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n. 84 giugno 2018
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Stare fermi per agire
Il valore dell'attesa nell'insegnamento
di Lilla Claudia Patrizia - Long Life Learning
Immagine tratta da amoreinfumetti.blogspot.com
Immagine tratta da amoreinfumetti.blogspot.com
"Attendere" deriva dalla parola composta latina "ad-tendere" che vuol dire "volgere a un termine, aspirare, mirare", implica quindi una tensione verso qualcosa. Non si pensa mai al valore assoluto dell'attesa, giornate piene di impegni e frenetiche corse rendono l'aspettare l'anticamera della noia e del disagio, impedendo di cogliere il potere creativo di questo "atto", racchiuso nella sua capacità di lasciare uno spazio vuoto, dove può germogliare il seme della scoperta. Attendere per la maggior parte delle persone equivale ad una mancanza di azione, in realtà può essere una scelta che implica una chiara predisposizione ad agire. Quanta fatica c'è nell'automonitoraggio e nell'autocontenimento emotivo che sottendono un'attesa voluta, nell'osservazione che accompagna la valutazione che struttura la decisione di avvalersi di tale opzione, nella riflessione che la precede o segue.
Aspettare dunque non vuole dire solamente restare "fermi" ma "stare fermi per...", soprattutto in ambito educativo.

Mi è stato suggerito di tratteggiare il resoconto di questo anno scolastico ormai terminato, tirare le somme sulle attività svolte. Così ho cominciato a pensare a quale fosse l'elemento che ha maggiormente caratterizzato questa esperienza con un gruppo di bambini della scuola dell'infanzia così piccoli, per lo più anticipatari, e con competenze tutte da sviluppare, a partire dalle autonomie. La mia riflessione mi ha portato qui, ad elaborare un pensiero sul senso e sul valore dell'attesa nella mia esperienza professionale, sia per me come docente che per i miei alunni.
L'impegno è duplice, da una parte imparare ad aspettare osservando, monitorando e valutando, d'altra insegnare ad aspettare. Credo che rispettare i tempi ed i ritmi dei nostri alunni sia una delle capacità che si acquisisce con maggiore difficoltà.
Non siamo abituati, noi viaggiatori del XXI secolo, ad attendere, corriamo verso i nostri obiettivi per nutrire il senso di autoefficacia, l'ego ci impone di ottenere un risultato positivo ma soprattutto immediato. Chi si assume il compito di formare individui deve saper contenere e controllare le aspettative, sia quelle che promuovono la fiducia nelle proprie capacità sia quelle rivolte al soggetto di cui ci si prende cura. La tentazione di accelerare per raggiungere i traguardi prefissati è sempre in agguato nella docenza, il punto è non arrivare da soli a tagliare il nastro.

Io ho imparato ad osservare i miei alunni, cercando sia di leggere i segnali che mandano, perché non hanno gli strumenti cognitivi di un adulto che esplicita verbalmente esigenze, sentimenti ed emozioni, sia di capirne il funzionamento, cognitivo ed affettivo, rispettandone tempi e meccanismi.
Nella lista delle cose per cui bisogna "lavorare" aspettando, la prima voce è la fiducia. È fondamentale predisporre l'ambiente in modo da creare un clima affettivo-relazionale positivo, teso all'accoglienza ed al contenimento, così che il bambino possa imparare a fidarsi e ad affidarsi all'adulto di riferimento: senza questo presupposto il processo di insegnamento-apprendimento non risulterebbe funzionale.
Il primo anno di frequenza, qualunque sia l'ordine ed il grado scolastico, è caratterizzato dall'attesa. Si aspetta di conoscere gli alunni e di farsi conoscere da loro e dalle loro famiglie, si aspetta di avere la fiducia di entrambi; si aspetta osservando le evidenze per valutare l'efficacia delle metodologie adottate; si aspetta una maturazione a volte fisiologica, legata alle strutture encefaliche, a volte solo emotiva; si aspetta nel rispetto dei tempi d'apprendimento di ognuno; si aspetta per dare modo a tutti di strutturare strategie personali nell'uso degli strumenti forniti; si aspetta l'elaborazione delle informazioni e dei contenuti dati; si aspetta la generalizzazione degli apprendimenti, insomma...qualsiasi "crescita" implica un'attesa. E poi si insegna ad aspettare. Nell'attendere il bambino impara a tollerare le frustrazioni ed ha il tempo per coltivare il piacere e la gioia legati all'oggetto del desiderio, ne assapora il valore.

Ma come insegnare il "gusto" dell'attesa? Innanzitutto fornendo, attraverso l'esempio, un corretto modello comportamentale, recuperando il valore della lentezza, proponendo esperienze che comportino un'attesa, sia a breve che a lungo termine, sottolineando il risultato raggiunto grazie all'attesa e rinforzando positivamente tutte le condotte che la sostengono.

Un altro elemento importante nel percorso di accettazione dei tempi d'attesa è l'acquisizione della tolleranza al "no", opportunamente proposto e motivato. Sentirsi negare una richiesta è un'esperienza con cui il bambino impara gradualmente a fare i conti e che può sostenere la capacità di procrastinare la soddisfazione di un desiderio. Purtroppo sempre più frequentemente l'istituzione scolastica è lasciata sola in questo arduo compito formativo, le famiglie delegano il ruolo normativo e tendono a gratificare i bambini rispondendo positivamente ad ogni loro richiesta pur di non affrontare comportamenti problematici o semplici capricci. Il risultato è l'incapacità di gestire attese, frustrazioni e negazioni ma anche la mancata acquisizione di problem solving. Lo spazio lasciato da un "no" o un "dopo" offre al bambino la possibilità di pensare ad alternative, di escogitare soluzioni, di scoprire desideri.


Lilla Claudia Patrizia, docente della Scuola dell'Infanzia, IC "Anzio I"
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