Torna nella homepage
 
n 94 giugno 2019
Registrata presso il:Tribunale di Roma n. 63/2010 del 24/02/2010
Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno:21 Luglio 2019 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
Articolo 'La comunità mancante'  >>>
SysForm Editore - editoria digitale per il mondo della scuola e della formazione
Sysform Ente di Formazione accreditato dal MIUR
  Pag Argomento
HomePage   HomePage

Ricerca avanzata >>>
La comunità mancante
Conoscersi, riconoscersi e imparare nell'incontro con ciò che manca
di Miduri Maria Chiara - Orizzonte scuola
In ambito pedagogico e anche nell'Antropologia dell'educazione si parla spesso di "comunità educante": quasi un concetto sacro, spesso dato per scontato come definizione di una categoria socialmente impegnata. Come ogni etichetta che si rispetti, trasmessa dai manuali, la sua applicazione è categorica e declinabile in vari contesti, ma pur sempre esterna alla realtà vissuta. Perché quando si fa etnografia della cultura scolastica si scopre che in realtà, spesso, si è in presenza di una "comunità mancante". In che senso? Mancante di qualcosa e più spesso non esistente nel senso antropologico del termine, a partire dal contesto di classe, in realtà più frammentato e individualizzato di quello che si tende a presentare nelle relazioni scritte, nella visione esterna - etica vs. emica - del reale contesto di interazione. Comunità mancante e comunità immaginata, sulla quale si proiettano prospettive, sogni, desideri, ambizioni, obiettivi e competenze, ma anche pregiudizi.
In questo anno di lavoro ho avuto modo di analizzare e studiare attentamente alcune dinamiche comunitarie della cultura scolastica da punti di vista differenti (insegnamento diretto, consulenza, attività didattiche extra curricolari), ma alcuni spunti antropologici più interessanti sono giunti da un tema argomentativo assegnato come allenamento in preparazione degli esami di terza media. Il tema verteva sulla riflessione intorno alla scuola come sistema da migliorare e si richiedeva agli studenti di argomentare le proprie proposte in merito all'esperienza fatta finora nella scuola. Un tema rivelatore sia dei cosiddetti bisogni manifesti che di quelli latenti nella piccola società di classe-scuola, ma soprattutto un vaso di Pandora. Se per certi aspetti alcuni punti messi in discussione dai ragazzi potevano essere scontati e del tutto fisiologici sulle prime (es. la durata dell'intervallo), comparati tra loro e interpolati con l'esperienza di un intero anno di vita condivisa, più l'analisi qualitativa e quantitativa di dati derivanti da progetti precedenti, mi hanno dato un'immagine molto chiara del punto di origine del malcontento che regna sovrano: la mancanza di una vera comunità culturale. Questa mancanza si manifesta prima di tutto nel distacco, spesso assoluto, che vige nella relazione gerarchica (docente-discente) primaria e verticale, basata sul potere simbolico del ruolo anziché sulla condivisione dell'impresa dell'apprendimento (vicendevole). Attenzione, ciò non significa che i ruoli non debbano esserci, ma il modello educativo imposto finora, e su certe leve granitico, si scontra con la mutevolezza dinamica della cultura attuale e dei nuovi membri che ne fanno parte: bambini e ragazzi. Il gap culturale è palpabile: nei linguaggi, nelle credenze culturali (ossia valoriali come società), nelle modalità di inculturazione differenziate e specialmente negli esiti pragmatici del sistema.

"Che cosa cambieresti della scuola italiana e perché?" era dunque il titolo del tema assegnato. Il risultato è stato una disamina attenta e scrupolosa di diritti e doveri reciproci da docenti e discenti, per il rispetto dei limiti organizzativi e il riconoscimento dell'interdipendenza nei comportamenti. Tradotto: bisogna rifondare la comunità, lo spazio comunitario, il senso di condivisione, il riconoscimento reciproco, l'obiettivo comune. A partire da suggerimenti prossemici relativi all'uso e alla distribuzione dello spazio di vita in classe, l'analisi dei ragazzi non ha tralasciato la capacità organizzativa relativa all'uso del tempo delle lezioni e la capacità di rispettarne i limiti (per esempio osservando come la libertà personale di un intervallo spesso venga limitata dagli sforamenti didattici, non sempre ascrivibili a dinamiche esclusive di classe); per sfondare la porta aperta del tempo al di fuori della classe e del vissuto scolastico: il lavoro a casa. Sappiamo che quest'ultimo è oggetto di dibattiti, prospettive spesso opposte, difficili vie di mezzo da perseguire con costanza e serenità, ed è ancora uno dei temi più caldi nel vissuto studentesco. Esso contribuisce infatti a scaldare il clima del tempo condiviso e inficia sulla percezione dell'esperienza di studio personale in modi talora inaspettati. Il tempo di chi è? Si chiedono i ragazzi. È il tempo della scuola? È il tempo deciso dagli altri? A casa non ho più un tempo mio? Il tempo fisico e il tempo culturale sono due cose molto diverse, entrambi convenzioni, entrambi codici di decodifica dell'esistenza, entrambi unità di misura rigide e circoscritte che si muovono in funzione di un obiettivo che ci si dimentica spesso, però, che può essere raggiunto ugualmente senza la tirannia del coniglio di Alice: "presto che è tardi!".
Il tempo culturale serve a scandire la ritualità sociale. Oggi si assiste sempre più alla performance stanca della comunità degli affanni e dell'affanno, dove solo poche isole felici - alcune ho avuto la fortuna di conoscerle - sembrano fondare la loro cultura condivisa su altri valori, legami, ambizioni sociali e insegnamenti. Ho talvolta richiamato nei miei contributi precedenti il concetto di "comunità di pratica" riferendomi alla classe e alla scuola, ora mi soffermo su quello di "comunità mancante" ma in senso positivo: quando qualcosa manca si può cercare, ottenere, costruire; la mancanza è spesso l'occasione, il motore volitivo del cambiamento. Comunità mancante di e mancante da. Per essere comunità bisogna sentirsi membri, parte integrante di un tutto in divenire ma al di là dei progetti di inclusione, qualcosa di molto distante da un numero sul registro, una matricola, un voto, un numero, un indicatore egocentrato. Il membro di una comunità è sociocentrato, sociocentrico, è un elemento organico del sistema ed è la sua mancanza a fare la differenza. La prospettiva si ribalta. Quando si fa l'appello e si risponde "presente", quanto vale davvero quella risposta? Quanta "presenza" c'è in quella risposta? Quante volte, invece, si sorvola ad ali aperte sulla classe e con una sola occhiata si segna l'assente? Quante volte, ancora, ci si limita a chiedere direttamente alla classe chi manca? Gap, intuizioni di presenza non manifesta. Quel fare prima, quell'essere spesso in ritardo, trafelati, oberati eppure sempre guide.

Quest'anno ho assistito al regno della confusione dove i capi tribù, brandendo il bastone della parola, non erano più in grado di tenere insieme i propri membri: scoraggiati, stanchi, preoccupati del tempo, proiettori di sfiducia. Ho visto barattoli sulle cattedre con sassolini travasati per indicare i giorni che mancavano alla fine o all'esame. Sistemi a volte controproducenti per il clima di classe e la capacità di costruire comunità di senso condiviso. La tirannia del tempo che non fa godere del tempo trascorso insieme. Questa società che diventa sempre più "agendificata" e "calendarizzata", fa impressione che proprio a scuola dove si impara ad avere coscienza del tempo e della temporalità, il suo più importante significato venga trasmesso così sterilmente. Se a ogni sassolino corrispondesse, invece, un momento di condivisione comunitaria e culturale sincero e profondo vissuto insieme durante l'anno, quanti sarebbero i sassolini da trasferire nell'altro barattolo? Questa è una riflessione sugli automatismi che non ci fanno più essere presenti nel momento della relazione; una riflessione su quel pilota automatico che attiviamo anche nell'educazione, nell'istruzione, perché il percorso lo conosciamo, la meta anche. E invece dovremmo sempre affrontare ogni giornata, ogni lezione, ogni momento insieme con la mente aperta del principiante conscio di non sapere nulla, aperto all'apprendimento e alla scoperta reciproca, all'assenza di giudizio e pregiudizio, attento ai pezzi mancanti, alla ricerca di compensazione e complementarietà.
Una comunità mancante è sempre alla ricerca, è sempre viva, non si adagia mai sul lavoro fatto, non si ritiene mai sicura di sé, mai completa. E allora sì che il riconoscimento reciproco tornerebbe a essere la preoccupazione principale, e un minuto di senso profondo vissuto con i propri studenti in comunità varrebbe un anno intero.


Maria Chiara Miduri
Antropologa linguista e cognitiva, operatrice sociale ed educatrice
Aggiungi un commento
Sono presenti 0 commenti Visualizza tutti i commenti
Bookmark and Share

Stampa Articolo Stampa articolo
Invia una opinione sull'articolo
 

G.T. Engine Powerd by Sysform Roma Via Monte Manno 23 -Roma- Web Content Manager Maurizio Scarabotti

Valid HTML 4.01 Transitional