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n.82 aprile 2018
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Oggi è il giorno:26 Aprile 2018 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
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La scuola: agenzia formativa o di servizio?
Attori e ruoli nell'educazione odierna
di Lilla Claudia Patrizia - Orizzonte scuola
immagine tratta dal sito www.solotablet.it
immagine tratta dal sito www.solotablet.it
La mia non vuole essere una disamina di natura sociologica ma una semplice riflessione su un mutamento in corso. È cambiato il ruolo della donna, è cambiato il modello di famiglia, sta cambiando il concetto di educazione e di conseguenza la funzione della scuola. Stiamo assistendo ad una profonda trasformazione sociale e non possiamo far altro che prendere atto della direzione perché mi sembra che il traguardo finale non sia ancora del tutto chiaro.
I fatti di cronaca testimoniano un disallineamento tra le due principali agenzie educative, l'istituzione scolastica e quella familiare. Da docente che vive nel quotidiano la faticosa ricerca di un'alleanza con i genitori dei propri alunni, convinta che solo la corresponsabilità permetta di concertare azioni educative efficaci, mi chiedo in cosa abbiamo sbagliato, quando abbiamo smesso di essere un riferimento e siamo diventati un "servizio"?
Il patto educativo condiviso da scuola e famiglia mi sembra sia venuto meno. Finché questa alleanza ha funzionato il sistema si è dimostrato valido. Il problema è che negli ultimi due decenni, per una serie di variabili sociologiche, la famiglia è venuta trasformandosi, gli psicologi parlano di "famiglia affettiva". I figli tendono ad essere unici, lungamente attesi a causa delle esigenze professionali, proiettati in un mondo complesso e difficile, da qui l'atteggiamento di iperprotezione dei genitori, che tendono a privarli di regole e responsabilità, il più a lungo possibile per garantirgli un riparo dalla severità della vita.
All'ingresso nell'istituzione scolastica le ansie dell'adulto che lascia per la prima volta il bambino si traducono in una delega, spesso totale. Una cosa che mi sento dire spesso è che sono felici di affidarmi il proprio figlio perché non sanno gestirlo e da quel momento ci penserò io docente a "metterlo in riga". Insegno in una scuola dell'infanzia e i miei scontri con la componente genitoriale si limitano di solito al ruolo della regola nel sottolineare l'importanza della continuità educativa, regola che non ha solo una funzione sociale ma a questa età è legata anche al contenimento emotivo, fondamentale per una serena esplorazione del mondo. In genere non ho difficoltà a creare l'alleanza ma ciò implica un lavoro costante e soprattutto la presa in carico e la cura dell'intero nucleo familiare, non solo del minore.
Da questa consapevolezza è partita la riflessione a voce alta che state leggendo. L'osservazione sistematica delle dinamiche e l'attenzione all'individuo sono strumenti che applico nella pratica quotidiana, ogni qualvolta un genitore varchi la soglia della mia aula. Io sono fortunata, ho modo e tempo per dedicarmi al "governo" delle relazioni, le mie possibilità d'ingaggio non sono mutate nel tempo. Mi chiedo però come questo sia possibile negli altri gradi scolastici. Già nella primaria si richiede agli alunni di recarsi autonomamente a scuola, c'è un servizio comunale di trasporto che si occupa di questo. Ai colloqui con l'insegnante rubati sulla porta si sono sostituiti efficienti registri elettronici, la didattica digitale permette all'alunno di gestirsi senza necessitare di aiuti, d'altra parte i genitori che lavorano non hanno molto tempo da dedicare ai compiti e i nonni, risorsa fondamentale, spesso non hanno le conoscenze per approcciare i nuovi media o utilizzare i device richiesti. Sia ben chiaro che non sto criticando le nuove metodologie, fondamentali per portare all'interno dell'istituzione formativa quelle competenze che finora si sono costruite all'esterno ma divenute ora imprescindibili per gestire la complessità della realtà odierna. Mi sto solo chiedendo se il nuovo sistema che andiamo edificando non stia perdendo di vista la relazione "umana" che si costruiva con il contatto tra docente e genitore, fondamentale per creare la fiducia alla base del patto educativo. E, ancora, se questa richiesta di autonomia che il mondo adulto fa non sia eccessiva.
Il tempo scuola nell'infanzia e nella primaria è spesso di 40 ore settimanali, ben superiore a quello della secondaria, dove forse sarebbe più opportuno, con le adeguate infrastrutture a disposizione per i ragazzi. Ma è giusto chiedere a dei bambini un simile impegno, proprio nella fascia evolutiva in cui la famiglia deve essere più presente ed attenta ai lori bisogni? E dopo otto ore di scuola ci sono le altre attività! Le richieste del MIUR ci parlano chiaramente di una scuola di "servizio" per sostenere le famiglie nell'arco dell'intera giornata, adesso anche in estate, nella cura dei minori.
Mi sembra che questa politica non sia pienamente rispettosa della natura e del ruolo dell'infanzia e depauperi il "peso" dell'agenzia scolastica agli occhi dei genitori, che, dopo aver delegato, pretendono prestazioni rispondenti alle loro aspettative, che non contemplano ovviamente situazioni problematiche, pena critiche severe se non addirittura "violente" ai suoi "operatori". Quale la soluzione? L'utopia di una classe intellettuale che si prenda cura dei modelli educativi familiari ormai decaduti e di uno Stato che risollevi lo status sociale del docente per ridare credibilità al suo ruolo? Ai posteri l'ardua sentenza...io resto con i miei dubbi e le mie domande.


Lilla Claudia Patrizia, docente della scuola dell'Infanzia dell'IC "Anzio I"
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