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n. 98 dicembre 2019
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Articolo 'La lingua del cuore'  >>>
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La lingua del cuore
Riflessione sulla gentilezza
di Corallo Carmela - Orizzonte scuola
https://www.chedonna.it /2019/04/05/per-essere-felici-basta-essere-gentili-con-gli-altri
https://www.chedonna.it /2019/04/05/per-essere-felici-basta-essere-gentili-con-gli-altri
Esistono poteri privi di forza dominatrice, che sono però non per questo scevri di influenza e che si muovono nella coscienza di ciascuno e della collettività per vie non molto indagate, schiudendosi gradualmente alla comprensione, all' ascolto e a una nuova capacità di assorbimento, di percezione e di rifrazione. Il riferimento è indirizzato ad un valore sommesso e discreto, declinabile in varie maniere: la gentilezza, quella capacità di ascoltare e accogliere le fragilità altrui, che è anche generosità, empatia, solidarietà, amorevolezza.
Al giorno d'oggi risulta faticoso comunicare oltre il muro dell' "autismo" dei nostri pensieri autoreferenziali ed egocentrici. La deriva antropologica che ha eclissato la gentilezza è stata accelerata sicuramente da alcuni fenomeni, tutti concentrati nel tempo e negli effetti: c'è il peso di una crisi economica con tutte le incognite sul futuro da essa derivanti, congiunta ad un popolo che ha accumulato rabbia mista ad indignazione, invidia sociale mescolata con risentimento. Ciò nonostante la gentilezza continua ad essere un'esperienza di cui non riusciamo a fare a meno. Tutto, nel nostro sistema di valori contemporaneo, contribuisce a far sì che sembri utile in alcune circostanze (lo è), ma anche potenzialmente superflua, come le vestigia di un'altra epoca. E tuttavia la desideriamo, sapendo che la gentilezza - quel sentimento antiromantico che incoraggia la vitalità legata alla vulnerabilità - crea un coinvolgimento con gli altri che temiamo e allo stesso tempo cerchiamo con tutte le forze.
I piaceri della generosità erano ben noti in passato. La benevolenza è la più grande gioia dell'umanità, ebbe a dire l'imperatore filosofo Marco Aurelio. Per gran parte della Storia occidentale, la gentilezza è stata legata alla cristianità, che sacralizza gli istinti generosi delle persone e li mette alla base di una fede universalistica: per secoli la caritas cristiana ha funto da collante culturale. Ma dal Cinquecento in poi, il comandamento cristiano "ama il prossimo tuo come te stesso" ha subito la concorrenza dell'individualismo. Il "Leviatano" (1651) di Thomas Hobbes considera assurda la generosità cristiana, a fronte di un'esistenza che si caratterizza come una "guerra di tutti contro tutti". Duecento anni dopo siamo tutti sostenitori di Hobbes, tracciando una immagine degli esseri umani, in cui la gentilezza non incarna un istinto naturale: siamo tutti pazzi, cattivi, pericolosi, profondamente competitivi. Gli individui sembrano essere mossi esclusivamente dall'egoismo e gli slanci verso il prossimo appaiono come mere forme di autoconservazione. La cordialità ispira diffidenza e le dimostrazioni pubbliche di generosità vengono liquidate come moralistiche e sentimentali: dilaga ormai incessantemente una sorta di "fobia per la gentilezza", che induce al rifiuto di mettere in pratica gesti scontati di benevolenza. Ogni forma di compassione diviene autocommiserazione, osservava D.H. Lawrence. Quest'idea riflette un sospetto diffuso nella modernità: la bontà è una forma superiore di egoismo o la forma più vigliacca di debolezza, un esempio di narcisismo camuffato arrecante gratificazione o una pura mancanza di vigore. Alla luce di ciò, la società attuale, rifugge dai valori di altruismo e filantropia, facendosi portavoce di virtù cardinali quali l'autosufficienza e l'autonomia, indicative della visione egoistica dell'uomo diffusa dai profeti del capitalismo.
La generosità viene circoscritta alla bandiera di una minoranza, buona solo per i genitori (soprattutto le madri), i professionisti del servizio sociale e i benefattori con i sandali ai piedi. Si diffonde, d'altro canto, la cultura della "durezza" e del cinismo, alimentata dall'invidiosa ammirazione per quelli che sembrano trionfare - i ricchi e i famosi - in un mondo dove si lotta con le unghie e con i denti. La nostra vita è costantemente inquinata da sgarberie, furberie, maleducazione, arroganza, individualismo: se vogliamo vivere e sopravvivere ai veleni che costantemente ci vengono inoculati, è imprescindibile recuperare l'ethos della gentilezza, educare alla cortesia. "Io a scuola insegnerei educazione alla gentilezza, un'ora a settimana. Perché magari la maturità scolastica ci insegna a fare benissimo le equazioni (...). Poi manca la maturità emotiva per affrontare meglio lo stress (...) di coloro ai quali non si è insegnato il rispetto, l'attesa, l'educazione, la giusta misura nel dire le cose, la differenza fra il lasciar correre e l'aggredire, fra l'avere carattere e la prevaricazione, fra il diritto di critica e il non diritto di offesa". Così lo scrittore Massimo Bisotti sintetizza il mondo gentile che è auspicabile costruire.
A scuola sovente vengono tralasciati il cuore, l'educazione emotiva, l'affabilità spontanea, che diventano oggetto di riflessioni scientifiche, enciclopediche e squadrate. Spuntano manuali sulle emozioni come fossero l'aritmetica di base, istruzioni per allenare questo e quello, dalla resilienza alla gratitudine, senza capire che il cuore parla la lingua del cuore, e con quello va educato. Il gergo dei sentimenti supera le piccole differenze ed eleva la comprensione degli esseri umani ad un livello di percezione superiore. È questa comprensione più profonda, piuttosto che una massa di informazioni inedite, che ci porta alla maturità intellettuale, alla fede, alla virtù e alla compassione. Sono questi valori e principi che esaltano il meglio della nostra umanità.

Testo di riferimento
-Dizionario della gentilezza di Leslie Cameron-Curry e Renato Lavarini, in collaborazione con Società Filosofica Italiana.


Carmela Corallo
Studiosa e laureanda in Filosofia
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Sono presenti 1 commenti Visualizza tutti i commenti
inserito venerdì 10/01/2020 ore 13:09 da Anna Maria Pileri
Grazie Carmela per il tuo scritto, lo condivido pienamente.
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