Torna nella homepage
 
n. 84 giugno 2018
Registrata presso il:Tribunale di Roma n. 63/2010 del 24/02/2010
Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno:17 Luglio 2018 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
Articolo 'Crisi delle relazioni. tra gio... >>>
SysForm Editore - editoria digitale per il mondo della scuola e della formazione
Sysform Ente di Formazione accreditato dal MIUR
  Pag Argomento
HomePage   HomePage

Ricerca avanzata >>>
Crisi delle relazioni. tra giovani e adulti e delle Istituzioni
Etica e modelli nelle società del nuovo millennio
di Presutti Serenella - Long Life Learning
Tratta da
Tratta da "The colours of coaching"
L'anno scolastico è terminato da pochi giorni; è stato difficile e attraversato da molte e diverse problematiche di cui mi sono dovuta occupare come Dirigente scolastico, per interesse personale e professionale e per motivazione al miglioramento. La situazione che mi ha offerto un'importante possibilità di confronto e rielaborazione di pensieri è stata senza dubbio la frequenza del Master di secondo livello "Insegnare l'Europa", presso l'Università "La Sapienza" di Roma, che riporto qui per condividerlo in questo ultimo articolo dell'anno della rivista.

I motivi della scelta di iscrivermi e frequentare questo percorso di formazione sono stati anche i contenuti dello stesso Master: "conoscere e comprendere il ruolo delle Istituzioni Europee per aggiornare e approfondire le conoscenze curriculari e pedagogiche richieste dalla Commissione Europea, per il raggiungimento degli obiettivi UE 2020 ed essere in grado di rispondere alle esigenze più innovative del sistema scolastico europeo, acquisendo specifiche competenze relative a percorsi formativi improntati alla padronanza delle principali politiche educative e all'innovazione didattica in ambito europeo"(tratto dalla presentazione del master).
In particolare, ho trovato molto importante approfondire i caratteri distintivi del cambiamento politico e sociale molto repentino che si è presentato nelle società occidentali, all'indomani delle crisi economiche del primo decennio del nuovo millennio, ma non sufficienti da sole a spiegare le profonde modifiche del tessuto socio-culturale che viviamo, segnate dal divario tra giovani e adulti, sempre più largo.
Il lavoro finale per il conseguimento del titolo mi ha offerto interessanti e utilissime opportunità di approfondimento per la mia professione per questo ultimo aspetto, di cui riporto una breve sintesi sui temi delle relazioni intergenerazionali:

"Tra gioventù e vecchiaia esiste una simmetria inversa: i giovani hanno poco passato alle spalle e tanto futuro davanti; i vecchi, al contrario, hanno tanto passato alle spalle e poco futuro davanti..." (così in premessa scrive Remo Bodei, professore emerito di Filosofia all'Università di Pisa, in un interessante saggio del 2014 (Generazioni, età della vita, età delle cose); se vogliamo riferirci alle tradizionali divisioni della vita umana, ancora prevale l'articolazione in giovinezza, maturità e vecchiaia. Questa distinzione tra le età della vita umana risale ad Aristotele nella sua opera "Retorica", e ciò è un elemento di paragone, se consideriamo l'immutabilità che ha conservato questa tesi per secoli.

Le cose sono di gran lunga mutate allo stato attuale e l'infanzia si è ulteriormente allungata nel tempo in molti Paesi (soprattutto occidentali) e alle nuove generazioni è stato chiesto di non crescere troppo; ogni bambino deve rimanere il bambino, una sorta di bambolotto infrangibile...
L'adolescenza, nonostante sia considerata l'età più incerta di tutte, si protrae come anche la giovinezza e insieme invadono progressivamente lo spazio dell'età adulta; sebbene in molti Paesi nel mondo il tasso di mortalità infantile sia alto, la vecchiaia diventa dunque di conseguenza una età bis, potenzialmente produttiva, fatte salve le condizioni di salute dei singoli individui. Infatti con il protrarsi dell'età adulta, le società fanno i conti con la maggiore diffusione delle malattie degenerative e proprie dell'invecchiamento.

Molto interessante, per volgere uno sguardo critico e trasversale sulle nuove relazioni sociali, è l'analisi che il Prof. Bodei offre alla nostra riflessione attraversando tesi della Filosofia, della storia e delle connessioni psico-sociali che legano le Generazioni vissute nel XX e trasmigrate nel XXI secolo.
Il significato di generazione cambia in modo sostanziale, dall'accezione biologica e dalla distanza temporale oggettiva tra genitori e figli (significato primario assunto nel procedere lento delle società e delle culture di riferimento per secoli) al senso più specificamente sociologico, come insieme di coetanei che condividono determinate esperienze storiche.
Questo ultimo significato è stato prioritario nell'influenzare il sentire comune e nell'esprimere le appartenenze, i giudizi e le opinioni generazionali. "La distanza storica tra le generazioni-in quanto percezione della loro continuità o discontinuità- è però segnata da altri molteplici fattori. Il principale è la frattura delle rispettive esperienze, che si manifestano soprattutto nel momento in cui i padri divennero incapaci di concepire per i loro figli ogni altro futuro che non fosse quello delle loro vite passate".
C'è da dire (osserva Bodei) che le generazioni più recenti sono state classificate da sociologi e storici secondo categorie non sempre così fortemente pertinenti; per cui nel XX Secolo, abbiamo visto il passaggio significativo e inequivocabile delle generazioni tra le due guerre, cosiddette "eroiche" e ad altre classificazioni che hanno registrato man mano con lo scorrere sempre più veloce, se non convulso, dei cambiamenti sociali, classificazioni molto spesso se non arbitrarie, sicuramente riduttive ed opinabili.
Dagli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo fino all'alba del nuovo millennio, siamo stati testimoni del passaggio di molteplici classificazioni delle generazioni che si succedevano di decennio in decennio, che cercavano di descrivere fenomeni sociali inediti e sconosciuti nel passato, soprattutto seguendo modalità temporali di accelerazione con le quali i giovani di turno si esprimevano.
I "Baby boomers", i figli del dopoguerra, furono sicuramente i primi e in numero massiccio a demarcare confini e differenze nette con le generazioni precedenti, assumendo un ruolo significativo nei cambiamenti sociali, fino ad influenzare con le proprie scelte le espressioni culturali più importanti, come la musica, l'abbigliamento e la foggia dei capelli.
Per la prima volta, dopo secoli di immutate dinamiche riguardo alla centralità dell'influenza sociale dei padri sui figli, delle generazioni precedenti su quelle più giovani, in modo significativo le opinioni e i comportamenti dei giovani diventano interessanti, fino ad orientare addirittura i mercati e i conseguenti consumi.
Il vero potere si sposta progressivamente dalla parola, scritta e orale, alla forza dell'immagine, alla comunicazione dei mass-media; questi processi si erano già innescati negli Stati Uniti mentre l'Europa era in guerra e studiosi come Mashall McLuhan avevano studiato gli effetti dei cambiamenti dalla Galassia Gutenberg alla Comunicazione massmediatica, in particolare il linguaggio televisivo e la definizione molto più evidente di un immaginario collettivo dei consumi. Il desiderio del possesso di oggetti, di frequentare particolari luoghi e persone contraddistingue sempre di più i giovani dai vecchi; chi è in auge e riconoscibile come modello e chi è destinato all'anonimato e al disconoscimento sociale.
Le differenze tra i gruppi sociali e gruppi politici diventano anch'esse interessanti per i mercati, sempre più attenti ad impossessarne e a trasformarle in oggetti di consumo.
Ma i "Baby boomers" sono anche la generazione dei giovani che si prendono in carico la responsabilità del cambiamento, del ruolo scomodo del dissenso e dell'opposizione: i giovani engagé del maggio francese, di cui quest'anno si celebra il cinquantennio, accesero la miccia della rivolta contro l'ordine costituito e dato per scontato dei modelli culturali (borghesi) dei padri; non è tra gli obiettivi di questo lavoro approfondire gli aspetti politici dei fenomeni, che lasceremo consapevolmente sullo sfondo, ma i giovani del '68 lasciarono un'impronta indelebile nella storia socio-politica europea e più generalmente occidentale, tanto da non essere ancora stati superati ad oggi nelle dimensioni che acquisirono i significati di quanto accadde allora.
Dieci anni dopo, la Generazione X (così viene definito il gruppo dei giovani britannici seguaci del punk dell'epoca, meno numerosi della generazione che li precede) vive però trasformazioni epocali: la fine del colonialismo, la guerra fredda, la dissoluzione dell'Impero sovietico e la contrastata egemonia degli Stati Uniti.
Si delineano progressivamente comportamenti nichilisti, di chi sta rinunciando a sperare nei cambiamenti, con la convinzione sempre più forte di rappresentare una generazione perduta; ma il senso della "perdita" diventa molto più presente e significativo nelle generazioni che seguiranno, fino ad arrivare ai Millennias che sperimenteranno gli effetti incalzanti ed inarrestabili dei processi di globalizzazione, fino alla trasformazione profonda dell'economia egemonica dell'Occidente, alla trasformazione del Lavoro e alla "scomparsa" del Futuro. Il sentimento comune più diffuso è la paura del domani, tanto vale quindi rimanere giovani; forever young diventa uno slogan condiviso a livello globale, essere giovani per sempre il desiderio massimo e il bisogno irrinunciabile di uomini e donne che superano i venti/ trenta anni.
Tutto questo segna anche l'inizio della grande crisi e l'epoca delle "passioni tristi" (BENASAYAG M., SCHMIT G., L'epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2013.), cioè sentimenti non meglio definiti se non sotto la grande famiglia delle nuove nevrosi e disagi giovanili, oggetto di studio e di ricerca di moltissimi filosofi, psicologi, sociologi e neuropsichiatri.
In cosa consiste questa crisi? Cosa accade quando il futuro da promessa si trasforma in minaccia?
Il Nichilismo, come affermato da Nietzsche, nasce con "la morte di Dio" e in seguito anche dei suoi "eredi", la Scienza e il Progresso; l'ottimismo teologico, con l'avanzare della ricerca e delle scoperte scientifiche, ha lasciato progressivamente il passo alla fiducia riposta nel progresso scientifico, somma credenza laica, ma giunti agli anni vissuti dai Millennias scompare anche questa forma di credenza umana. Dall'estrema positività si giunge ad una estrema negatività, legata alla mancate promesse della scienza e della tecnica.

Il progressivo avanzare della conoscenza e della consapevolezza del reale non apre le porte alla felicità né disegna un futuro di grandi speranze; anzi sembra avanzare una sorta di speculare e pericolosa ignoranza, che "rende incapaci di far fronte alla nostra infelicità e ai problemi che ci inquietano e che paurosamente ruotano intorno all' assenza di senso" (GALIMBERTI U., L'ospite inquietante, Feltrinelli, Milano, 2007, cap.2).
La mancanza di un Futuro influisce sul desiderio e la motivazione nel Presente; Galimberti (op.cit) osserva che i ragazzi in età di adolescenza, in particolare, in questa situazione psico-sociale, si rifugiano nel presente considerata l'assenza di prospettive, e per ottenere gratificazioni immediate e consolatorie. Questi adolescenti rischiano di oltrepassare la fase del narcisismo, necessaria alla crescita personale equilibrata per saltare la fase di oggettivazione e riconoscimento dell'altro da sé, fondamentale per lo sviluppo della socialità e delle competenze relazionali e sociali.

Sono profondamente convinta che si debba studiare ed osservare la dimensione dell'adolescenza, particolarmente critica per l'esercizio del lavoro di insegnante e di educatore dei nostri tempi, per sviluppare competenze nuove e rinnovate, necessarie ad affrontare problemi della "crisi generazionale" da altre prospettive e punti di vista. Lo sguardo critico sulla storia collettiva e sulle vicissitudini individuali può diventare una lente di ingrandimento dei particolari che sfuggono alle nostre azioni quotidiane, sommerse e confuse dalle routine e dalle ansie da prestazione che sempre più sta caratterizzando percorsi ed obiettivi.
Rischiamo di perdere di vista le relazioni e le connessioni reali tra le persone, accontentandoci di quelle virtuali.
Credo che ci sia un'emergenza "educazione" che si debba imporre in tutte le agende politiche e le road maps nazionali ed internazionali, affinché questa attenzione si anteponga ad altre e diventi la nostra priorità.
Non perdiamoci di vista e non frammentiamo le nostre forze.


Serenella Presutti Dirigente scolastico dell'I.C. "via Padre Semeria" di Roma, Reggente dell'I.C. "Poggiali -Spizzichino" di Roma, psicopedagogista e counsellor
Aggiungi un commento
Sono presenti 0 commenti Visualizza tutti i commenti
Bookmark and Share

Stampa Articolo Stampa articolo
Invia una opinione sull'articolo
 

G.T. Engine Powerd by Sysform Roma Via Monte Manno 23 -Roma- Web Content Manager Maurizio Scarabotti

Valid HTML 4.01 Transitional