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n.80 febbraio 2018
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Oggi è il giorno:16 Dicembre 2018 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
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L'azione valutativa tra linguaggio tecnico e relazione educativa
Alle prese con gli scrutini dopo i DM N.741 e n.742
di Presutti Serenella - Orizzonte scuola
tempo di scrutini...
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Nell'ultimo mio articolo, pubblicato nel numero di gennaio de "La Scuola possibile", ho cercato di fare una breve sintesi delle nuove disposizioni normative in merito alle azioni di valutazione degli apprendimenti, delle competenze e alla loro certificazione da parte dei team docenti e dei Consigli di classe chiamati alla revisione delle modalità per questa importantissima prerogativa dei percorsi formativi e scolastici.

Sto approfondendo come Dirigente scolastico, insieme al Collegio Docenti dell'Istituto comprensivo che dirigo e nel confronto con i Docenti della scuola di reggenza, questo ambito di intervento, riservando una particolare attenzione alle fasi conclusive di questo percorso che riguarda la classe quinta della primaria e la classe terza della secondaria di primo grado, con l'Esame conclusivo del Primo ciclo di istruzione.

Scriverò un mio contributo su questo tema, come già avevo preannunciato, ma nei futuri articoli; trovo più interessante e "urgente" condividere prima, in questi tempi di scrutini e di consegna delle schede di valutazione, alcune riflessioni a riguardo dei due DM 3 OTTOBRE 2017, N. 741 (Regolamentazione dell'esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione) e N.742 (Regolamentazione delle modalità per la certificazione delle competenze nel primo ciclo di istruzione), nella loro applicazione operativa.

La prima decisione comune che si è imposta è stata la revisione e l'attualizzazione dei documenti di valutazione in uso e le conseguenti riflessioni non tanto su quanto fossero coerenti con la legge, ma quanto lo siano con l'Offerta formativa della scuola, quanto siano in grado di comunicare sulla valutazione dei processi di apprendimento degli alunni e, soprattutto, quanto siamo in grado come operatori di comunicare i percorsi fatti e i traguardi raggiunti dai nostri bambini e ragazzi e dalle nostre bambine e ragazze.
Qualcuno tra i docenti ha osservato con perplessità un "ritorno" ai giudizi, alle modalità discorsive e descrittive in uso prima del ritorno del voto numerico; è innegabile il procedere non lineare, a tratti incerto e pieno di incoerenze temporali e sostanziali del nostro Sistema di istruzione nazionale, costretto allo "slalom" tra una Riforma e l'altra e in tempi troppo ravvicinati, sempre a riguardo del primo ciclo, ma in questo ultimo passaggio ho notato maggiore coerenza su quanto già messo in campo, un passaggio maggiormente logico e sostenibile, dalle Nuove indicazioni del 2012 alle valutazioni delle azioni intraprese.

Le modifiche da apportare sulle schede di valutazione non costituiscono una grossa difficoltà, a mio avviso, piuttosto c'è l'impegno maggiore dei Consigli di classe e di Interclasse, dei team docenti, che consiste nel comunicare agli alunni e alle loro famiglie il cambio di prospettiva e i linguaggi della valutazione, anzi delle valutazioni.
Ma per poter comunicare il "cambio di rotta" alle famiglie, prima è necessario esserne convinti noi che siamo gli addetti ai lavori e che attribuiamo i voti e i giudizi.

Il pensiero valutativo, se così si può definire, non a caso per essere formativo deve partire da altri punti di osservazione e mirare ad obiettivi molto più articolati di quelli che ancora troppo spesso vengono rappresentati dalle aspettative degli adulti; i discenti non sono il voto che gli viene attribuito in questa o in quella disciplina.
Il percorso di apprendimento è qualcosa di più complesso e molto più significativo di una scala numerica che va dal 4 al 10, o della risultante di una media matematica; il rischio più grande che un docente dovrebbe rifuggire come la peste, dico io, è quello di trasmettere il messaggio che si studia per ottenere "il voto".
Credo personalmente che non abbia aiutato mantenere il voto numerico in questa ultima fase del varo di una legge, quella sul Sistema nazionale di valutazione, che dichiara come obiettivo primo "la formazione del cittadino competente".
Il problema più grande che affrontiamo nelle scuole è instaurare relazioni significative, motivanti all'apprendimento; la frequenza del percorso scolastico e formativo dei giovani corre sul binario parallelo rispetto a quello che riguarda ciò che faranno alla sua conclusione.

Perché è importante l'adozione di didattiche inclusive, operative e significative per i nostri ragazzi?
Non si impara se non si è motivati: questa è la realtà, anche scientifica, dell'apprendimento, come gli studi internazionali più accreditati ci indicano da tempo e che sono alla base della didattica per competenze.
Fare uso delle didattiche inclusive significa partire dagli ambienti di apprendimento motivanti, dall'allestimento di veri e propri "setting educativi" che favoriscano il rimescolare di conoscenze e corrispondano ai percorsi formativi.
Perché allora ancora perseguiamo la pratica del voto? Perché ci ostiniamo a misurare prestazioni, performance, quando gli obiettivi appaiono altri?
Le contraddizioni e le problematiche si sollevano nel momento di attribuire il voto ad alunni con Disturbi specifici di apprendimento o con altri bisogni speciali; se esiste un percorso didattico descritto chiaramente in un PDP, che senso ha esprimere l'insufficienza? E' importante allora sottolineare le difficoltà o le capacità raggiunte?
La normativa sostiene l'importanza del cambio di passo; nell'operatività didattica per lo più si dimostra quotidianamente quanto affermato fin qui, ma nel "conclave" dello scrutinio non sempre si esprimono azioni valutative rispettose di tutto questo e la difficoltà di comunicare alle famiglie modifiche di una scheda, piuttosto che i cambiamenti introdotti dalla nuova Riforma, appaiono solo come la punta dell'iceberg di qualcosa di molto più importante e urgente: il bisogno di formazione in servizio e conoscenza approfondita dei contesti in cui si opera, intendendo come contesti soprattutto la conoscenza delle persone che ci vivono.
Credo sia fondamentale far emergere dubbi, esprimere perplessità e anche dissensi e comunanze in sede di scrutinio, laddove il confronto professionale esercita la sua forza, anche come antidoto alla banalizzazione e all'appiattimento dei linguaggi tecnici a favore dello scambio tra libere intelligenze.

"Tutti gli usi della parola a tutti mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo."

Gianni Rodari, "Grammatica della fantasia"


Serenella Presutti, psicopedagogista e counsellor della Gestalt psicosociale, Dirigente scolastico dell'IC "via Padre Semeria" di Roma e Reggente dell'IC "Poggiali - Spizzichino" di Roma
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