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n.78 dicembre 2017
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E' una scuola davvero possibile?
Indagine breve sulla scuola dei sogni degli alunni
di Pettinari Francesco - Orizzonte scuola
"La pedagogia così come è io la leverei...Poi forse si scoprirebbe che ha da dirci una cosa sola. Che i ragazzi son tutti diversi, sono diversi i momenti storici e ogni momento dello stesso ragazzo, sono diversi i paesi, gli ambienti, le famiglie. Allora di tutto il libro basterebbe una paginetta che dicesse questo e il resto si potrebbe buttare via. A Barbiana non passava giorno che non s'entrasse in problemi pedagogici. Ma non con questo nome. Per noi avevano sempre il nome preciso di un ragazzo" (L. Milani, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1967, p. 119).

A Barbiana la pedagogia non la studiavano sulle pagine di un libro, era scritta sul viso di ogni singolo ragazzo, una pedagogia incarnata, dallo sguardo profondo e dall'ascolto attento, tutta centrata sulla persona, lontana da astratte teorie, ma vicina alla storia di ognuno.
E se i problemi a Barbiana avevano il nome preciso di un ragazzo, e se è questa la sola cosa che la pedagogia ha da insegnarci, è allora proprio da qui che dobbiamo ripartire per immaginare e disegnare gli scenari di una scuola nuova, migliore, di una scuola possibile.
È ai ragazzi e alle ragazze che ogni giorno riempiono le nostre aule che dobbiamo chiedere di progettare la scuola ideale, quella che vorrebbero se potessero crearla con la fantasia.

È, quindi, proprio a ognuno di loro che ho chiesto di definire col proprio compagno di banco le caratteristiche di un'ipotetica scuola dei sogni. Le loro risposte, articolate in una scheda con 20 riquadri da riempire, delineano un vero e proprio percorso completo di riforma che, se fosse attuato anche solo in minima parte, avrebbe davvero la forza di rivoluzionare il nostro modo di stare e fare scuola, più di qualsiasi PTOF o Piano di Miglioramento.
Quella che ne esce fuori è, infatti, una scuola strutturalmente e didatticamente diversa, un luogo fisico che ha spazi nuovi o rinnovati e un ambiente di apprendimento decisamente interattivo, proiettato all'esterno e dal profilo fortemente inclusivo.
Per questa ragione ho classificato le oltre 100 proposte dei ragazzi all'interno di tre grandi categorie - strutture, didattica e bizzarrie varie - che mi sembra possano contribuire a riassumere e a meglio interpretare le loro idee.

Iniziamo dall' edificio materiale, dai suoi mattoni, dagli spazi interni ed esterni che dovrebbero esserci nella scuola del futuro. In cima alla lista dei desideri dei ragazzi primeggia, inaspettata, la piscina, da utilizzare durante le ore di educazione fisica. La palestra così com'è, con le spalliere logore alle pareti, l'odore di gomma e lo scotch sul pavimento, ormai non funziona più o funziona poco. Deve essere "nuova, più grande, più pulita e con nuovi attrezzi, affiancata da una campo di atletica, di palla a volo, di calcio e da quello di basket che va completamente ristrutturato". Va certamente notata, poi, la netta prevalenza del basket e del nuoto sul calcio, nelle preferenze dei ragazzi, segno di un emergente cambio di gusti nella scelta degli sport nazionalpopolari.
Nella scuola dei sogni, al secondo posto sul podio dei desideri, dopo la piscina, campeggia il bar, che deve essere, secondo i ragazzi, "aperto a tutti" e non confinato alla proibitiva macchinetta degli snack e del caffè riservata ai docenti.
Al terzo posto spunta, poi, una curiosa "sala relax riservata per ogni classe". Sono forse le nostre aule troppo cariche di tensioni e di stress? Il bisogno di un luogo in cui rilassarsi è, forse, indice di un ambiente di apprendimento poco piacevole? Uscire dall'aula, andare oltre le quattro pareti della classe per "fare l'orto, per curare il giardino o per spostarsi in aula cucina, in aula fumetti, nella sala giochi, nella libreria o nell'aula cinema", sono queste le attività scolastiche richieste dai ragazzi, tutte da creare ex novo e che portano con sé e disegnano, inevitabilmente, una didattica necessariamente diversa, reale, prevalentemente laboratoriale.

Ma è soprattutto dentro la classe che i ragazzi propongono una rivoluzione: "avere aule più grandi e cambiare il colore delle pareti interne, ridipingere la classe, i muri, rendere più felice la scuola con colori accesi" è uno dei desideri più sentiti e ricorrenti nelle loro risposte. E come non dar loro ragione?! Non sembrano, forse, le pareti delle nostre scuole come quelle di stanze d'ospedale a lunga degenza con quel "verdolino" scolorito e spento? Immaginare un arancione acceso, un rosso Pompei, un blu mare non è del tutto lecito e sacrosanto per menti giovani, accese e creative?
Ridisegnano anche i vari arredi della classe, i ragazzi, chiedendo "banchi comodi con più spazio e touch screen, sedie più alte, da ufficio, scaffali per libri e quaderni, lavagne giganti, tende nuove per tutta la scuola e il ritorno dei sottobanchi". Eh già, i sottobanchi, sono spariti nella maggior parte delle scuole! Eppure erano così vitali quelle losche zone d'ombra, dove si annidavano libri, quaderni, cartacce, bigliettini, bignami e mercanzia varia proveniente da un florido mercato nero scolastico e parascolastico.
"Ristrutturare e riqualificare, prendersi cura di spazi e pezzi di scuola": è presente questo pervasivo spirito civico nelle loro parole. Nei loro sogni ci sono le "grandi opere", insieme all'ordinaria domanda di riparazione dei termosifoni, l'istanza responsabile di una scuola antisismica e sicura accanto alla semplice richiesta di bagni e spogliatoi più puliti. La situazione contingente, quotidiana, da risolvere nell'immediato è continuamente accostata alla progettualità, alla prospettiva, all'ampio respiro di chi ha il futuro in mano e lo sguardo all'orizzonte.

E sulla didattica cos'hanno da dirci? È il nucleo più corposo di proposte che ho potuto riscontrare. Tre sono le parole ricorrenti e che racchiudono significativamente le loro istanze: interagire, fuori e di più.
"Più cose per interagire; interagire di più con i "problematici"; interagire con gli animali; fare conoscenza con altre classi di altre scuole": in queste risposte trovo tutto il senso profondo dell'inter-azione, dell'azione tra due o più cose o persone, come dice il vocabolario. Anzi, i ragazzi vanno ben oltre il lemma del vocabolario, arrivano a parlare di "interazione con i ragazzi di altre classi, con i ragazzi più difficili, fino ad includere anche gli animali e le cose". E dentro queste generiche "cose", anche se non ne sono consapevoli, indicano nel dettaglio precise scelte didattiche e metodologie interattive, pur senza aver frequentato alcun corso universitario.
Ecco l'elenco, che merita di essere citato testualmente e trascritto integralmente: "Usare di più la LIM, gli I-PAD, i tablet, i telefonini e il pc; più laboratorio; più lavori di gruppo; fare un circle time al mese; imparare giocando; parlare di più fra la classe; studiare di più a scuola e meno a casa; un film a settimana su cui si può lavorare; fare teatro". C'è tutto quello che andiamo ripetendoci da decenni nei convegni, nei corsi di formazione e nei master più gettonati.

Sono tutte richieste contraddistinte dalla preposizione dell'avverbio "più". Di più, vogliono fare di più di queste attività, vogliono interagire di più, sembrano proprio dire e ripetere a gran voce.
L'avverbio "più" torna anche per ottenere nel curricolo più ore di educazione fisica, tecnologia ed arte, non a caso tutte le discipline del "fare", dell' "inter-agire" per epistemologia.
Arrivano i nostri allievi persino a pensare a "una lezione svolta dai ragazzi", una flipped classroom dal basso, senza aver letto nessun manuale. Insomma, ce le hanno già dentro tutte queste "cose"; le didattiche attive corrispondono realmente al loro sentire e al loro vissuto. Dovrebbe bastarci questo per dichiarare da subito guerra al monolite della lezione frontale, così troppo ancora diffuso nelle nostre aule.
E poi chiedono a gran voce "più ricreazione, più lunga di 10 minuti e da fare fuori o almeno- si azzarda uno- nei corridoi". Fuori, la terza parola chiave in grado di spalancare gli scrigni dei nostri alunni.
Vogliono andare fuori, "fare lezione fuori, musica e scienze all'aperto per esempio" -scrivono- e ancora "fare più gite e campi scuola in posti nuovi sin dalla prima media, viaggi all'estero", fino a ipotizzare da buoni scout "un giorno al mese una notte fuori con la tenda insieme alla classe".
Una spinta forte è quella che emerge verso l'esterno, all'aria aperta, nel mondo che sta fuori, sentito anche con una spiccata sensibilità ambientalista se c'è chi arriva a scrivere di voler "andare in posti inquinati per pulirli" o chi desidera "due case sull'albero, una per i maschi e una per le femmine", perché in fondo l'animo di Cosimo Piovasco di Rondò non è mai passato di moda, senza tralasciare, poi, chi addirittura desidererebbe "alimentare a scuola l'energia col sole e con l'acqua".

Accanto al nucleo di idee ambientaliste c'è, infine, un altro tema ricorrente che non mi aspettavo di rintracciare tra le risposte dei ragazzi, quello dell'inclusione. C'è chi vorrebbe "più coinvolgimento dei bisognosi" e chi desidera un "centro per bambini senza tetto per imparare a studiare" fino a immaginare un welfare davvero speciale descritto in questi termini: "Far pagare 2 euro a settimana a bambino per la scuola e per lo stipendio dei professori e dei bidelli". Sospetto sia stata la figlia di una collega ad avere avuto questa idea!

Concludo con un sorriso, con l'elenco delle risposte bizzarre. Per la sezione "lunapark" abbiamo le richieste di "una giostra, una vasca gigante di palline senza fondo e i peluches giganti che cadono dal soffitto", nella sezione "cancelleria" troviamo, invece, "penne colorate al posto di penne blu e matite morbide, profumate ed elastiche". Spunta anche il desiderio di aggiungere all'inventario della scuola "bombolette spray al formaggio, una vasca idromassaggio con sauna e l'installazione di altoparlanti in tutta la scuola". Una scuola a metà strada tra una Spa e un collegio anni '70.
Dulcis in fundo non posso non riportare un'interessante richiesta: "la possibilità di occupare la scuola". Ma questa non rientra tra le bizzarrie, a ben pensarci. Questo anelito rivoluzionario attira la mia curiosità per l'accostamento contrastante della parola "possibilità" con "occupazione" e stimola la mia libertà linguistica nel combinare/cambiare le parole e il senso di questa stessa frase in "possibilità di occuparci della scuola". Della scuola possibile, quella che ha la faccia e le idee di Aurora, di Alessandro, di Leonardo e di Alessio, quella che tanto impossibile, poi, non lo è mai se ha costantemente davanti a se' "il nome preciso di un ragazzo" (L. Milani, pag. 119).


Francesco Pettinari, docente scuola secondaria di primo grado dell' IC "Domenico Purificato", Roma
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