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n.78 dicembre 2017
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Oggi è il giorno:20 Novembre 2018 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
Articolo 'Non è colpa dei bambini'  >>>
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Non è colpa dei bambini
L'educazione a scuola e in famiglia
di Riccardi Barbara - L'intervista
Il pedagogista Daniele Novara, dopo la presentazione del suo libro "Non è colpa dei bambini", il 29 ottobre durante la trasmissione di RaUno "Mattina In Famiglia", spiega a noi de "La Scuola Possibile" il suo punto di vista su come sono cambiate la scuola e l'educazione.
Daniele Novara è pedagogista, Counselor e Formatore dal 1989; vive a Piacenza dove ha fondato il CCP - Centro Psicopedagogico per l'educazione e la gestione dei conflitti. Dal 2004 è docente del Master in Formazione Interculturale presso l'Università Cattolica di Milano e dal 2002 dirige "Conflitti", rivista italiana di ricerca e formazione psicopedagogica. Ha ideato una nuova modalità di aiuto nella gestione dei conflitti: il Colloquio Maieutico e il metodo "Litigare Bene" per insegnare a gestire i conflitti dei bambini.
È direttore scientifico della Scuola Genitori, progetto partito da Piacenza e ora presente in diverse città italiane.
L' ultima sua pubblicazione è "Non è colpa dei bambini - Perché la scuola sta rinunciando a educare i nostri figli e come dobbiamo rimediare Subito", edito dalla casa editrice BUR.

Cosa devono fare un genitore e un insegnante per riappropriarsi del ruolo educativo?
Sia da parte degli insegnanti che dei genitori la consapevolezza del ruolo educativo è estremamente bassa. In generale il mondo adulto fa fatica a riconoscersi in una posizione di responsabilità educativa nei confronti delle nuove generazioni. Per la prima volta nella storia dell' umanità i genitori tendono a immedesimarsi maggiormente nel bambino e nel ragazzo piuttosto che nella propria funzione genitoriale ed educativa. È un processo nato tra gli anni '60 e '70, quando la civiltà occidentale è stata attraversata dalla rivolta dei giovani contro i padri che ha portato ad una rivisitazione profonda del concetto di autorità. Da quel momento gli adulti non si sono più riconosciuti in una connotazione formativa verso le nuove generazioni ma hanno continuato a vedersi in quello che era stato il motivo principale del '68 e degli anni seguenti, ossia nella necessità per ciascuno di realizzare liberamente e fino in fondo i propri sogni e le aspirazioni.
La generazione che precede quella più giovane consente a quest'ultima di fare le proprie esperienze mantenendo una posizione di servizio educativo proprio perché possa avvenire il passaggio di consegna. Questo meccanismo si è rotto e non è stato sostituito da qualcos'altro. Gli adulti vogliono essere sempre giovani e fare quello che fanno i loro figli adolescenti e quindi nasce il principio della condivisione che poi diventa qualcosa di grottesco, di eccentrico: si condivide il lettone, il bagno, si condividono i figli come se fossero fidanzati quando ci si separa, si condivide la tecnologia, le auto vengono acquistate in funzione dei figli e non dei genitori. Si guardano gli stessi programmi televisivi, addirittura si va insieme ai colloqui con gli insegnanti e quindi succede che gli adulti non hanno più un linguaggio educativo comune e tutto diventa difficile perché mancando una semantica pedagogica comunicare è impossibile. Anche i genitori preferiscono dialogare con i figli piuttosto che fra loro e in un certo senso anche a scuola i docenti preferiscono comunicare con gli alunni piuttosto che tra colleghi. Progressivamente si erode quella distanza fra generazioni che segna la possibilità stessa di una generazione di essere un punto di riferimento educativo per l'altra; occorre lavorare su dei fondamenti educativi e sul concetto di distanza, segnata non dal dispotismo, dalla collericità, dall'emotività, ma dalla capacità di organizzare bene l'educazione sia dei figli che degli alunni. L'educazione deve basarsi su principi organizzativi, così come ho ripetutamente spiegato nei miei libri, tra cui "Non è colpa dei bambini"; bisogna organizzare bene l'impianto delle regole ma specialmente tutto quello che serve per costruire libertà ed autonomia, seguendo le capacità dei figli età per età.


Quando diventa davvero significativo l'apprendimento di un bambino a scuola?
Se parliamo di bambini va detto che il loro pensiero è limitato specialmente nella prima infanzia, ossia nella fascia di 0 - 6 anni e anche nella prima parte della seconda infanzia (6 - 7 anni) e in parte degli 8 anni; i bambini sono quasi totalmente dominati da un pensiero sensoriale o da un pensiero magico e motorio. Piaget li aveva definiti i periodi sensoriali, per passare poi al periodo operatorio che precede l'adolescenza, dove la capacità di pensiero astratto si struttura nel vero senso della parola. Oggi viceversa tendiamo ad attribuire ai bambini capacità astratte che non hanno, che il loro cervello ancora non consente e quindi a pretendere che ci ascoltino e siano sempre attenti e impegnati nella realizzazione di tanti compiti scolastici, in altre parole siano più grandi di quello che realmente sono. Si creano pertanto situazione grottesche che portano solo a momenti di inutile nervosismo con profluvio di note comportamentali rivolte ai genitori, se non appunto a richieste di certificazioni neuro-diagnostiche per patologie psico-emotive o comportamentali o per Disturbi Specifici dell'Apprendimento. In realtà se la scuola sapesse accettare maggiormente la realtà psico-evolutiva dei bambini e lavorasse con la consapevolezza dei limiti dell'età infantile, ma anche della bellezza di questi limiti, potremmo avere una didattica basata sull'esperienza concreta, sul lavoro di gruppo, sulla manualità, sul fare piuttosto che sull'ascoltare, su processi di esplorazione piuttosto che nozionistici. Infelice è l'idea della ministra Gelmini del 2009 di riportare nella scuola primaria i voti numerici; questi sono negativi, in quanto non colgono la sostanza evolutiva dell'apprendimento infantile, spingendo le famiglie a inutili gare a chi fa meglio, stressandosi così e stressando i figli. Il ripristino dei voti numerici e l'esagerata accentuazione delle prove Invalsi portano a vivere la scuola primaria in maniera ansiogena con gravi compromissioni della possibilità stessa di imparare. Non sarà mai possibile valutare l'apprendimento degli alunni verificandolo attraverso delle crocette, in quanto l'apprendimento è un processo, come ci continuano a ricordare le neuroscienze, estremamente complesso ed ogni bambino ha semplicemente bisogno dei suoi tempi.

Qual è la sfida educativa di noi insegnanti verso le future generazioni? Che tipo di formazione proporrebbe?
Ho ripetuto più volte che l'insegnante è l'elemento più importante per la scuola ed è inutile insistere con le Riforme sull'architettura scolastica; bisogna continuare a occuparsi della formazione del personale che ci vive, che è la risorsa principale, appunto degli insegnanti. Trovo estremamente discutibile che gli insegnanti vengano reclutati sulla base delle capacità logiche, della conoscenza della lingua inglese o delle norme giuridiche che presiedono l'Istituzione scolastica, così come sostanzialmente è stato fatto nell'ultimo concorsone. Sono tre dal mio punto di vista le competenze necessarie per poter fare questa importantissima professione:
-La conoscenza di sé e delle proprie emozioni, in modo da evitare proiezioni emotive nei confronti degli alunni e specialmente per evitare gli eccessi emotivi così diffusi nella relazione insegnanti-alunni, specialmente negli ultimi anni.
-La competenza indispensabile é quella relativa alla gestione della classe, per far funzionare gli alunni in un gruppo di lavoro, entità umana che ha una sua identità sociale. Negli ultimi anni si è fortemente insistito sul puro e semplice trattamento individuale degli alunni.
-La capacità professionale di avere un metodo dato che l'Istituzione scolastica pubblica non ne chiede uno omogeneo e questo può anche essere considerato un vantaggio; ogni insegnante non può esimersi dalla necessità di avere una padronanza metodologica e nella gestione dei processi di apprendimento. Il rischio è quello di abbarbicarsi tenacemente sulla pura e semplice lezione frontale, sull'interrogazione e sulla valutazione arcaica, basata sulla punizione, piuttosto che sulla capacità di valorizzare i progressi e le grandi risorse dei propri alunni.
Per finire dico che abbiamo bisogno di una nuova stagione sociale e politica che sappia rilanciare la scuola come luogo creativo per le nuove generazioni, un punto di passaggio per costruire la propria identità personale, sociale e lavorativa. Occorre che la scuola venga salvata dalla marginalizzazione degli ultimi anni e rilanciata in una logica che restituisca al mondo adulto il proprio ruolo educativo.


La verità quindi sta nel mezzo, nel bene e nel male. I cambiamenti costano fatica, il buon senso dovrebbe farla da padrone quando al centro delle questioni ci sono le persone. Costruire una corretta strategia in un gioco di squadra fra scuola e famiglia dovrebbe costituire la base per andare poi a calare l'intervento educativo, in un'alleanza di accordi tra bisogni ed obiettivi. Il patto educativo diventa così il binario sul quale procedere di pari passo per essere guide solide e capaci di interagire e cooperare per il bene dei nostri ragazzi.
L'importante è creare relazioni positive e costruttive nel rispetto di ruoli e modalità, per un rapporto autentico, forte e profondo; tutto questo si può fare se manteniamo una visione ampia, in cui si dà valore al ruolo del docente all'interno di una società evoluta e migliore.

Barbara Riccardi, docente I.C. "Padre Semeria" di Roma, Global Teacher Prize, Counsellor della Gestalt Psicosociale e Giornalista pubblicista

Un saluto dall'autrice:
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