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n. 81 marzo 2018
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Articolo 'La Scuola che "adotta"'  >>>
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La Scuola che "adotta"
Considerazioni e consigli per l'inclusione degli alunni adottati
di Russo Raffaella - Inclusione Scolastica
Prima di parlare del bambino adottato nel contesto scolastico è necessario fare alcune precisazioni sull'apprendimento e su cosa significa apprendere: "andare verso il nuovo", verso qualcosa che non si conosce, il che presuppone per il bambino partire da una base di sicurezza interna, costruita negli anni grazie alle relazioni affettive con le figure principali di accudimento. Il bambino sicuro guarda con fiducia al nuovo, allo sconosciuto e ne è incuriosito non impaurito, egli sa che quando vuole può ritornare alla base sicura a prendere conforto e nuovo slancio per ripartire. Un bambino che ha vissuto l'esperienza traumatica dell'abbandono e della mancata continuità delle cure sicuramente non ha sviluppato una sicurezza interna tale da permettergli questo stesso approccio positivo al nuovo; egli è più che altro spaventato, intimorito dalla novità, bloccato nei suoi pensieri angosciosi e fuori dal controllo cosciente. In questo senso il legame adottivo con la nuova famiglia ha un importantissimo valore ripartivo rispetto a questo vissuto.
Partendo da questi presupposti, possiamo leggere le difficoltà di concentrazione e di attenzione che spesso caratterizzano il profilo scolastico di un bambino adottato. È come se il bambino porti legato ai suoi piedi un macigno, fatto di angosce, di paure, del non sentirsi amabile e quindi a rischio di ulteriori rifiuti, che non gli permette di muovere un passo dalla sua posizione attuale, una posizione senza dubbio difensiva, ma necessaria alla sopravvivenza emotiva, è come se il bambino preferisse "non rischiare" un nuovo rifiuto, e dunque rimanere però fuori dalla possibilità di apprendere stesso.

Spesso gli insegnanti ci parlano di bambini "assenti", con lo sguardo rivolto in un altrove, "lontani", e in effetti è molto probabile che sia così. Purtroppo l' "altrove" dove si colloca non è un luogo sicuro né tanto meno di benessere, ma spaventoso e angoscioso che il bambino non può gestire da solo. È per questo che inutili risultano, spesso, i tentativi degli insegnanti di riportare l'attenzione nel contesto delle attività che si stanno svolgendo. Ciò rischia esclusivamente di lasciare il bambino solo dove lui sta, e l'essere solo in quel mondo buio è veramente un'esperienza difficile da sopportare. Piuttosto sarebbe preferibile che l'insegnante provasse ad andare là dove il bambino è, in quell'altrove che gli fa così paura. Senza una stabile relazione affettiva tra l'insegnante e il bambino non si può neppure cominciare a parlare di obiettivi di apprendimento.

Bisogna anche sfatare un pregiudizio: non è detto che un bambino adottato debba necessariamente riportare delle difficoltà in ambito scolastico. L'esperienza ripartiva con i genitori adottivi può permettergli di inserirsi al meglio nel contesto. E' comunque importante tenere in mente la sua storia, come sono importanti le storie di tutti i bambini della classe, soprattutto in vista delle tematiche sensibili che possono essere toccate nel corso delle attività.
Le Linee Guida per il diritto allo studio degli alunni adottati del 2017 ci danno importanti indicazioni in merito a questioni specifiche dell'apprendimento. E qui parliamo principalmente della storia personale. Nelle classi seconda e terza della scuola primaria, viene affrontato lo studio della propria storia e le fonti come input per avviare lo studio della materia "Storia". È importante che la classe svolga lo stesso compito con le stesse impostazioni, ovviamente la modalità va rivista in base alle caratteristiche della specifica classe e degli alunni che la compongono. Invece di chiedere i documenti della propria nascita, quali l'ecografia nella pancia della mamma o il primo oggetto importante come può essere il ciuccio, o la foto del pancione, sarebbe bene lasciare liberi i bambini di scegliere da quale ricordo cominciare, per costruire la propria storia: se non se la dovesse sentire di confrontarsi ancora con il suo passato, può scegliere di partire da quando è arrivato nella famiglia adottiva, mentre un bambino che si sente più tranquillo e che ha già fatto un lungo percorso di ricostruzione della sua storia in casa con i genitori, potrà scegliere di condividere qualcosa in più con i suoi compagni di classe. L'importante è che l'insegnante sia pronto ad accogliere ciò che viene portato da tutti i suoi alunni.
Sempre le Linee Guida ci danno preziose indicazioni su un altro tema sensibile cioè quello delle differenze culturali. Il bambino adottato non è "straniero" e non va trattato come tale. È un bambino italiano che sostituisce completamente o quasi la sua cultura d'origine inserendosi nella cultura italiana della famiglia che lo accoglie. Avrebbe senso attuare un progetto di Interculura quando in classe è presente un bambino straniero che mantiene nel suo contesto familiare le tradizioni, gli usi e la lingua del Paese di origine, ma non può averlo per un bambino adottato, che verrebbe riportato erroneamente in un contesto che non è più il suo e che non c'è motivo di valorizzare.
Le Linee Guida inoltre ci indirizzano verso l'importanza che in ogni Istituto scolastico sia presente un insegnante referente per l'adozione, formato sul tema, che possa essere da trait d'union con la famiglia. È importante che Scuola, famiglia e specialisti lavorino insieme, in sinergia a favore del benessere emotivo, relazionale e scolastico del bambino.


Raffaella Russo, psicologa clinica, psicoterapeuta S.P.I.G.A., conduttrice di gruppi di sostegno alla genitorialità adottiva


In allegato le Linee di indirizzo per favorire il diritto allo studio degli alunni adottati
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