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n.53 Maggio 2015
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L'educazione naturale tra ricordi e riflessioni
Alla riscoperta dei ritmi della natura
di Cattaruzza Mariella - Didattica Laboratoriale
Sempre più spesso mi capita d'incontrare per la strada bambini, anche in piena facoltà motoria, costretti nei passeggini dalla fretta dei loro genitori, una fretta che non solo si ripercuote sulla salute psicologica degli adulti, ma che condiziona pesantemente la vita dei bambini fin dalla più tenera età andando ad alterare i loro ritmi fisiologicamente lenti.
L'aspetto più incredibile della questione è che prima che un bambino inizi a camminare, su di lui si concentrano preoccupazioni e aspettative familiari in attesa dei primi, commoventi passi che spesso vengono forzati e "promossi" attraverso estenuanti passeggiate di adulti piegati in due oltre le loro possibilità fisiche, a sostegno di gambette ancora impossibilitate alla postura eretta e autonoma.

Recentemente ho potuto addirittura osservare il ritorno delle "bretelle sostieni-bambino" che credevo erroneamente confinate nell'uso d'altri tempi, senza considerare che la lombalgia di genitori e nonni non ha epoca.
Ne consegue che molti bambini, per effetto dello sbilanciamento causato da questo supporto che condiziona la loro postura in avanti, camminano sulle punte dei piedi rallentando di fatto lo sviluppo dell'andatura spontanea o rendendola insicura.
In pratica accade che il bambino, prima del compimento dell'anno, venga spesso e in vario modo sollecitato al raggiungimento della postura eretta finalizzata al camminare precoce mentre, dopo pochi mesi quando il passo si è fatto sicuro al punto da garantire la rapidità negli spostamenti, capita che, allo stesso bambino, venga detto di non correre o sia confinato in un passeggino anche quando sarebbe possibile ritagliarsi il tempo di una rilassante camminata.

Da un lato si anticipa, dall'altro si frena come se i comportamenti dei bambini non fossero mai "adeguati" alle aspettative/esigenze degli adulti e ciò per tutte gli aspetti dello sviluppo infantile.

Ne consegue che ad inopportune o esagerate stimolazioni iniziali segua successivamente tutta una serie di divieti che limitano e disorientano i bambini nelle fasi cruciali dei loro vari apprendimenti. Mi riferisco, naturalmente, a quelle situazioni della vita quotidiana nelle quali, chi più chi meno, è incappato nel corso della propria infanzia: "Ma non mi racconti niente?" "Sta zitto, sei ancora piccolo!" "Non correre....Non sudare....Non toccare.....Non ti sporcare....."
Una crescita caratterizzata dai non che puntualmente venivano e vengono trasgrediti dai bambini di ieri e di oggi, non fosse altro per soddisfare i propri bisogni di esplorazione, conoscenza e piacere.

La scelta odierna di allargare la nostra riflessione al tema dell'educazione naturale per le bambine e i bambini fin dalla nascita, trae origine dalla convinzione, sempre più diffusa in ambito pedagogico, che sia fondamentale per il benessere e l'equilibrio del bambino riavvicinarlo alla natura, a maggior ragione in un'epoca che vede anche la popolazione infantile soffrire di sedentarietà per un eccessivo e precoce uso della tecnologia o, per analoghi motivi, presentare difficoltà nella concentrazione, nell'attenzione, nel rispetto dei ritmi e delle regole.
Per affrontare questo argomento sono volutamente partita da considerazioni relative allo sviluppo motorio che, nei suoi aspetti più generali o in quelli più raffinati legati alla motricità fine, sembra stimolare negli adulti i divieti più ricorrenti. Infatti i vari non ti sporcare, non correre, non sudare, non toccare, non ti far male..... si riferiscono principalmente al corpo e al movimento anche se, la loro eccessiva applicazione, comporta conseguenze sull'intero sviluppo della persona in crescita e, di conseguenza, sulla sua personalità.

Alcune educatrici mi riferivano, giorni fa, di una mamma che accompagna la sua bambina di 30 mesi al parco giochi tenendola tutto il tempo seduta sul passeggino! Io stessa ho potuto osservare nel corso di numerose passeggiate primaverili sulla spiaggia quanti siano i genitori che impediscano ai propri figli di tre, quattro, cinque anni e più di correre sull'arenile o di giocare con la sabbia al punto che verrebbe voglia di chieder loro perchè non limitino i loro spostamenti ad una tranquilla passeggiata sul marciapiede del lungomare.

Queste riflessioni non vogliono certo avere il carattere della polemica fine a se stessa, quanto sottolineare la necessità di coerenza nei comportamenti degli adulti, siano essi genitori o educatori, anche nelle proposte di gioco, svago e divertimento per i più piccoli. Purtroppo accade che alcune esplorazioni ad opera dei bambini nei giardini scolastici, seppure a basso rischio, vengano frenate, se non vietate, da parte di alcune educatrici ed insegnanti eccessivamente preoccupate della incolumità fisica dei bambini a loro affidati.
Le limitazioni legate ai giochi con la terra se non addirittura il loro divieto totale, trovano invece spiegazione nel voler evitare critiche da una gran parte di genitori che considerano solo l'aspetto "sporchevole" di queste attività tanto amate dai bambini per le numerose possibilità creative che offrono loro. Eppure non sembra difficile immaginare ciò che l'ambiente naturale, gli spazi aperti rappresentino per i bambini dove la loro attenzione è continuamente attratta da piccoli e grandi fenomeni, dove i loro occhi vivaci scovano continuamente preziosi tesori che verranno raccolti, nascosti, mostrati o che si trasformeranno in semplici quanto studiati mandala in un gioco che, di volta in volta, può essere individuale o di piccolo gruppo.

Attraverso l'uso creativo dei materiali naturali i bambini sperimentano un fare che non ha condizionamenti, che non prevede l'errore o il giudizio e che proprio per queste caratteristiche favorisce interpretazioni spontanee, originali e divertenti della realtà. Inoltre la natura nella sua variegata gamma cromatica, nelle sue straordinarie trasformazioni stagionali e quotidiane, nella ricca diversità delle sue ambientazioni si offre allo studio, alla ricerca, alla sperimentazione e alla scoperta che portano facilmente e in modo concreto anche i più piccoli ad apprendimenti molteplici, vicini ai loro ritmi e ai bisogni di crescita.
La fortuna di nascita, non solo per collocazione geografica, mi ha permesso di trascorrere un'infanzia speciale, vissuta soprattutto sui prati in tutte le stagioni, lungo i ruscelli, di fronte ad un lago circondato dai monti. Un ambiente naturale estremamente favorevole all'esplorazione, alle scoperte, alle condivisioni gioiose di piccoli tesori e di intense relazioni tra pari. Ho iniziato a camminare sull'erba di primavera, a sperimentare la conquista di un dosso naturale strisciando su mani e ginocchia, a manipolare la terra ai bordi di un campo di patate e a rincorrere con passo ancora incerto le galline nel cortile della vicina di casa. E come me, i miei fratelli e tutti i bambini del paese.
La nostra vita sociale si svolgeva così lasciando molto posto al gioco che, solo più tardi, ho sentito definire libero, un aggettivo che da sempre considero inutile se associato al verbo giocare in quanto ritenuto ad esso intrinseco.
La nostra forza era il gruppo nella sua composizione mista per età e declinata al femminile come al maschile, variabile a seconda delle nascite nelle varie annate.
Per le nostre attività ludiche esistevano regole e orientamenti dettati dalle variazioni climatiche e stagionali alle quali volentieri ci assoggettavamo perché... naturali. Sci, slittino, pattini per il ghiaccio d'inverno, raccolta di fiori spontanei e corse a perdifiato sui prati in primavera, rudimentali mulini e dighe di sassi per i giochi d'acqua lungo i torrenti nei brevi mesi estivi e infine le raccolte dei funghi nel bosco che indossava il suo variegato abito autunnale, momento di massima esplosione del colore in tutte le sue sfumature.
Ricordo adulti severi nella nostra educazione ma non direttivi ed estremamente rispettosi dei tempi e dei luoghi dei giochi infantili. I limiti e i divieti che circoscrivevano i nostri spostamenti erano quelli dettati da reali situazioni di pericolo che perciò venivano rispettati dal momento che il raggio d'azione entro il quale ci muovevamo era piuttosto ampio. L'adulto interveniva prima dell'uscita da casa con le consuete e scontate raccomandazioni, prima tra tutte l'osservanza dell'orario di rientro, comunque scandito al tramonto dal forte richiamo delle madri, ferme sulle soglie delle abitazioni, ai propri figli. Anche quando il gioco venne parzialmente sostituito dallo studio negli anni della scuola elementare, ricordo con piacere le passeggiate d'istruzione con gli insegnanti, prima una maestra e poi due maestri, lungo il sentiero del lago, uscite finalizzate allo studio della flora e della fauna locali. Spesso era la natura, nelle sue diverse forme, a entrare in classe portata da noi alunni come trofeo dopo un giro nel bosco, come curiosità suscitata da una specie vivente ancora sconosciuta o come provocazione contenuta in una scatola di cartone forato in più punti o in un vaso di vetro con l'acqua che rappresentava il temporaneo habitat di qualche piccolo animale.

Altri tempi, potrebbe obiettare qualcuno e sicuramente altri luoghi se confrontati con quelli vissuti dai nostri figli nella grande città, tuttavia quasi quarant'anni di professione a contatto con i bambini da zero a sei anni, mi portano a sostenere con convinzione la tesi che i bambini hanno mantenuto nel tempo gli stessi bisogni di natura sperimentati da me e dai miei amici d'infanzia. Naturalmente i contesti sociali e culturali si sono profondamente modificati e non possiamo pertanto pensare di ricreare le stesse condizioni di libera esplorazione di allora, tuttavia tra quella fortunata condizione e le costrizioni ambientali attuali gli educatori di nido e gli insegnanti dei diversi ordini di scuola hanno il dovere di promuovere il più possibile per i loro bambini e ragazzi quella che viene ormai comunemente definita Outdoor Education. Al di là del termine che rimanda alla riscoperta e all'applicazione diffusa dell'educazione naturale nei servizi educativi soprattutto del Nord Europa, la più nostrana e auspicabile educazione all'aria aperta trova ancora una scarsa applicazione a causa di una condizionante e dannosa mentalità iperprotettiva, non solo dei genitori, rispetto alla salute dei bambini specialmente al di sotto dei sei anni.
Immaginare i bambini vestiti con mantelline impermeabili e stivali di gomma sguazzare nelle pozzanghere o rincorrersi sotto la pioggerellina primaverile sembra ancora un'opportunità riservata a quei pochi fanciulli fortunati i cui genitori, consapevoli dei benefici offerti ai propri figli da un'educazione naturale sostenuta da un pensiero pedagogico coerente, hanno scelto di iscriverli nelle rare strutture esistenti sul territorio nazionale e comunemente denominate "Asilo nel Bosco".

A conclusione di questo intervento tengo a sottolineare come le mie intenzioni fossero quelle di avviare o ampliare una riflessione su questo tema, soprattutto con le educatrici e le insegnanti alle quali è affidato il compito, in alleanza con i genitori, di favorire i cambiamenti culturali e metodologici finalizzati al benessere dei bambini, attraverso il miglioramento delle condizioni ambientali e relazionali dell'offerta educativa.
Nel prossimo numero della rivista il tema dell'educazione naturale verrà ripreso e ampliato attraverso le parole di Paolo Mai, maestro e gestore insieme alla moglie Giordana Ronci, del primo Asilo nel Bosco italiano.

Mariella Cattaruzza, Educatrice - Roma


Letture consigliate:
-Tonelli P. Anche i bambini si stancano Ed. Anicia Roma 2011
-Malavasi L. L'educazione naturale nei servizi e nelle scuole dell'infanzia Ed. Junior 2013 Parma
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