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n.82 aprile 2018
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Dalle "scuole speciali" ad una scuola speciale
Una storia di umanità e professionalità
di Pettinari Francesco - Inclusione Scolastica
Roberta, docente di sostegno, non vedente.
La legge 517 del '77 ha segnato nella sua vita un prima e un dopo: il prima delle scuole elementari frequentate nell'Istituto speciale per ciechi "Augusto Romagnoli" di Roma e il dopo delle scuole medie e superiori nelle classi comuni.
Un passaggio brusco, repentino, dall'oggi al domani.
"Al Romagnoli c'è stato il primo vero e duro confronto con la disabilità, ma lì dentro eravamo tutti alla pari" mi dice. Ricorda una situazione molto protetta, in cui gli insegnanti erano preparati ed esperti nell'affrontare la disabilità e offrivano agli alunni tutti gli strumenti e le competenze di cui avevano bisogno. Roberta non faceva parte del convitto, frequentava le lezioni e aveva la fortuna di tornare a casa la sera dai suoi, al contrario di molti ragazzi non vedenti che nell'Istituto, invece, ci vivevano. La mancanza della famiglia si avvertiva molto, anche se con diverse gradualità: c'era chi poteva tornare dai genitori nei fine settimana, chi per la lontananza soltanto a Natale e per le vacanze estive, oppure c'era chi riceveva ogni settimana la visita dei genitori nell'Istituto, il tempo di un gelato magari. Diverse sfumature di mancanze, di vuoto, di malinconie, penso mentre la ascolto e mentre scombina le mie aspettative, l'immagine mentale tra il romanzato e lo stereotipato che mi sono fatto degli Istituti speciali. Tanto più quando sintetizza così la sua esperienza nella scuola speciale: "Là dentro nel nostro essere 'diversi' ci sentivamo 'normali'".
E già, perché diversa, Roberta, si è invece sentita nella scuola comune, quando i genitori, spinti dalla legge 517 e da necessità economiche, decisero di tirarla fuori dal Romagnoli e di iscriverla alla scuola pubblica del quartiere. E' lì che Roberta si sente, forse per la prima volta con consapevolezza, "la" diversa, senza insegnante di sostegno e senza assistente alla comunicazione, sola. La legge, infatti, prevedeva la presenza dell'insegnante di sostegno, ma nella realtà, prima che queste figure entrassero a sistema, ne passò molto di tempo. Chi era l'insegnante di sostegno? Cosa doveva fare? Qual era il suo ruolo? Come si diventava insegnante di sostegno?
Sono domande oggi per noi scontate, ma allora erano ancora in fase di elaborazione, quando questi nuovi ruoli e compiti andavano definiti e sperimentati all'interno della scuola.
"Molti docenti erano ben disposti e pronti ad accogliermi" -ricorda- "altri meno, tutti erano però obiettivamente impreparati di fronte alla disabilità". Fu una fusione a freddo, improvvisa, non preparata, qualche anno dopo l'avrebbero definito addirittura un "inserimento selvaggio".
Fummo coraggiosi o imprudenti? Idealisti o buonisti?
Roberta passa così nella scuola comune, anni di intenso studio, col supporto della mamma e di tanto impegno, fatica, abnegazione. Non c'erano direttive da parte dello Stato, nessuna rete di aiuto né tra le scuole né tra le famiglie, persino l'Unione Italiana Ciechi non sapeva bene cosa fare, come sostenere o accompagnare gli alunni e le alunne che per la prima volta entravano nella scuola comune: era un po' tutto all'arrembaggio.
Roberta nel frattempo non era più alla pari con gli altri, ora toccava soltanto a lei dimostrare ogni giorno di sapere e di poter fare, nonostante la disabilità. "L'Istituto speciale una cosa te la dava sicuramente: le competenze per poter vivere in autonomia una vita al di fuori, cosa che spesso la scuola oggi non dà, o non sempre riesce a dare. E poi il confronto con gli altri non vedenti è importantissimo, perché bisogna sentirsi capaci per poi poter osare".
Il riscatto per lei arriva dopo le scuole superiori, quando si iscrive al corso biennale di specializzazione dell'Istituto Romagnoli, tra persone adulte che avevano scelto di diventare educatori delle persone con disabilità visiva.
Qui Roberta si trova molto bene e ne esce rafforzata sia da un punto di vista umano che dal punto di vista delle competenze. Da come ne parla capisco che questa esperienza rappresenti per lei un punto di svolta, l'ingresso nella vita adulta, la possibilità di immaginare una propria vita autonoma.
Ora è finalmente lei che può insegnare, che può aiutare, che può lavorare per gli altri. Di scuola in scuola, di anno in anno, Roberta diventa così docente di sostegno prima nelle scuole elementari e poi nella scuola secondaria di primo grado dell'Istituto Vivaio di Milano dove attualmente insegna.
La sua storia passa proprio attraverso la storia dell'integrazione della scuola italiana, prima da alunna di una scuola speciale, poi agli esordi dell'inserimento degli alunni con disabilità nella scuola di tutti, infine come docente di sostegno.
L'inclusione oggi per Roberta non è un qualcosa di generalizzabile, non riguarda tutte le scuole e non riguarda tutta l'Italia. Ci sono scuole, contesti, alunni, docenti grazie ai quali funziona e altri casi in cui siamo lontani anni luce. "Qualcosa è stato fatto" -ammette- "ma molto ancora c'è da fare per costruire un sistema scuola veramente inclusivo. Ancora c'è troppa delega sull'insegnante di sostegno, non si è ancora capito che l'alunno con disabilità è un alunno della classe, non il mio alunno. Non solo, ancora devo sentire, proprio nella mia scuola, docenti che mi dicono quanto sia bello il laboratorio Braille a patto che non capiti nelle loro ore!" . Roberta sostiene che "ogni caso è un caso singolo, soggettivo. Alla base è importante che ci sia un docente di sostegno con una forte disposizione e motivazione personale e i docente curricolari dovrebbero essere più formati sull'inclusione, poi a volte funziona molte altre volte no".
Roberta sprona ad essere più concreti, più onesti, a dirci le cose così come stanno, come nel caso degli alunni con gravi disabilità "appoggiati" nelle classi, ma non realmente integrati. E' d'accordo con quanto diceva Augusto Romagnoli, primo tiflopedagogista in Italia, il quale auspicava una graduale integrazione degli alunni non vedenti a partire dalla quarta elementare, una sorta di integrazione parallela.
Scuote, con le sue parole, anche le persone con disabilità che devono aver voglia di esporsi e di chiedere i loro diritti, ma non di pretendere sempre in virtù della disabilità. "E' un rischio che corriamo quello di volere tutto e subito" - mi confessa - "senza partecipare e impegnarci in prima persona, quasi come fosse tutto dovuto come forma di riscatto per la disabilità". "E poi" - mi fa alla fine della chiacchierata con una di quelle frasi che restano dentro- "dobbiamo saper sorridere, portare la disabilità con una certa leggerezza, che non vuol dire sottovalutare il fatto che un peso ci sia".
Una sorta di sotterraneo ecosistema carsico è quello che ho in mente dopo aver parlato con Roberta. L'inclusione nella scuola italiana mi sembra come un insieme di esili fiumi sotterranei non connessi tra loro, nascosti, piccole realtà sottotraccia che non fanno sistema, e che scorrono, quando scorrono, indipendenti l'uno dall'altro.
E se provassimo a unirli questi fiumi carsici, a farli incontrare all'esterno, a farli emergere alla foce in unico canale, in un largo e promettente estuario?


Francesco Pettinari, docente scuola secondaria di primo grado dell' IC "Domenico Purificato", Roma
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