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n.93 maggio 2019
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Tre riflessi
Una fiaba giapponese per "riflettere" sul valore delle apparenze
di Venerosi Pesciolini Elisabetta - Oltre a noi...
Copertina della fiaba
Copertina della fiaba "Tre riflessi"
Il primo maggio 2019 il Giappone è entrato nell'era Reiwa o periodo della bella armonia.
In questo giorno l'imperatore Naruhito è succeduto al padre Akihito al trono del Crisantemo, come 126° imperatore del Giappone. La cerimonia si è svolta al "Matsu-no-Ma", la Camera di pino (la più prestigiosa) del Palazzo imperiale. A Naruhito sono state simbolicamente consegnate delle regalie, i simboli del potere dell'imperatore: la spada Kusanagj (草薙剣 il valore), la gemma Yasakani no Magatama (八尺瓊曲玉, la benevolenza) e lo specchio Yata no Kagami (八咫鏡, la saggezza).
Lo specchio ha un molteplice significato simbolico: in molte tradizioni culturali orientali è considerato anche come una sorta di porta verso l'aldilà. Gli specchi sono spesso collocati nei templi scintoisti perché si crede che agiscano come intermediari tra il mondo terrestre e quello celeste; nella maggior parte delle case giapponesi uno specchietto viene posto su un piccolo altare (kamidana), per onorare il culto delle anime degli antenati.
Proprio lo specchio mi ha fatto tornare alla mente una fiaba giapponese che mi è capitato di leggere nella traduzione inglese fatta da Mrs T.H. James e pubblicata per la prima volta dall'editore Takejiro Hasegawa a Tokyo nel il 1894, per il mercato americano.
Il libro stampato su carta crespa con fogli ripiegati a metà è riccamente illustrato: una storia semplice e carina, una perla di saggezza orientale che allego per intero in traduzione italiana (vedi tra i file allegati) e che mi fa piacere condividere con i lettori di questa rivista.

La fiaba è ambientata in un piccolo paese nelle campagne dell'antico Giappone dove un padre e un figlio vivevano da soli, dediti alla coltivazione del riso. Si somigliavano tantissimo e, uniti da un profondo affetto, vivevano l'uno per l'altro.
Con l'avanzare dell'età, sentendosi vicino alla fine della sua vita, il padre disse al figlio che era bene pensare a formarsi una famiglia perché altrimenti alla sua morte sarebbe rimasto solo. Il figlio dopo una lunga titubanza acconsentì a cercarsi una moglie e a sposarla. Di lì a poco il padre morì. Il dolore del figlio fu immenso e nemmeno la presenza della giovane e bella moglie riusciva a lenirlo quindi, per distrarsi, decise di intraprendere un viaggio nella lontana città di Kyoto.
Qui, dopo aver visitato i templi e altre attrazioni turistiche, prima di far ritorno nel paese natale, si imbatté in una bottega che vendeva specchi, oggetto di cui non conosceva nemmeno l'esistenza. Incuriosito entrò e non appena il commesso gliene porse uno rimase sbigottito nel vedervi dentro il viso di quello che credeva fosse suo padre ma che in realtà era il suo volto. Lo acquistò immediatamente con la erronea certezza di poter riavere con sé l'amato genitore.
Tornato a casa decise di non confessare subito alla moglie cosa e chi aveva portato con sé da Kyoto e tutte le sere e le mattine, quando era da solo, tirava fuori di nascosto il misterioso oggetto per vedere suo padre e raccontargli di sé. La moglie, insospettita dal sentirlo parlare da solo, chiese spiegazioni ed egli dovette confessare che a Kyoto aveva ritrovato suo padre, che lo aveva acquistato in un negozio, portato con sé e chiuso in un armadio. La moglie naturalmente non gli credette e rimasta sola andò a cercare nell'armadio, dove con sua sorpresa trovò uno strano oggetto, uno specchio per l'appunto, che anche lei non aveva mai visto in vita sua, con dentro una giovane donna dall'aria un po' accigliata ma bella. Arrabbiatissima e certa di un tradimento da parte del marito, lo attese al rientro e lo aggredì con parole molto aspre. Invano il marito cercò di spiegare che quello che vedeva nello specchio era il padre, perché la moglie giurava fosse una ragazza.
Alla fine, grazie all'intervento di uno dei vicini, accorsi alle grida, decisero di consultare una saggia monaca che viveva in un monastero, la quale, dopo aver sentito le loro storie e osservato attentamente lo specchio, con riflessa questa volta la sua immagine, sentenziò che la fanciulla che vedeva era così dispiaciuta di essere stata causa di litigio tra loro che si era fatta monaca e che quindi riteneva il monastero il luogo più giusto dove farla vivere.
Tenne lo specchio per sé e rimandò i coniugi a casa con la promessa da allora in avanti di vivere in armonia.
La moglie andò via trionfante mentre il marito rimase con in cuor suo la certezza che quello che aveva portato con sé da Kyoto fosse proprio suo padre.

Questa fiaba ci insegna che l'ignoranza può spesso portarci ad avere una visione parziale se non addirittura erronea delle cose.
Se, infatti, i due protagonisti avessero conosciuto la proprietà dello specchio, che è quella di riflettere l'immagine di chi lo guarda, e non di contenere l'immagine di qualcun altro, non si sarebbero lasciati ingannare dalle apparenze e trascinare in un litigio dovuto ad una ingiustificata gelosia.
Lascio invece ai lettori la più ampia libertà riguardo all'opinione che si sono fatti della badessa e del suo verdetto.
Era veramente saggia o anche lei non aveva mai visto uno specchio in vita sua?


Elisabetta Venerosi Pesciolini
Docente bibliotecaria presso l' I.C. "Piaget -Majorana" di Roma
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