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"Prof, l'autovalutazione?!"
L'importanza di interrogarsi durante e dopo l'interrogazione
di Blasoni Mariateresa - Didattica Laboratoriale
La valutazione delle performance dei nostri studenti è uno dei momenti più delicati per un docente ed è talvolta accompagnato da incertezza e timore.
Per avere un valore davvero formativo, la valutazione deve essere comunicata e soprattutto condivisa e non può esaurirsi nella sola misurazione numerica di una prestazione, troppo sterile e poco esplicita, ma deve essere accompagnata da un giudizio motivato e fondata su determinati parametri ben chiari agli apprendenti.

Prima di partecipare al corso di aggiornamento sulla Didattica dell'inclusione dell'Associazione Sysform, tenutosi nell'ottobre scorso e organizzato nell'Ambito 9 di Roma, non avevo mai proposto l'autovalutazione nella mia pratica didattica. In tale occasione, però, ho imparato che l'autovalutazione non è poi così difficile, purché si tengano presenti alcuni principi fondamentali: innanzitutto l'autovalutazione rientra appieno in un approccio didattico metacognitivo.
La metacognizione, ovvero la riflessione sul proprio processo di apprendimento, non può che culminare in un'analisi sulla propria prestazione. In secondo luogo l'autovalutazione è un processo che presuppone una visione nuova del rapporto di insegnamento-apprendimento e un concetto alternativo e moderno di figura docente. Noi docenti tendiamo spesso a pensare di essere gli unici "giudici" e i soli detentori dello strumento della valutazione. Il che è vero solo in parte, in quanto autovalutazione non significa cedere il famoso "manico del coltello" ai nostri studenti e delegare a loro la misurazione delle proprie prestazioni, bensì farli riflettere sul momento "culminante" del loro processo di apprendimento. È necessario, pertanto, uscire dall'ottica del "giudice" che emette una sentenza per assumere il ruolo di guida e di osservatore: l'autovalutazione diventa pertanto una tappa fondamentale nel processo di apprendimento e nel raggiungimento dell'autonomia dell'apprendente.

Per promuovere una corretta autovalutazione, inoltre, il docente deve rendere espliciti e chiari i propri criteri di valutazione, quelli che sopra ho definito parametri: cosa valuto e quanto valuto qualcosa. Nel caso delle lingue straniere, quanto contano le strutture morfosintattiche? C'è una gerarchia nella gravità degli errori? Quanto valuto i contenuti rispetto alla forma, quanto la fluidità nell'esposizione? Solo per fare alcuni esempi.

Qualche tempo fa, fresca di incontro di formazione, ho voluto finalmente provarci. Ho chiamato per la prima volta F. alla cattedra, di una classe seconda di un liceo linguistico; F. doveva riferire in tedesco sulle proprie vacanze estive e descrivere delle immagini creando una storia. Al termine dell' "interrogazione" (per usare un termine un po' antiquato ma ancora molto in voga), ho chiesto al ragazzo cosa ne pensasse su come fosse andata, invitandolo a riflettere sulla propria prestazione. Di primo acchitto F. mi ha risposto, un po' imbarazzato, "Prof., non ne ho idea, perché non so come Lei valuti". Giusta osservazione! Allora ho esplicitato i criteri su cui avrebbe dovuto basare la sua riflessione (pronuncia, correttezza grammaticale, conoscenze lessicali, scorrevolezza). Dopo un momento di esitazione (probabilmente F. era rimasto spiazzato dalla mia richiesta), mi ha riferito le sue impressioni che, in effetti, non si discostavano di molto dalle mie, con un'unica sostanziale differenza: F., nell'autovalutazione della sua prestazione, tendeva a concentrarsi soprattutto sulle cose che aveva detto meno bene e sugli errori grammaticali che aveva commesso mentre parlava, aggiudicandosi per questo un bel 7- . Allora ho cercato di spiegargli che, nonostante avesse fatto alcuni errori, questi non erano così gravi (fornendo degli esempi su cosa io intendessi per errore grave e non grave), che la sua esposizione era stata scorrevole e chiara e che la cosa importante non era non fare errori, bensì capire gli errori e correggerli, cosa che era stato in grado di fare e che per questo per me meritava un +. Alla fine della discussione F. era contento, non solo per aver preso un voto positivo, ma anche perché aveva avuto la possibilità di ragionare su qualcosa di nuovo e profondamente interessante per sé.
Lo scambio tra F. e me non è avvenuto in forma privata, bensì davanti al resto della classe, affinché tutti potessero partecipare e condividere questo momento. Visto l'esito positivo dell'esperimento, mi sono ripromessa di utilizzare questo strumento più spesso per farlo diventare, se non una prassi, perlomeno una consuetudine. E così è successo, ma stavolta con alunni più grandi.

In una classe quinta superiore, durante una verifica orale di letteratura tedesca, chiamo tre ragazzi, faccio loro le mie domande e, al termine della loro esposizione, chiedo di autovalutarsi, seminando letteralmente il panico in classe. Ovviamente la prima reazione è stata un coro di "No prof!" non solo da parte dei diretti interessati, bensì anche dal resto della classe (avevano intuito che prima o poi sarebbe toccata anche a loro la stessa sorte). Io però non mi sono scoraggiata (ovviamente mi aspettavo una simile reazione), quindi ho insistito e ho esposto loro i criteri di valutazione per quel tipo di prestazione. Ho notato un maggiore senso critico negli studenti più grandi, ma questo è naturale, poiché hanno raggiunto una maturazione superiore nell'apprendimento rispetto alle classi del biennio. Sta di fatto che alcuni giorni fa, chiamo altre tre persone a riferire sul Realismo in Germania.
La verifica orale termina proprio allo squillo della ricreazione; desiderosa di fare una pausa caffè, mi congedo dalla classe in fretta, ma non ero ancora uscita dalla porta che mi sono sentita chiamare: "Prof, l'autovalutazione?!"
Io l'avevo scordata, ma, evidentemente, loro no.


Mariateresa Blasoni
Docente di lingua e letteratura tedesca nella scuola secondaria di secondo grado, Liceo Scientifico "Orazio" di Roma
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