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n.93 maggio 2019
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La deriva economicistica della scuola pubblica
Come il neoliberismo influisce sull'istruzione
di Corallo Carmela - Orizzonte scuola
The american dream, Salvador Dalì
The american dream, Salvador Dalì
La società odierna a traino neoliberista ci pone dinanzi ad una sistematica decostruzione-distruzione dell'istruzione pubblica, nonché ad una cattiva aziendalizzazione tutta american way of life della stessa.
La presenza di un preside-dominus, l'erosione effettiva e/o simbolica dei contenuti, dei valori disciplinari e della "fatica del concetto" (Hegel), il predominio del pensiero computazionale e di una pedagogia "vuota", fatta di skills, test standardizzati e ossessione della quantificazione, l'enfasi sull'alternanza scuola-lavoro, i tagli continui ai fondi d'istituto e all'istruzione tutta, la spirale tecnocratica sempre più opprimente ed i processi privatizzanti del pubblico, sono solo alcuni dei sintomi dell'economicizzazione della scuola, ormai portavoce di una reductio ad mercatorum frustrante, aggressiva e onnipervadente.
Non è più la nostra soltanto una società disciplinare (Foucault), biopolitica, panottica, capace di controllare i nostri corpi, ma piuttosto psicopolitica (Han), a colonizzazione cellulare e neuronale, dove la servitù diventa volontaria (e certo di servo arbitrio), indotta dall'io neoliberista saldato dentro di noi. Forse è anche per questo che la maggior parte della società civile (a partire dagli insegnanti, e poi, a discendere, gli studenti, i genitori, gli educatori) per lo più subisce passivamente il processo aziendalizzante e destrutturante della scuola pubblica. Lo stesso cattivo ossimoro scuola-azienda non fa sobbalzare chi lo ascolta, preoccupato, inquieto e magari indignato. Anzi, la tirannia dell'utilitarismo, dell'efficientismo, della calculation of life, del profitto, del mercato del lavoro, dell'impresa sono così viralmente penetrati nelle nostre sinapsi da rendere il finanzcapitalismo neoliberista bello, efficace, positivo, auto-ottimizzante. Questi dinamismi assai pericolosi, molto aggressivi e antidemocratici, non ammettono la potenza del negativo (Hegel): il sistema morbido e permeante non tollera nessun "no" radicale. Ma i "no" sono così radi, e la saturazione così costante, che il sistema prospera, pur se rovinosamente.
L'istanza educativa, critica, estetica (la politica della bellezza, direbbe Hillman) è di fatto completamente bandita, in funzione di "una razionalità che la scuola riproduce nelle sue pratiche e nei suoi discorsi (potrebbe non farlo?), intrisi di economicismo e di strumentalismo, spesso saldamente ancorata agli articoli di fede del più vieto pragmantismo". Di fatto, la grande sconfitta, in questa deriva neoliberista, è innanzitutto la cultura umanistica, la cultura interpretativa, che antepone alla razionalità strumentale la ricerca della ragione oggettiva, quella cioè volta a creare condizioni individuali e collettive che diano contenuto e senso all'esistenza piuttosto che a convertire l'esistenza stessa in uno strumento per produrre sempre più denaro e accumulare capitale.
Il tracollo della cultura umanistica, è stato fatto notare, è allo stesso tempo anche una sconfitta per la democrazia: "la cultura umanistica come componente essenziale della democrazia, in quanto essa mantiene l'accesso alla conoscenza che nutre la libertà di pensiero e di parola, l'autonomia del giudizio e la forza dell'immaginazione" . Per gli apologeti del neoliberismo, dunque, la scuola pubblica statale non dovrebbe più formare "personalità libere" (Borghi), o "costruttori di civiltà" (Bertoni Jovine), o soggetti capaci di combattere "le forze che tendono nella struttura obbiettiva della società ad alienare la personalità, riducendone, deformandone o mutilandone la originaria potenza di vita, rendendola cosa, oggetto di strumentalizzazione e comunque di avvilimento" (Bertin). La scuola pubblica statale non dovrebbe più porre tra i valori indiscutibili da perseguire "la tolleranza, lo spirito di eguaglianza, il dovere di cooperare con gli altri al bene comune degli uomini" (Visalberghi). Poiché "ogni rapporto di egemonia è necessariamente un rapporto pedagogico", l'ordine neoliberista, nella misura in cui dissolve l'essenza della cittadinanza democratica e pietrifica la mobilità sociale fondata sul merito, necessita soprattutto di individui educati al consumo passivo di merci sempre nuove e, contestualmente, ben addestrati a vendersi continuamente come merce più attraente e desiderabile delle altre in un mercato del lavoro sempre più deregolamentato in cui chi è più debole non sopravvive. Per questi individui non è più richiesto un solido curriculum formativo. Non si tratta più di "dare al ragazzo gli strumenti culturali con cui egli possa condurre il suo giudizio e la sua critica ed orientare la sua azione consapevolmente" , né, tantomeno, di "promuovere atteggiamenti di comprensione e collaborazione reciproche piuttosto che di competizione e sopraffazione". Ad essere richieste sono soprattutto conoscenze e competenze basilari e massima disponibilità ad adattarsi passivamente a percorsi lavorativi discontinui, frammentari, privi di direzionalità e di sicurezze.
Lo stesso sistema di istruzione, a guardar bene, resta privo della sua specifica funzione pedagogica: tutto viene ad essere ricondotto al pensiero neoliberista, che pone il mercato libero da impedimenti etici e politici come meccanismo e unico principio regolatore della società. Da ciò scaturisce, improrogabile e radicale, la richiesta di un insegnamento criticamente orientato, educante al dissenso piuttosto che al consenso, alla contestazione piuttosto che alla confermazione, che tenga fede alle istanze più schiette della funzione docente e del compito formativo, quali il rifiuto di un'autorità priva di ragionevolezza, dettata dalla logica del mercato, in vista di un'autorità che sia davvero sostegno dello sviluppo e che promani dal consenso, dalla partecipazione e dalla stessa libertà.

Bibliografia di riferimento
-Conte, M. (2017). Didattica Minima. Anacronismi della scuola rinnovata. Padova: Libreriauniversitaria.
-Borghi, L. (2008). La città e la scuola. Milano: Elèuthera


Carmela Corallo
Studiosa e laureanda in Filosofia
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