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n.53 Maggio 2015
Registrata presso il:Tribunale di Roma n. 63/2010 del 24/02/2010
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Oggi è il giorno:26 Settembre 2018 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
Articolo 'Simonetta chi ha ragione?'  >>>
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Simonetta chi ha ragione?
Prove di comunicazione: quando la scuola diventa un'occasione di crescita nella gestione delle emozioni
di Melchiorre Simonetta - Didattica Laboratoriale
"Simonetta ti posso parlare? Ho un problema". Una mia alunna si avvicina a me, i suoi occhi sono pieni di fiducia, chiede di essere ascoltata, desidera sentire un mio parere, ricevere un consiglio per risolvere una difficoltà di relazione, chiede un confronto.

In questi ultimi anni sento di essere davvero cresciuta e maturata come insegnante e non soltanto perché in me si sono aggiunte conoscenze di tipo didattico o perché sia cresciuta la mia capacità di sperimentare strategie di insegnamento, ma perché ho curato e sostenuto le mie competenze relazionali, sono maturata come persona, ho rivisto criticamente tanti luoghi comuni di cui ero vittima, ho lottato contro i miei limiti ed ogni mio alunno mi ha insegnato qualcosa in tal senso, mi ha permesso di fare un pezzetto in più di strada.

Ho lavorato sulla comunicazione, ma non solo sulle modalità comunicative dei mie alunni, sono partita da me, ho aggiustato il mio modo di veicolare informazioni, sentimenti, emozioni, sono diventata meno reattiva, meno giudicante e più creativa nella soluzione dei problemi che mi venivano proposti. Così ho imparato un po' di più a gestire i conflitti dentro di me e quelli emergenti fra di loro.

E' stato un lavoro fecondo, un viaggio bellissimo che ha portato al raggiungimento di importanti risultati.

Il passo più rilevante è stato proprio curare la comunicazione con cui veicolavo certe informazioni, come i concetti di giusto e sbagliato, ragione o torto, senso di colpa e senso di giustizia. Ora sono diventata più sensibile, e forse meno tollerante, di fronte a certi modi che utilizziamo per parlare dei nostri alunni: "E' sempre il solito", "Ora ne combina un'altra delle sue", "Non ci si comporta così", "Ti rendi conto di cosa hai fatto?". Tutti noi abbiamo bisogno di dividere in due la realtà, i nostri comportamenti e quelli degli altri, è un normale momento di passaggio, i bambini ancora di più hanno bisogno di chiarezza in tal senso, mi chiedono continuamente conferma su ciò che accade tra loro quotidianamente in classe, vogliono conoscere il mio punto di vista, hanno bisogno di rassicurazione e in un certo senso questa "divisione in bianco e nero" ha la sua funzione, ha uno scopo: scomporre per analizzare, semplifica, ci rassicura perché ci mostra da che parte siamo e ci fornisce una spiegazione al nostro dolore quando qualcosa non va come ho bisogno che vada.

Ma la realtà è molto di più.

Già altre volte ho avuto modo di scrivere nei miei articoli che la strada per raggiungere una buona relazione con se stessi e con gli altri è la sintesi di questi due opposti, come il pittore usa il chiaro scuro, la luce e l'ombra, noi dobbiamo essere in grado di mettere insieme e di considerare sullo stesso piano il nostro desiderio e quello dell'altro, il nostro mondo e quello dell'altro, le nostre ragioni con quelle dell'altro.

E' questo il lavoro che sto svolgendo con i miei alunni, ogni giorno, ogni volta che me ne si offre la possibilità, ogni volta che mi viene richiesto un intervento, un aiuto, un confronto sui loro litigi, sulle loro incomprensioni, sulle loro difficoltà.

E così è stato anche questa volta, di fronte alla richiesta della mia alunna di aiutarla a risolvere un problema di relazione, che aveva con un gruppo di compagne e che la faceva soffrire ormai da troppo tempo.

La sua percezione era la seguente: mi sento esclusa, rifiutata, ogni volta che provo ad entrare nei loro giochi ricevo un rifiuto eppure io sto facendo di tutto per diventare loro amica, doni, sorrisi, proposte, disponibilità, niente sortisce l'effetto che desidero, continuo ad essere rifiutata e presa in giro. Perché Simonetta non vogliono essere mie amiche? Vorrei saperlo, vorrei capirlo, questo loro comportamento mi fa stare troppo male. (Anche la famiglia riferisce il dolore della bambina e la loro incomprensione circa i motivi di tanto rifiuto).

Qui ci sono due strade che possiamo intraprendere per risolvere il conflitto:

- Un approccio normativo, far sentire "brutti e cattivi" chi rifiuta e far star male un compagno, tirare fuori le regole della convivenza in classe (pure giuste e assolutamente imprescindibili ma che non possono essere il punto di partenza, piuttosto il punto d'arrivo), agire punizioni e far leva sul senso di colpa.

- Aprire un dialogo, "mettere sul piatto" i differenti punti di vista, attivare uno spazio di confronto e di ascolto, mettersi come docente in una posizione di non giudizio, di ascolto empatico e di apertura alle ragioni di tutti (così facendo si fa vedere ai propri alunni come si fa per provarlo magari in un'altra occasione, quando non c'è un adulto a guidarli o quando vorranno provare a gestire i propri vissuti autonomamente, in un prossimo futuro e, perché no lo spero tanto, in un futuro lontano, quando saranno adulti).

Ovviamente ho scelto la seconda strada, quella del confronto non giudicante, mi sono posta come "arbitro" della loro comunicazione, creando la giusta atmosfera, cercando anche uno spazio fisico che fosse un altro rispetto alla classe, che fosse il loro "contenitore" speciale e straordinario, come speciale e straordinario era quel momento, acquietando le loro paure (di un rifiuto da parte delle compagne della bimba che aveva chiesto il mio aiuto, del mio giudizio da parte delle altre). Qualunque punto di vista sarebbe stato ben accolto, purché espresso nel rispetto della sensibilità e della dignità di tutte le persone coinvolte.

Passaggio obbligato e primo fra tutti: ho chiesto il permesso, alle parti coinvolte, di entrare nelle loro cose, il permesso di tentare di aiutarle a risolvere un problema.

I risultati sono stati straordinari, è emerso che non c'era tra loro una vittima e un carnefice, solo differenti modi di guardare la stessa situazione, la sincerità con la quale si sono affrontate e la maturità e la delicatezza con le quali hanno cercato di far valere le proprie ragioni mi hanno commossa, molte non si erano nemmeno rese conto del dolore che alcuni comportamenti attivavano nella loro compagna e, alla fine del confronto, hanno chiesto gentilmente in dono, alla "controparte", ciò di cui avevano bisogno per sentirsi in pace e risolvere il conflitto.

Sono uscite da quella "tempesta" più leggere e sorridenti, nei giorni successivi hanno fatto le "prove" di relazione, si sono avvicinate un pezzettino di più fino a chiedere di dormire nella stessa stanza al campo scuola, per provare a ricucire una relazione di amicizia che non funzionava da anni.

Se avessi scelto la strada del dovere, palesando semplicemente il concetto scorciatoia: "dobbiamo andare d'accordo, a scuola nessuno deve sentirsi escluso, è sbagliato far soffrire qualcuno con il nostro rifiuto, chi lo fa è brutto e cattivo", avrei raggiunto solo lo scopo di farle sentire in colpa, giudicate e forzate in un comportamento di cui profondamente non avevano afferrato le ragioni e quindi non condiviso, non interiorizzato.

Non so se diventeranno davvero amiche, non è neanche importante questo a mio parere, ciò che è importante è aiutarle a conoscere e praticare lo strumento del dialogo e dell'apertura all'altro nelle situazioni di conflitto, dell'ascolto profondo e sincero. Questo sì che è importante, rappresenta una competenza di base, straordinariamente efficace e in grado di fare miracoli, di aprire le porte del cuore e di migliorare la vita di relazione.

Ne sono fiera!



Simonetta Melchiorre docente dell'I.C. V.le Adriatico di Roma e Art-counselor
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Sono presenti 1 commenti Visualizza tutti i commenti
inserito venerdì 15/05/2015 ore 19:56 da ALESSIA
Cio' che hai scritto vale per la vita...invece spesso ce ne dimentichiamo anche noi adulti. Come sempre.....grazie
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