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n. 81 marzo 2018
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Problem posing, problem solving
Il diario cognitivo di un insegnante di sostegno
di Silvaggi Lorenzo - Formazione
Durante la prima lezione del corso "Interventi psico-educativi e didattici con disturbi relazionali", tenutosi presso l'Ateneo di Roma 4, ho manifestato la speranza che l'esperienza mi aiutasse a sviluppare le competenze come insegnante di sostegno, soprattutto per quanto riguarda la gestione della classe vista come insieme complesso di relazioni umane.
In effetti così è stato, anche se le lezioni hanno seguito un approccio diverso da quello "lineare" a cui sono abituato.
Per descrivere in maniera dettagliata quanto acquisito dal corso, è utile partire da una riflessione circa il mio stile relazionale (quindi anche di insegnamento e apprendimento): credo di essere una persona abbastanza aperta, con buone capacità di ascolto ed empatiche (verso colleghi, studenti etc.), tuttavia ho una certa reticenza nell'espressione diretta, verbale, di sentimenti o stati interiori, che trovo talvolta retorica e "ritagliata" per l'interlocutore.
Viceversa, spontaneamente tendo ad esprimermi riguardo ad argomenti o problemi in maniera molto tecnica, facendo riferimento alle teorie che studio e, se trovo convincenti, assimilo.
Inoltre tendo a dare molta importanza al "problem posing", non tanto inteso come lamentazione, ma come primo passo verso il "problem solving".
Per molti versi, insomma, ho un approccio "istintivamente" opposto a quello proposto dalla docente del corso, particolarmente attento all'espressione dell'interiorità e a sostenere uno stato emotivo positivo, cosa che all'inizio mi ha dato qualche preoccupazione.
Per fortuna, come anticipato, anche grazie all'atteggiamento effettivamente aperto ed inclusivo della docente, la diversità non si è trasformata in un ostacolo: viceversa, durante le lezioni ho avuto l'occasione di esaminare la realtà da un punto di vista diverso rispetto a quello a cui sono abituato.
Anche se non ha sostituito le mie modalità di interazione con il prossimo, il cambio di prospettiva mi ha aiutato a riflettere in maniera nuova e produttiva su gran parte degli argomenti trattati.
In particolare, ciò è stato possibile perché le lezioni si sono basate su un'osservazione partecipante: non abbiamo "memorizzato" i metodi trattati ma li abbiamo messi in pratica, osservando così dall'interno le dinamiche che proporremo ai nostri alunni e riflettendo su di esse in maniera collaborativa, stimolati dall'insegnante tramite un approccio maieutico.
Durante la prima lezione ho sperimentato la costruzione condivisa di un contesto comunicativo e di ricerca, un'operazione che ho poi potuto meglio interpretare alla luce di quanto abbiamo discusso negli incontri successivi sulle regole: possono divenire strumenti facilitatori solo se nascono da un processo di condivisione.
La regola dell' "e" e quella dello "stare sul positivo" non mi hanno convinto inizialmente, anche se poi ho trovato il racconto dei successi narrati dai colleghi un ottimo metodo per acquisire nuove conoscenze e prospettive: ho visto come fosse possibile riconsiderare i miei "problemi" a partire dalle "soluzioni" che i compagni proponevano, invece di fare il percorso inverso.
Ho trovato molto utili anche le riflessioni sull'autovalutazione, che tendevo a pensare come un processo accessorio rispetto al giudizio del docente: in effetti grazie all'analisi degli articoli e alla discussione successiva ho potuto coglierne l'importante valenza pedagogica, soprattutto per sostenere l'autostima e la motivazione dei ragazzi.
Un discorso analogo si può fare per il metodo: ho sempre un grande entusiasmo nel voler trasmettere la "maniera giusta" di agire; ad esempio con il ragazzo che sto seguendo in questo momento nelle materie scientifiche insisto sempre perché capisca il procedimento.
Tuttavia, anche a seguito della discussione sul metodo, mi sto accorgendo che spesso questo entusiasmo non mi permette di vedere le maniere altrettanto giuste, o forse "meno giuste" ma più appropriate ed efficaci per un determinato ragazzo/a in un determinato momento.
Alcune volte va bene anche imparare un procedimento a memoria, in modo da sentirsi più sicuri ed efficaci, magari poi si arriva ad una comprensione più elastica qualche tempo dopo, anche in maniera inaspettata.

Nel complesso, se dovessi riassumere in pochi punti quanto ho appreso tramite il corso, menzionerei tre aspetti principali: le lezioni mi hanno aiutato a fare esperienza di dinamiche e metodi che caratterizzano il nostro lavoro "dall'interno", quindi a rilevarne anche l'impatto emotivo, a comprendere, attivare processi collaborativi di riflessione con i colleghi su strategie e problemi a partire dal fattibile e dal positivo e a capire meglio l'importanza della dimensione affettiva e motivazionale sia nei processi di apprendimento che in quelli di insegnamento.
In merito a quest'ultimo punto, ho compreso come fretta e pregiudizi ci portino spesso ad errori (regole preventive, giudizi sulla persona, decisioni riguardo a quello che uno studente può fare o meno etc.) che possono avere un impatto estremamente negativo per la motivazione e l'autostima dei ragazzi/e.
È necessario conoscere approfonditamente lo studente ed il suo vissuto per far emergere punti di forza e possibilità, per aiutarlo a proiettare una visione di sé ed un futuro positivi.
In alcuni casi questo lavoro non è facile, tuttavia solo stabilendo un contatto umano significativo possiamo porre le basi per un qualsivoglia intervento didattico.
Credo quindi di aver capito meglio il lavoro di empowerment collettivo (fatto di riflessione e confronto aperto con colleghi, operatori, genitori...) da portare avanti anche per sostenere la mia motivazione come docente di sostegno.


Lorenzo Silvaggi, docente di sostegno, Liceo "Giordano Bruno", Roma
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