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n. 97 novembre 2019
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Articolo 'A scuola di diversità'  >>>
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A scuola di diversità
Imparare dall' incontro con l'Altro
di Russo Raffaella - Inclusione Scolastica
Immagine tratta da http://www.togetherhr.com
Immagine tratta da http://www.togetherhr.com
Oggi più che mai il tema prevalente della scuola è quello dell'Inclusione, non più integrazione, non più accettazione, ma inclusione, cioè la creazione di un tutto, il gruppo-classe, in cui ognuno mantenga la propria individualità senza disperdersi nella massa.
In questo modo si dà valore alle differenze individuali. Ogni bambino è portatore di una propria storia, di un proprio bagaglio affettivo ed emozionale, di una propria personalità. Non c'è la classe da una parte e il bambino con difficoltà, disabilità, bisogni specifici dall'altra. Non c'è, o per lo meno non dovrebbe esserci, il tentativo di "portare dentro", omologandolo al resto dei compagni, il bambino "diverso", semplicemente perché ognuno dovrebbe essere considerato nella sua "diversità", ossia nella sua unicità.

Il termine "diversità" etimologicamente deriva da dis-vertere cioè "volgere in opposta direzione" e accentua quello di "differenza", da dis-ferre che significa "portare da una parte all'altra". Andare in una direzione opposta è ancora più forte emotivamente di andare da una parte all'altra. Il pericolo di andare in una direzione opposta, ossia di incontrare qualcuno così diverso da noi, fa più paura. Finché il bambino percepirà tutto ciò, invece che capire di essere comunque degno di fiducia e di amore, si perderà, avrà paura dell'incontro con l'Altro, specie se l'Altro ha caratteristiche lontane dalle sue, non socialmente accettabili, considerate "anormali".
In generale un atteggiamento di questo tipo non è intrinseco nel bambino, ma diventa una proiezione dell'atteggiamento dell'adulto che si occupa di lui, genitore ed educatore che sia. Quanto più l'adulto è spaventato dalla diversità dell'Altro, quanto più tenderà a sottolineare le differenze come negative ogni volta che le incontra, tanto più il bambino acquisirà quello sguardo con cui confrontarsi con l'Altro. In condizioni ottimali, un bambino tra i 3 e i 6 anni tenderà a non focalizzarsi sulle differenze, come possono essere il colore della pelle o la disabilità, ma ad approcciare all'Altro in un tentativo di costruzione di un rapporto amichevole e piacevole. È l'adulto che fa notare come l'altro bambino abbia la pelle scura, sia sulla sedia a rotelle. Ben venga la differenza manifesta, se non considerata nella sua accezione negativa.
Educare alle differenze significa proprio l'opposto, ossia valorizzarle, vederle come una risorsa. Questo discorso che può sembrare estremamente teorico, diventa invece più che mai pratico nel contesto scolastico dove la diversità deve esistere, anzi va sostenuta. Come dicevamo, ogni bambino è diverso e già tenere a mente questo può portare a non concepire la diversità come ostacolo all'insegnamento, allo svolgimento del "programma", al clima sereno in classe.

Cosa significa che la diversità può diventare una risorsa?
La diversità dell'Altro può aiutare a cogliere aspetti importanti interni, sia dei bambini che degli educatori, che nel tentativo di omologazione alle norme sociali sono stati tenuti a bada o del tutto repressi.
Partiamo da alcuni esempi concreti.
In classe possiamo avere un bambino che in preda alla rabbia rompe tutto quello che ha a tiro, oppure lancia gli oggetti, o ancora rischia di fare male a se stesso e agli altri, insomma violento, che istintivamente tenderemo a tenere lontano dai compagni. Se guardiamo la sua diversità come pericolosa, non idonea al contesto, ci faremmo prendere dalla paura e non basterà una vita per includerlo nel gruppo classe. Ma cambiando angolazione possiamo chiederci, e possiamo chiederlo anche ai bambini, quanto quella rabbia li appartenga e quanto la nostra rabbia ci fa paura. La ricchezza della diversità sta allora nel permetterci di osservare attraverso l'Altro parti di noi stessi dimenticate e mute. Facciamoci raccontare dai bambini cosa li fa arrabbiare, cosa fanno per gestire la rabbia, se vengono puniti quando sono arrabbiati o se è permesso di farlo e poi magari di trovare una espressione costruttiva della rabbia. Come educatori guardiamo pure alla nostra rabbia e in quale nascosto cassetto l'abbiamo chiusa a chiave. E domandiamoci che danni potrebbe fare se poi ad un certo punto quel cassetto dovesse risultare troppo pieno.
Prendiamo ora un bambino autistico che non riesce ad entrare in relazione con gli altri, che è isolato nel suo mondo e che ha paura di qualsiasi cambiamento intorno a sé. Anche questo, se ci pensiamo, non è cosi lontano da noi stessi. La paura di perdere i propri ritmi quotidiani, quella di non ritrovare più i propri punti di riferimento, la paura talvolta di andare verso gli altri, che nel bambino autistico trovano la loro massima espressione, sono dentro di noi, solo che cerchiamo di tenerle a bada, di trovare il coraggio, facendo appello ad altre competenze personali e relazionali che abbiamo acquisito. Anche in questo caso, per non avere paura dell'Altro, dobbiamo provare a riconoscere quello che ci fa paura in lui come parte di noi. Chiediamo ai bambini di mettersi nei panni dell'Altro e di ritrovare in loro stessi quelle caratteristiche che ce lo fanno sentire così diverso.
Parlando di paure è evidente che alcune "diversità" le attivano maggiormente. Faccio l'esempio del bambino adottato. In questo caso tocchiamo con mano i temi dell'abbandono e del rifiuto da parte delle proprie figure genitoriali. Avvicinarsi a questa paura è molto difficile per un bambino, ma diventa utilissimo per comprendere come si senta l'altro, i suoi comportamenti, la sua disattenzione, la sua necessità di muoversi e anche come sia possibile stargli vicino.
La diversità come risorsa non è solo questo. Non è solo entrare in rapporto con se stessi attraverso l'Altro. La diversità come risorsa è accorgersi che l'Altro ha qualcosa che io non ho e che questo qualcosa è molto importante e arricchente. Pensiamo al bambino straniero, un bambino che può raccontare la storia della sua terra, tradizioni differenti, vestiti, cibo, manifestazioni culturali che gli altri non conoscono e di cui possono senza dubbio arricchirsi, a patto che ci sia uno scambio reciproco. Se il bambino straniero racconta, anche il bambino italiano può raccontare del suo paese. Ma volendo soffermarci sulle differenze, è giusto che ogni alunno possa far riferimento alle proprie tradizioni familiari che saranno differenti anche se si fosse tutti italiani e persino se si fosse tutti della stessa città, cosa che tra l'altro non capita quasi più, perché ogni famiglia è comunque diversa da un'altra, ha una sua storia e un suo percorso. Sarebbe utile, partendo dall'argomento paese, scendere sempre di più ad analizzare le differenze tra le città, poi tra le famiglie, magari soffermandosi alle differenti tipologie di famiglie e non solo a quella tradizionale, per poi arrivare al singolo.
Perché poi è sempre al singolo, alla sua unicità e al suo essere intrinsecamente differente che si deve far ritorno.


Raffaella Russo
Psicoterapeuta presso il centro S.P.I.G.A. (Società di Psicoanalisi Interpersonale e GruppoAnalisi) e autrice di libri per bambini
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