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n 69 gennaio 2017
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"Un figlio" di Alejandro Palomas
Iniziare l'anno con un libro
di Ansuini Cristina - Dedicato a te
Avere un figlio significa manifestare un assoluto accordo con l'uomo.
Se ho un bambino, è come se dicessi:
sono nato, ho assaggiato la vita
e ho constatato che essa è così buona
che merita di essere moltiplicata
.

Milan Kundera

"Un figlio" di Alejandro Palomas (Edizioni Neri Pozza) è il regalo di un'amica ed è stato una sorprendente scoperta.
La prima cosa che mi ha colpito è stata la veste grafica: carta spessa e ruvida, color avorio, ottima per evidenziare passaggi salienti e per scrivere riflessioni e note a margine.
La copertina, poi, è davvero stupenda, molto evocativa, con questa illustrazione delicata e potente insieme.
Il linguaggio delle immagini, le sensazioni tattili ed un sesto senso inspiegabile mi hanno portato a sceglier questo libro per accompagnare la fine di un anno ed iniziarne un altro, tutto nuovo.
L'istinto non mi ha tradito e mi sono trovata tra le mani una storia complessa, articolata, bella e molto significativa, soprattutto per chi "mastica" di scuola, bambini, relazioni.
È la storia di un bambino, Guille, raccontata come un diario a più voci narranti.
Si rincorrono dunque visioni, vissuti, rapporti, letture del mondo, attraverso linguaggi diversi: quello del bambino, spontaneo ed immediato, quello del padre, netto e confuso insieme, quello dell'insegnante, professionale e partecipe, quello dell'orientatrice-psicologa, curioso e attento alla ricerca di chiavi di lettura che arriveranno un po' alla volta, come in una caccia al tesoro, a scoprire la verità circa la situazione che vivono il bambino e suo padre, con una madre assente, ma parte centrale della loro realtà.
I linguaggi sono diversi dunque ed anche la grafica racconta questa diversità: cambiano i caratteri e si trovano i disegni di Guille ad arricchire la trama, nella pienezza di una narrazione articolata e dalle tinte cangianti.

Guille, dunque, è un bambino che frequenta la quarta elementare e sembra non avere nulla in comune con i suoi compagni di classe: non ama il calcio, i programmi televisivi che adorano tutti gli altri, ha sempre la testa tra le nuvole e una passione sfrenata per Mary Poppins, che vuole assolutamente portare in scena per lo spettacolo scolastico di fine anno, tra la perplessità di tutti.
L'unica con cui parla è Nazia, una bambina pakistana che è arrivata da poco e sta ancora imparando lo spagnolo (la vicenda è ambientata in Spagna), una outsider, proprio come lui.
Quando Sonia, l'insegnante di classe, si accorge che le particolarità di Guille stanno assumendo sfumature allarmanti, di estraniazione dalla realtà, decide di chiedere aiuto alla sua collega-orientatrice-psicologa, Marìa, che inizierà una serie di incontri con il bambino e con suo padre e si metterà alla ricerca della vera essenza di questo bambino.
Sarà un viaggio difficile, pieno di momenti diversi, che le faranno intuire che ci sarà davvero molto da scoprire per arrivare alla reale natura del contesto in cui vivono Guille e suo padre Manuel.

È un libro che si legge in un soffio: la prosa lieve e scorrevole fa scivolare via le pagine una dopo l'altra ed il finale lascia davvero senza fiato, con un gomitolo di emozioni difficilmente districabile.
È un libro sul potere dei sogni e dell'immaginazione, ma anche sulla perspicacia e sulla sensibilità dei bambini, mai troppo sottolineata e riconosciuta.
È un libro che afferma il valore dei sentimenti, ma anche quello della professionalità e dell'apertura di chi lavora a scuola e ama preoccuparsi di una serie infinita di aspetti, primo fra tutti quello fondamentale delle relazioni e dell'interiorità dei bambini.
È un libro che offre tante chiavi di lettura, proprio grazie alle diverse voci narranti, e che potrà dare tanti spunti di riflessione ed occasioni di analisi e confronto.
È un libro ideale da leggere in un momento di pausa, come quello delle vacanze o di un week end, per non essere distratti da incombenze "concrete" e per assaporare la sostanza del nostro lavoro.
È un libro che mette in luce tutta la delicatezza del "materiale umano" nel quale siamo immersi e l'enorme quantità di situazioni che ci troviamo ad offrontare ogni giorno e che meritano, ognuna e tutte, la nostra completa attenzione e la nostra competenza.

Non si tratta di sostituirci a figure professionali diverse, ma di essere consapevoli che il lavoro dell'insegnante non è un lavoro come gli altri, non si basa sul "fare qualcosa", ma sull' "essere in un certo modo". E questo cambia tutta la prospettiva.
Buona lettura e buone riflessioni!


Cristina Ansuini, Dottore in Psicologia, Docente presso la scuola "2 ottobre 1870", I.C. Piazza Borgoncini Duca, Roma
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