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n.53 Maggio 2015
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Articolo 'Ciò che inferno non è'  >>>
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Ciò che inferno non è
L'ultimo libro di Alessandro D'Avenia
di Paci Lucia Giovanna - Orizzonte scuola
Ho letto un romanzo epico e poetico, destinato, a mio parere, a soppiantare I Promessi Sposi, come lettura obbligatoria, al secondo anno di scuola superiore e, se anche non fosse mai portato a tale onore dal Ministero, dovrebbe esserci elevato, per dovere morale e scelta culturale, da ogni "professore di buona volontà"!. Parlo di Ciò che inferno non è, ultima fatica di Alessandro D'Avenia.

Leggere questo libro è stata una vera e propria esperienza catartica, per me, una sorta di educazione sentimentale. Per la prima cinquantina di pagine, forse anche qualcosa in più, avevo voglia di scappare e non mi succede mai. Ero entrata di getto a Brancaccio, quartiere problematico di Palermo, separato dalla città, da un passaggio a livello "come un ghetto... fatto di case simili alle squame di pesce in una città che sussulta al sole sempre più lentamente, mentre muore, spasimando acqua e vita. Zona oscura del porto senza fine che è Palermo, con il mare alle spalle, Brancaccio sorge sui detriti che ogni mare abbandona sulla costa". Il famoso quartiere palermitano è luogo reale, non immaginario, di una città vera, Palermo, anch'essa presentata in maniera forte, sentita, non distaccata, partecipe e testimone del suo doppio aspetto "costruita sul paradosso, città in cui si sempre in arrivo e in attesa(...)tutto porto per chi arriva. Tutto spasimo per chi resta(...)spasimo per eccesso di mare da guardare, di viaggi da incominciare(...)richiamo verso qualcosa che è sempre dietro l'orizzonte(...) Tutto abbraccia. E tutto stritola...il paradiso su una strada e l'inferno girato l'angolo".

Brancaccio - "persino il nome sembra il dispregiativo di una parola di per sé rapace: "branco" - è luogo dell'inferno: "Inferno sono gli enormi palazzi di cemento, alveari screpolati e abbandonati dalla bellezza, che fanno di cemento l'anima di chi li abita ... L'inferno è fame mai soddisfatta di pane e di parole. Inferno è un bambino sfregiato da fuori verso dentro, dalla pelle fino al cuore ... Inferno è Maria, madre a sedici anni, prostituta a ventidue.
Inferno è Salvatore, che ha poco pane per i figli e per la vergogna quel poco se lo beve ... Inferno sono vie senza alberi e scuole e panchine su cui parlare.
Inferno sono strade da cui non si vedono le stelle, perché non è concesso alzare gli occhi. Inferno è una famiglia che decide chi e che cosa sarai. Inferno è la consapevolezza fredda della disperazione altrui. Inferno è farla pagare agli altri perché sentano il sapore amaro che mastichiamo ... Inferno è Caterina che si è lanciata dal decimo piano con un ombrello in mano, perché all'inferno non voleva più starci e sperava che un angelo l'afferrasse prima dell'asfalto. Inferno è l'amore possibile ma mai inaugurato. Inferno è odiare la verità, perché amarla ti costerebbe la vita ... Inferno è non vedere più l'inferno - in questa città dove - governano due demoni, miseria e ignoranza ... l'inferno esiste ed è pieno. Non è al di là, ma al di qua, con mappe e indirizzi. Su tuttocittà 1993."


Luogo reale in un tempo reale: l'estate del 1993, un anno dopo gli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino, in cui si muove un personaggio realmente esistito, Padre Pino Puglisi, ucciso nella realtà e nel romanzo, dalla Mafia, il 15 settembre 1993, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, perché aveva osato cercare di sconfiggere l'inferno di quei luoghi e dei giovani che vi vivono, "non maleducati, ma educati al male", con l'unica arma possibile, l'amore.

3P, come lo chiamavano i ragazzi, a scuola, per via delle tre iniziali di titolo, nome e cognome, è stato davvero il professore di religione di D'Avenia.
E' un parrino minuto, dalle "scarpe grosse, le orecchie grandi, i suoi occhi calmi" , sorridente, di "un sorriso quieto, come emerso dal profondo del mare quando la superficie è in tempesta", un "rompiscatole ... che rompe le scatole in cui ti nascondi ... in cui ti ingabbiano, le scatole dei luoghi comuni ... delle parole vuote". Don Pino è il moderno Fra' Cristoforo, umile, ma forte e risoluto, che opera tra gli odierni "appestati", cercando di strapparli al male e "convertirli", sia vittime - Francesco, sua madre Maria, Dario, Serena, Riccardo, la bambina con la bambola e suo padre- sia carnefici - i moderni bravi Nuccio, Madre Natura, il Cacciatore, che uccidono, perché è stato ordinato di farlo e dunque va fatto, senza se e senza ma!

Strumenti di Don Pino e della storia, del suo intreccio e del suo messaggio, Federico e Lucia. Federico, diciassettenne liceale di famiglia palermitana benestante, alter ego dell'autore, che a quell'epoca aveva davvero la stessa età, innamorato di Petrarca e della letteratura in genere, ancor più delle parole , con cui mettere "l'àncora a tutte le cose che se ne vanno alla deriva nel mare che è dentro il cuore e ormeggiarle nel porto della testa", novello Renzo, certo molto più strutturato e corposo, molto più consapevole, ma altrettanto recalcitrante, all'inizio e "provato" in tutta la storia, perché cresca, compiendo un percorso. Destinato a un'estate di studio in Inghilterra, già pagata e organizzata per il vantaggio che un giovane rampollo borghese come lui, possa trarne al suo rientro, si lascia sedurre da Don Pino e il suo progetto con i bambini e, mandando per aria la vacanza studio, si immerge nella bolgia infernale di Brancaccio, dove troverà la vita, se stesso e l'amore, nei panni di Lucia - non so, ma la consonanza non può essere casuale! - sedicenne di umile famiglia, radicata nel quartiere ghetto, brava, buona, intelligente, disponibile al servizio fattivo con Don Pino e innamorata dei libri, come lui!
Due mondi distanti, apparentemente paralleli, ma due anime affini e bisognose di credere nella vita, nella verità e nella libertà che ne deriva e nell'amore che è "difendere la vita dalla morte". Due anime che si trovano nel dolore, nel lutto, nella violenza, ma che grazie all'amore, piantano i semi perché le parole tanto amate diventino "prua", contenendo "tutto il coraggio che serve per affrontare il mare aperto" della vita.
L'esperienza con Don Pino, quella della sua semplice quotidianità e quella della sua morte, sacra come la morte di croce, di amore e di salvezza, sono un balsamo per i personaggi di questa storia e germe sacro per i due protagonisti in rilievo, che ne usciranno trasformati. Sì, protagonisti in rilievo, perché è difficile trovare i personaggi principali, in questo che è un libro corale, epico, appunto, dove ognuno è importante e centrato e tutti suonano come in un'orchestra!

E la lingua? Magistrale e sapiente la scelta di ogni singola parola, ognuna meravigliosa e imperdibile, e delle immagini, che ti restano attaccate addosso. Solo un esempio, il paragrafo di incipit: "Nella luce prima, un ragazzo la spia. E' immersa nell'agguato ventoso e salato dell'alba che si leva ancora vergine dal mare per tuffarsi poi nelle strade avvolte dalla penombra".
E' una lirica, costruita con il ritmo incalzante di una terzina dantesca!
Man mano che, incurante del sentimento iniziale di disagio, mi addentravo nelle pagine, nella storia, tra il suono e la corporeità delle parole e l'incanto delle immagini, tra la vivacità, i sentimenti e le idee dei personaggi, ho sentito il bisogno di prendere la matita tra le mani, per fissare ogni mia emozione e ogni sentimento dell'autore in accordo con i miei... neanche a scuola, avevo libri così sottolineati! Ho parlato di educazione sentimentale: sì, anche io sono cresciuta, nella lettura del libro, anche a me è arrivato il sacrificio di Don Pino, che ha "fatto sacra" la sua vita, con la sua offerta d'amore, tanto da cancellare non solo il mio sentimento iniziale di disagio, ma proprio il suo ricordo!

Grandissimo libro, nelle intenzioni e nel risultato, direi proprio un capolavoro, da cui nelle scuole con adolescenti non si può prescindere e che offre possibilità di lavoro e approfondimenti ad ogni livello, della lingua, della struttura della frase, delle immagini, della costruzione dell'intreccio, dei personaggi, dei contenuti, dei valori.
Sarebbe tempo, oramai, che il nuovo Alessandro soppiantasse l'antico, senza retorica e senza rimpianti. Buona lettura!

Lucia Giovanna Paci, genitore -Roma
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