un optional, un di più, qualcosa che può fare ma che può anche non fare.
Dato che ho parlato delle scuole superiori, scendo un po' con l'età e racconto un episodio come ulteriore prova del fatto che la scuola non assolve ad un ruolo educativo.
Frequento molto la biblioteca e non di rado capita che viene una scolaresca delle elementari in visita guidata.
C'erano le maestre e tutti i bambini, rigorosamente in fila per due, ai quali venivano mostrati i libri e un'esposizione di spartiti musicali antichi (di quelli con le note fatte con i soli quadrati senza stanghette).
Ho osservato i bambini delle ultime file; alcuni erano in coma, proprio spenti, disconnessi con la palpebra abbassata. Poi c'erano delle bambine che guardavano il telefonino; tutti in fila, in silenzio.
A un tratto ho visto un bambino che è uscito dal gruppo ed è andato lentamente verso una teca dove c'erano dentro degli spartiti musicali; l'unico curioso.
Dopo una manciata di secondi la maestra l'ha preso per il braccio e l'HA PUNITO dicendogli: "Quante volte ho detto che non bisogna rompere la fila... tu ora per punizione stai attaccato a me".
Questa è la scuola.

Il bambino punito è quello che esce dal gruppo, quello curioso, quello che tornerà a casa e non si accontenterà di rispondere alla domanda del genitore: "come è andata?", con un semplice "bene", ma quello che alzerà il livello della conversazione, quello che distoglierà i genitori dai loro pensieri di lavoro per farli faticare su un argomento che non conoscono (gli spartiti musicali antichi).
Vuoi vedere che questo bambino può chiedere di essere portato da qualche parte, togliendo il tempo al papà che non può andare al centro Tim per cambiare la sim sul suo I-Pad? Vuoi vedere che accade proprio questo? Per evitare, stronchiamolo subito. Facciamolo tornare in fila per due.
Perché fa così paura la diversità, se per educare si parte proprio dalla diversità?

www.marcellinebolzano.it
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Non posso concludere il discorso sul ruolo non educativo della scuola senza citare un'esperienza che mi riguarda personalmente.
Al Liceo Classico avevo la media dell'8, in Italiano prendevo 10, così, quando i miei genitori andavano ai colloqui l'insegnante diceva sempre loro: "Ma che venite a fare... suo figlio è sempre uguale, sempre bravo".
Questo, dal primo all'ultimo anno. Eppure io ne ho fatti di cambiamenti dal primo liceo al quinto, ne ho cambiati di punti di vista, invece no... quello bravo rimane sempre immutato. Il piè veloce Achille, un epiteto portato dietro per tutta l'opera.

Ora abbandoniamo la pars distruens e passiamo alla pars costruens: il ruolo educativo è un ruolo dei genitori.
Tracciamo 3 punti fondamentali che contraddistinguono il ruolo educativo:
1) FATICARE
2) USCIRE DALLA TUA OTTICA ED ENTRARE NELL'OTTICA DEL RAGAZZO
3) METTERSI IN GIOCO

1° punto
Qual è la spia che mi fa capire che sto educando? Come fa un genitore a capire se sta educando oppure sta facendo il ruolo dell'insegnante? La SPIA dell'educazione è la FATICA. EDUCARE E' FATICOSO, insegnare molto meno. Per comprendere meglio la fatica e gli altri 2 punti (Uscire dalla tua ottica ed entrare nell'ottica del ragazzo e mettersi in gioco) racconto un aneddoto.
Una volta fui invitato ad una festa di compleanno da un mio amico. Era una serata di luglio e questo amico mi disse: "Marco, dato che tu suoni la tastiera e io suono la chitarra perché non la porti così in mezzo alla cena facciamo qualche intermezzo musicale". Io all'inizio fui un po' titubante (proprio perché portare la tastiera non è come portare il flauto traverso) però alla fine dissi: "Va bene dai... facciamo una serata diversa".
Tra gli invitati c'erano le sue due sorelle e una di queste aveva due figli maschi. Questi due figli maschi avevano uno otto anni (descritto dal mio amico come un bambino estremamente timido) e l'altro dodici anni (descritto come un ragazzino vivace). Voi dovete sapere che quando viene montata una tastiera, la tastiera ha delle proprietà di calamita sui bambini under dieci, così, in men che non si dica, si precipitarono sopra allo strumento.
Il dodicenne, dopo aver selezionato l'impostazione chitarra elettrica, cominciò a suonare muovendo la pallina del distorsore e producendo il suono tipico della chitarra elettrica.
Subito arrivò la madre e gli disse: "Fermo Luca" e poi rivolgendosi a noi: "A Luca non glien'è mai fregato nulla del pianoforte, e pensare che gli abbiamo pagato non so quante lezioni da una professoressa privata ma a lui non è mai fregato niente".
Ma forse non gli è mai fregato di imparare il pianoforte come lo pensate voi, il bambino con lo scrimetto che fa gli esercizietti di pianoforte!
Però lì c'è un ragazzino di dodici anni che sta da venti minuti a giocare con il suono della chitarra elettrica... ma non è che magari gli piace? Non è che magari lì ci voleva un genitore che lo osservava e poi magari una settimana dopo lo portava a vedere un concerto di un chitarrista elettrico e vedeva come reagiva?

Ecco, qui ci sono gli altri due punti: 2)USCIRE DALLA TUA OTTICA ED ENTRARE NELL'OTTICA DEL RAGAZZO (io volevo il bambino con lo scrimetto che fa gli esercizietti di pianoforte ma mio figlio magari è diverso). 3)LA FATICA: Portarlo al concerto di chitarra elettrica, di cui a te frega meno di niente. Però se tu vai lì e vedi che a tuo figlio gli piace, allora lo togli dalla strada o peggio lo togli dalle chat di internet, che oggi sono come la strada di ieri.
Secondo figlio, quello timido. Ad un certo punto tutti gli dissero: "Dai Paolo canta", e Paolo se ne stava dietro a un muretto nascosto. "Lo sappiamo tutti che ti piace cantare le canzoni di Tiziano Ferro, dai canta". Il bambino sempre più nascosto. A questo punto arrivò una laureata in psicologia (ricordatevi, ovunque vi muovete c'è sempre una laureata in psicologia). Lo prese in disparte e gli disse: "Paolo, lo sappiamo tutti che ti piace cantare Tiziano Ferro, ora c'è un'occasione, hai un microfono e una tastiera, credi che ti ricapiterà anche domani? Beh ti dico di no, quindi se devi cantare... canta adesso". Il bambino tornò dietro al muro e in quest'ultimo caso fece bene.
Allora arrivò il mio amico è fu di un'intelligenza sublime, sopraffina. Cominciò a cantare la canzone di Tiziano Ferro sbagliando le parole volutamente. Il bambino spuntò dal muro e cominciò a correggerlo bisbigliando.
Dopo 5 minuti il bambino stava con il microfono in mano che cantava la canzone. Questo cosa significa?
PER EDUCARE BISOGNA METTERSI IN GIOCO.

Non bisogna fare gli insegnanti, innalzarsi sul piedistallo e dire: "devi cantare". Devi fargli capire che tu sei sul suo stesso piano e, quando non so le parole, che ho bisogno del tuo aiuto per andare avanti.

www.associazionegpp.org
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Per concludere ci tengo a ribadire che nessuno può assumere un ruolo educativo se prima non è stata valorizzata la diversità dell'individuo.
L'educazione nasce dalla diversità. Una volta chiesi a una maestra: "Perché il grembiule?" e questa, con una fermezza superiore a quella che avrebbe avuto Berlinguer su tal tema, mi rispose: "perché devono essere tutti uguali"
Ma perché questa ipocrisia? Perché illuderli fin da piccoli, perché devono credersi tutti uguali quando tutti uguali non sono, quando sotto ai grembiuli a un bambino gli spuntano delle scarpette da ginnastica da duecento euro e ad un altro le scarpe da venti euro comprate al mercato. Perché illuderli, se alle spalle ci sono famiglie diverse, con valori diversi? C'è chi viene portato a scuola e viene ripreso dalla Maserati e chi con la panda sgangherata del padre. Perché in quelle cinque ore devono sentirsi tutti uguali?
Perché fa così paura la diversità? Come si può EDUCARE se non si PARTE DALLA DIVERSITA'?

Marco Minnucci, scrittore, giornalista, laureando in Medicina e Chirurgia all' "Università Politecnica delle Marche" di Ancona, tesista in Psichiatria presso il Centro Adolescenti e Sert di Ancona
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