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n. 84 giugno 2018
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Oggi è il giorno:26 Settembre 2018 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
Articolo 'Definirsi insieme'  >>>
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Definirsi insieme
Creare e dare forma alla vera Intercultura
di Miduri Maria Chiara - Intercultura
Immagine tratta da notiziario.acdmae.it
Immagine tratta da notiziario.acdmae.it
Se è vero che gli incontri più autentici e "veri" sono quelli casuali e spontanei, a volte occorre che l'incontro con l'Altro sia pianificato, organizzato e strutturato - esattamente come si fa durante una consapevolezza che sarà l'incontro stesso a guidare i nostri passi e probabilmente a cambiare e stravolgere ogni scaletta e ogni traccia pensata.

Questo preambolo non è il cuore della regola d'oro di soli ricercatori navigati, ma reca in sé un concetto molto importante che si può trasmettere anche a bambini di sei-sette anni, come mi è capitato di fare in un laboratorio pomeridiano sperimentale sul tema dell'etnografia per bambini.
Il concetto centrale di una certa ricerca etnografica è profondo e pragmatico: non si entra nella vita degli altri né nello spazio degli altri con forza o prepotenza, ma la conoscenza reciproca è una scelta, un'opportunità, un'occasione e soprattutto un percorso non predeterminato che si definisce insieme attraverso il dialogo, la conoscenza, la condivisione e la reciproca disponibilità. Incontrare qualsiasi persona al di fuori di noi stessi, del nostro spazio vitale, chiama in gioco le regole del rispetto, del vivere insieme, del condividere o non condividere un linguaggio ed è un atto di volontà che deve essere reciproco per dirsi riuscito. Non c'è incontro senza volontà, né vi è comunicazione e ancor meno inter-comunicazione.

Da anni promuovo e sostengo l'idea che si debba superare una visione relativistica dell'Intercultura <<targata esotismo>> per tornare alla dimensione autentica dell'intercomunicazione umana: vale a dire qualsiasi forma di comunicazione e scambio tra due o più esseri umani in uno stesso spazio (prevalentemente reale ma che oggi assume sempre più contorni virtuali di espansione sociologica). Di Intercultura si parla tanto, forse troppo e con toni non sempre allineati. Si argomenta un tema reclamandone il dominio, come se fosse un'esclusiva di territorio, di contesto, di vocazione sociale. No. L'Intercultura propriamente intesa è l'incontro tra esseri umani unici nel quotidiano: persone che non devono per forza parlare una lingua diversa, credere in un dio diverso, essere giunti fino a qui, fino "al Noi" attraverso viaggi faticosi e pericolosi. O almeno, non solo. L'Intercultura è un continuum di sfumature di risorse.
Quando l'etnografo - e non di meno i bambini in questo ruolo e veste - parte per il suo campo per fare le interviste, le foto, le registrazioni ha in mente che sarà lui/lei a fare le domande e ne deve fare pure tante. Ma quello su cui ho sempre amato riflettere e portare l'attenzione è che in fondo chi dice che all'etnografo debba importare della vita altrui più o meno di quanto all'Altro che ci incontra non possa importare di più o di meno della nostra vita. Se lo scenario si ribaltasse, come si reagisce? Veniamo meno al nostro compito e al nostro obiettivo? Assolutamente no, anzi. Con il piccolo gruppo di etnografi in erba questo discorso è diventato il mantra della curiosità e ha aperto le porte dell'empatia nella dimensione del vero. Se non si segue più il copione si sta facendo il vero lavoro di conoscenza. Solo gettando la maschera della "curiosità verso l'Altro" si è pronti a vivere l'incontro autentico "con l'Altro": insieme.
Ai bambini va fatta riconoscere l'Intercultura nel quotidiano di chiunque si incontri, con chiunque si parli, nella differenza delle vite che ciascuno di noi ha vissuto e si costruisce. Solo una volta fatto ciò, solo una volta riconosciuto l'altro per quello che è realmente rispetto al sé, le differenze culturali, linguistiche o religiose verranno anch'esse ridefinite come un aspetto dell'interculturalità, ma non più la differenza per antonomasia, quella che con troppe parole dipingiamo e definiamo senza lasciarla parlare e autodefinirsi. E così, durante le uscite sul campo per incontrare gli interlocutori, ho spesso invitato i piccoli etnografi ad ascoltare il silenzio e rendersene partecipi. Gli etnografi hanno l'ossessione delle parole, ma il linguaggio è fatto anche di pause e momenti in cui non sj proferisce sillaba. Il silenzio contiene ogni possibilità espressiva: è un momento incantato. Il silenzio è l'attesa, lo spazio vivibile, il terreno fertile.
Nell'Intercultura spesso il silenzio si colma con un sorriso e il non-verbale esaurisce ogni possibilità di espressione concentrando e liberando allo stesso tempo, in una contrazione muscolare, le infinite possibilità neurolinguistiche di comunicazione. Il non-verbale, non a caso, resta più impresso nella memoria umana e da solo è simbolo di intere relazioni che si sono sviluppate in pochi attimi. Dietro un sorriso si nascondono tante domande e altrettante risposte. Nelle basi del linguaggio umano è con il sorriso che l'imitazione a specchio permette di entrare in connessione con l'Altro molto più che attraverso un corrispondente o un traducente verbale: "ciao-ciao", "tutto bene-tutto bene", "sì-sì/no-no". Paradossalmente, le "interviste" più importanti sul campo sono state quelle che il registratore non ha raccolto. Perché? Perché ci ha obbligati a fare memoria dell'incontro, a ricostruirlo nei suoi più dettagliati particolari e ad elicitarne aspetti comunicativi, inter-comunicativi e visivi che non sarebbe ricerca di campo etnografica. Ci si prepara non per risultare meno autentici, ma per avere un'idea chiara del perché si incontra l'Altro con la stato possibile recuperare approfonditamente se il registratore avesse fatto il suo lavoro. Quello strumento meccanico avrebbe catturato la nostra attenzione e non la persona con cui stavamo parlando, non il suo sguardo, probabilmente nemmeno la sua storia o il luogo in cui si trovava. E così sarebbe avvenuto anche dopo, nel momento dell'analisi ex post. E invece la magia del definirsi insieme è il riconoscere il ruolo che ciascuno degli interlocutori ha come co-protagonista di un incontro umano, anzi: inter-umano.


Maria Chiara Miduri, Antropologa linguista e cognitiva, Centro di Ricerca Applicata MOSAICO, Torino
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