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n.80 febbraio 2018
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Il lavoro di squadra nel "Theatre world"
Teatro in inglese: opportunità di crescita e apprendimento con divertimento
di Calcagni Maria - Didattica Laboratoriale
Si avvicina il "martedì grasso", momento di grande festa e di allegria che conclude la settimana di Carnevale e giorno in cui la classe quarta, in cui insegno la lingua inglese, porterà in scena "Aladdin".
A novembre scorso ho lanciato una sfida ai 23 alunni conosciuti a settembre: organizzare a livello sperimentale uno spettacolo teatrale in lingua inglese. Nonostante la proposta fosse per loro nuova ha subito suscitato un entusiasmo generale e l'approccio all'iniziativa mi è sembrato veramente promettente.
L'obiettivo primario di un laboratorio in inglese è padroneggiare la lingua vivendola come una opportunità di comunicazione reale, inserita in un contesto di vita quotidiana: parole, movimenti ed emozioni si fondono permettendo di raggiungere buoni livelli di competenza nella "comunicazione nelle lingue straniere" e ciò anche per alunni con bisogni speciali.
Perché Aladdin?
"Aladino è un ragazzo semplice, un po' svogliato ma dal cuore puro che, grazie alla consapevolezza della sua forza interiore, rappresentata dal genio della lampada magica, si apre a possibilità inimmaginabili".
Nasce da qui un'attività che apre al gioco creativo, all'imprevisto e mette in primo piano gli allievi, riconoscendone le risorse personali. Il teatro quindi diviene strumento educativo e di crescita umana e civica.
Attraverso il teatro si impara a vivere "l'armonia" che si crea equilibrando il rispetto di se stessi e degli altri; lo spettacolo ha successo nel momento in cui ognuno riesce ad entrare nel personaggio che deve rappresentare e, cosa più difficile, acquisisce la capacità di coordinarsi con battute e gesti, comprendendo a pieno il ruolo dell'altro.
Il proprio impegno e quello altrui sono strettamente collegati e ciò origina e sviluppa un sentimento di appartenenza al gruppo che ti completa e ti sostiene; il teatro dà sfogo all'espressione del singolo contenendo il senso di competizione e impedendo che sfoci in agonismo; la collaborazione di tutti gli "attori", necessaria alla buona riuscita della rappresentazione, si configura così come occasione, per un gruppo classe, di correggere dinamiche di rivalità ed esclusione e sviluppare quelle "competenze sociali e civiche" poste alla base di ogni comunità.

In un ambiente formativo, inoltre, l'uso del "fare teatro" come modalità didattica acquisisce valore quando si parla di "pedagogia dell'errore", intesa come forma di educazione attenta alla costruzione del sé e del sapere, attraverso l'esperienza dell'errore stesso. Ciò è messo in pratica quando nei dialoghi di scena i bambini sbagliano battute, atteggiamenti ecc.. ancora di più avviene se le parole da dire sono in una lingua "inconsueta". Il linguaggio verbale si intreccia con il paraverbale generando inevitabili "spiritosaggini".
Esistono tante tipologie di errori e prendere coscienza della maggior parte di essi ci permette di evitarli successivamente e crescere imparando molto da essi. Il filoso Karl Popper sosteneva che "nella scienza, come nella vita, vige il metodo nell'apprendimento per prove ed errori, cioè di apprendimento dagli errori" (Popper, 1972, pag. 112).
L'errore, quindi, può essere visto come elemento molto prezioso nella vita di tutti i giorni ma soprattutto a scuola, assegnando ad esso un "ruolo" costruttivo. Certamente ci sono errori "irreparabili" e il teatro aiuta a far comprendere anche questo: un silenzio, un tempo sbagliato rovinano senza via d'uscita il proprio lavoro e quello di tutti i compagni e questa consapevolezza ha un grande valore educativo, perché spinge ad una preparazione responsabile e scrupolosa.
La maggior parte degli errori però è di tipo positivo, la loro sottolineatura ha lo scopo di invitare e supportare l'alunno nella riflessione su quanto avvenuto nella sua mente mentre apprende. In questa prospettiva il ruolo dell'insegnante è di far comprendere ai discenti che sbagliare è "umano" e che pertanto l'errore è parte naturale del processo di apprendimento in cui sono coinvolti.
Stiamo lavorando settimanalmente a questo progetto e ancora oggi, dopo alcuni mesi, con l'entusiasmo di allora, i bambini stanno gestendo l'esperienza teatrale con allegra determinazione. Ognuno affronta a suo modo le difficoltà legate alla corretta pronuncia di una lingua diversa da quella madre, alterna momenti di consapevolezza dei propri limiti a momenti di grande soddisfazione dei livelli di competenze raggiunti con conseguente ricaduta sulla crescita di autostima.
In conclusione ritengo che fare teatro a scuola non significhi sospendere la programmazione didattica consueta, in quanto nei dialoghi sono presenti lessico e strutture linguistiche previste dalla disciplina, ma piuttosto configuri l'attivazione di tempi di apprendimento e di socializzazione complementari alla scuola "tradizionale". Una didattica legata troppo alla consuetudine non valorizza appieno ogni aspetto della crescita del bambino precludendo così una possibilità di crescita, coesione ed integrazione.


Maria Calcagni, docente presso l'I.C. "Boville Ernica" (Fr), sociologo e pedagogista clinico
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