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n.96 ottobre 2019
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Programmare nella quotidiana emergenza: è possibile?
Appunti di una DS per l'inizio di un nuovo anno scolastico
di Presutti Serenella - Orizzonte scuola
Immagine tratta da https://www.changexperience.com
Immagine tratta da https://www.changexperience.com
Anche questo nuovo anno scolastico è ormai avviato, e la quotidianità scorre inevitabilmente; qualunque siano le condizioni, infatti, i nostri bambini e ragazzi la mattina, al suono della campanella, fanno il loro ingresso nelle classi, affrontano e vivono la loro giornata scolastica, e insieme a loro tutti gli adulti che nelle scuole prestano la loro opera professionale.
Questo pensiero, che a prima vista potrebbe sembrare banale, in realtà sta occupando uno spazio consistente delle mie riflessioni in questa prima fase dell'anno, appunto di "ripresa" delle attività e di riprogrammazione dell'Offerta formativa. Ma perché un Dirigente scolastico dovrebbe essere preoccupato del "normale" avvio delle attività nella propria scuola? Perché mai, a meno che siano in atto eventi eccezionali, come catastrofi ambientali, guerre e devastazioni, il pensiero di non farcela dovrebbe affiorare?
Bene, vado a chiarire.

Mi ritengo di certo fortunata che non mi sia toccato di affrontare gli eventi catastrofici, propri di molteplici zone sparse per il mondo, e di non essere neanche in una di quelle regioni, province o città colpite da cataclismi naturali, ma mi sento comunque di vivere in una situazione di emergenza e precarietà di difficile comprensione e accettazione.
La Dirigenza scolastica nel nostro Paese ha raggiunto importanti traguardi, a mio avviso, da quando è stata istituita l'Autonomia scolastica; indubbiamente essere annoverate tra le "dirigenze" della Pubblica Amministrazione e raggiungere, anche se molto lentamente (dal 1999 al 2019 è trascorso un ventennio), il riconoscimento di un ruolo professionale e recentemente anche economico-stipendiale, si configurano come fattori positivi e rappresentano un tentativo concreto di accorciare le distanze, ancora evidenti, dalle altre Dirigenze statali.
Questo non giustifica però un carico di lavoro, e soprattutto di conseguenti responsabilità, che rasenta l'insostenibilità; e se il lavoro diventa insostenibile per il dirigente scolastico vuol dire che ancor più lo sarà per la scuola tutta.
A questo proposito, l'informazione e gli approfondimenti giunti per mezzo stampa e altri media sono molteplici; tra questi indico l'interessante articolo recentemente apparso sul "Il Sole 24 ore - Scuola" (il link è attivo nel banner laterale).
Questa è la premessa per comprendere meglio il senso di ciò che abbiamo appreso in tutti questi anni di studio ed esperienza umana e professionale, vale a dire il valore dell'osservazione, dell'analisi e dello studio per la comprensione delle realtà sulle quali si opera, la conoscenza dei contesti sociali territoriali di riferimento per saper cogliere i cambiamenti, che si susseguono con sempre maggiore frequenza e velocità.
Sento di poter affermare senza tema di smentita (e le pagine di questa rivista sono un'accreditata testimonianza) di aver creduto fortemente nella metodologia del "possibile" piuttosto che accettare passivamente ogni situazione che mi si è presentata come "difficile", ma l'accelerazione verso il "basso" che stiamo vivendo come sistema scolastico nazionale porta con sé tutti gli errori precedenti delle politiche sociali e scolastiche che non sono state affrontate, seppur individuate e preventivate, ma continuamente rinviate ai governi successivi, rendendo ormai intollerabili altri rinvii e soprattutto l'inattività e il "gattopardismo" cronico di cui soffre la nostra Scuola, dall'Infanzia all'Università.
Credo ancora però che sia un dovere ineludibile impegnarsi per quello che è "possibile" fare, senza che ne risenta troppo pesantemente la qualità del servizio scolastico, non arrendendosi al "tanto peggio...tanto meglio" e alla mediocrità dell'inattività e dell'immobilismo.
Ad oggi è questa la più importante scommessa da accettare semmai, e con la quale misurarsi per vincerla.
Condivido qualche spunto di riflessione "a voce alta", mentre mi appresto a ridisegnare riferimenti teorici e metodologici per l'esercizio quotidiano della mia professione.

La precarietà
E' forse l'elemento che più rappresenta le nostre scuole, l'asse portante del sistema scolastico nazionale, nonché il paradigma dell'analisi sociale, economica e politica del terzo millennio. Precario e deperibile sembra essere tutto quello che ci circonda, dal lavoro alle politiche sul lavoro, dalle strutture dei luoghi dove passiamo le nostre giornate (obsolete e non adeguatamente manutenute) alle grandi ideologie, agli assunti valoriali, al clima mondiale e alla difesa del pianeta, dal sentire delle persone alla loro capacità di far fronte alle difficoltà e ai cambiamenti... insomma niente che ci è dato da vivere è più sicuro, inamovibile, intoccabile e immodificabile, se non la realtà dei fatti. Quello che vediamo accadere richiede spesso l'impegno di una risposta, sempre più velocemente.
Nella scuola diventa vitale cercare di declinare questo paradigma non puntando al ribasso; iniziare le lezioni di un nuovo anno scolastico con un organico del personale docente e non docente fortemente incompleto, cambiare spesso gli insegnanti e gli adulti di riferimento per i ragazzi non sono certamente fattori favorenti la loro crescita: ma come si possono limitare gli effetti negativi?
Importante è avere consapevolezza delle dimensioni del fenomeno, di questo come di altre espressioni della precarietà, della sua durata e delle estensioni. Su questo si possono programmare misure di contenimento, provando a rafforzare l'esistente, vale a dire:
-programmare la permanenza dei docenti più stabili a scuola, prevedendo forme di recupero, ad esempio;
-comunicare in modo trasparente alle famiglie le difficoltà e rendere note le motivazioni di una scelta operata;
-rafforzare la didattica degli scambi e del piccolo gruppo, limitando le lezioni "frontali";
-scegliere di condividere con un gruppo di riferimento allargato le scelte da mettere in campo, piuttosto che limitare questi passaggi soltanto con i collaboratori del DS.

La globalizzazione
E' un fenomeno inarrestabile a molti livelli, da considerarsi centrale per la ridefinizione dei confini delle proprie azioni. Indubbiamente, tutto quello che accade nel mondo ci riguarda e niente avviene per caso, anche quando sembra essere così. La paura di perdere l'identità attanaglia intere popolazioni e la ricerca del proprio "confine" è diventata una mission sociale e la frontiera del nuovo mondo; la solitudine delle persone in questo scenario emergente ha determinato un nuovo sentire, dove la cooperazione tra i singoli e la costruzione di comunità sono intesi obiettivi non necessari da raggiungere.
Come affermato sopra, condividere le scelte con una base allargata può essere una buona strategia e metodologia di intervento per non rimanere travolti dagli eventi "urgenti" e soprattutto "inaspettati"; più si rafforza il senso di appartenenza e si privilegia la condivisione delle scelte comuni, maggiore sarà la presa verso il contesto esterno, in primis le famiglie e il territorio di appartenenza. In questa direzione le scelte di "rete" operate dalle scuole possono diventare un punto di forza e di prospettiva di crescita, anche nelle emergenze.

Le tecnologie e le modalità di comunicazione tra le persone
I costanti e veloci cambiamenti hanno conseguenze evidenti e di grosso impatto sui singoli e sui gruppi sociali. L'elemento più interessante riguarda i processi di apprendimento, perché si ridefiniscono confini culturali e di conoscenza, come di competenza e di capacità per le nuove generazioni, per la Ricerca e per la Scienza.
Su questo aspetto moltissimo sembrano aver puntato le scelte politiche degli ultimi quindici anni, spesso operando con finanziamenti ad hoc, come i PON, fonti europee e misure molto burocratizzate, con procedure non proprio vicine alle necessità reali delle scuole. Molto importante sarebbe adottare una sorta di "Piano Marshall" (il link è attivo nel banner laterale), per risanare strutture esterne ed interne delle scuole, che le supportino in modo fattivo nell'operatività, riducendo l'aspetto fortemente competitivo che è emerso in questi anni tra istituti scolastici, dipeso essenzialmente da fattori indipendenti, come avere o no docenti preparati a questo compito al proprio interno.
La formazione del personale resta sempre la leva maggiore e propulsiva per lo sviluppo e la crescita dei contesti scolastici, ma ahinoi non si può programmare un percorso formativo serio nella precarietà degli attori principali di questo processo. E' bene riconoscere e ribadire questo limite, per cercare di identificare il margine di intervento di ogni scuola.

Tanto altro naturalmente potrebbe essere rappresentativo per ri-disegnare lo scenario nel quale ci muoviamo, come cittadini e professionisti; è importante però impegnarsi, per riuscire nell'immediato a trovare il filo del confine, dei nostri limiti nelle scelte. Trovare le priorità per riprogrammare può essere significativo solo se riusciamo a contestualizzare quello che facciamo, e ancora in una fase di difficoltà.
Sarà vero, infatti, per tutti noi, come dice Josè Saramago nel suo "Viaggio in Portogallo", che: "Bisogna ritornare sui passi già fatti, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito".
Buon viaggio a tutti noi, quindi.


Serenella Presutti
Dirigente scolastica dell'I.C. "Via Padre Semeria" di Roma, psicopedagogista e Counsellor della Gestalt psicosociale
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