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n.12 aprile 2011
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Una patologia della contemporaneità
La dipendenza come stile di vita
di Sabatini Roberto - Emergenza scuola
Analisi della sollecitazione a dipendere come presupposto della cultura del consumo e del possesso.

Gli esseri umani sono caratterizzati dall'avere il più lungo e complesso periodo di dipendenza di tutte le specie viventi. Però questa lunga dipendenza "naturale" favorisce l'instaurarsi di una strategia esistenziale vincente: la socievolezza! La matrice della nostra propensione a socializzare, comunicare e cooperare è possibile per la lunghezza, imbattibile, di questo intervallo di tempo in cui siamo in balìa degli "altri".

Inoltre questa lunga soggezione agli altri ci consente anche il lungo e delicato processo di apprendimento: a differenza delle altre specie viventi che hanno un repertorio contenuto e reiterato di comportamenti e di competenze, gli umani devono sapere e saper fare una quantità di cose. Lo stesso linguaggio è un cosmo simbolico complesso che richiede anni per essere padroneggiato.
Perciò è funzionale e necessario che tutta l'età evolutiva sia, per sua natura, caratterizzata da una precisa dipendenza da persone, atti e oggetti significativi per il processo in corso e il percorso di sviluppo può essere inteso come proporzionale al grado di emancipazione che, momento dopo momento, la persona in formazione raggiunge.
La stessa condizione di adulto può essere individuata dalla completa emancipazione e indipendenza psicofisiche dai molti attaccamenti e bisogni, dalle molte figure e abitudini, dai tanti oggetti e luoghi, dagli altrettanti riti e miti che accompagnano la nostra esistenza e che sono particolarmente rilevanti nella nostra infanzia, fanciullezza e adolescenza, quando il nostro narcisismo e il nostro egocentrismo sono potenti, pervasivi e in larga misura inconsci e quando, allo stesso tempo, la nostra fragilità identitaria è massima.

Naturalmente nessuno diventa mai pienamente adulto, nemmeno da questo punto di vista, e nessuno degli adulti è mai tale senza soluzioni di continuità: la regressione a comportamenti infantili è così diffusa e ricorrente che si potrebbe concludere che l'età evolutiva duri tutta la vita e abbia esiti incerti!

Però la dipendenza di cui si tratta qui non è quella naturale e costitutiva della nostra specie e non ci aiuta a socializzare e a solidarizzare col prossimo, né ad apprendere alcunché, ma ne rappresenta una ipertrofia patologica e ci spinge nella direzione opposta: ci isola e ci rende antagonisti, ci fa regredire e ci passivizza.
Se abbiamo il coraggio di guardare in faccia le cose, vediamo che questo tipo di dipendenza è una difesa dalla paura della libertà. Noi abbiamo paura della libertà, di quella altrui, prima di tutto: la temiamo perché non possiamo controllarla e siccome siamo interiormente infantili, sentiamo minaccioso tutto ciò che sfugge al nostro controllo, tutto ciò che è diverso da noi.
Ma abbiamo anche paura della nostra libertà, perché se siamo e ci sentiamo davvero liberi non abbiamo più alibi a giustificare i nostri limiti, i nostri insuccessi, la nostra pochezza, la nostra stessa quotidianità, per non parlare dello smarrimento di fronte alla responsabilità che la nostra libertà implicherebbe e all'indicidibilità del nostro destino: sono libero! Cosa voglio e posso fare?
Il dipendere, insomma, ci risparmia molti drammi e timori; è vero, ci opprime e amministra, ma la tristezza è preferibile allo sconcerto, una prigione confortevole è migliore di una libertà priva di sicurezze.

Se gli adulti, che si pongono spesso come modelli per i giovani, non brillano facilmente per indipendenza, cosa possiamo riscontrare nei loro "allievi"? Assai frequentemente riscontriamo una grande quantità di bisogni, molti dei quali tranquillamente classificabili come "superflui" e una abitudine consolidata a soddisfarli passivamente, ossia lasciandosi "fare" dall'oggetto, dallo strumento, dal bene desiderato, lasciandosi sedurre senza reazione né elaborazione dai suoi stimoli e "consumandolo" come una merce o un servizio che si può e si deve comprare e possedere.
Infatti, mai come nel presente dipendiamo da mezzi e strumenti, da oggetti e servizi, da altri e da altro! La nostra quotidianità è in balìa di tutto: mezzi di trasporto, medicinali, climatizzatori, navigatori, cellulari, computer, elettrodomestici di ogni genere e tipo, musica, televisione, cinema, videogame, intrattenimenti con animazione ...e così via; non riusciamo nemmeno ad immaginare un'alternativa a questo universo organizzato come un gigantesco supermercato, in cui le nostre mete non si configurano più come obiettivi da conseguire con orgoglio, impegno, abilità, intelligenza, ma come merci e oggetti da acquistare: giocattoli per un'esistenza infantile.

Questa dipendenza è un tratto specifico della società mercantile, consumistica e produttivista in cui viviamo e, d'altra parte non sarebbe stato altrimenti possibile vendere tutto a tutti e far coincidere l'Essere con l'Avere, con il possedere, con il consumare; oggetti, prodotti e servizi di cui siamo circondati e che si presentano come scintillanti, magici, irresistibili e che chiedono solo di essere comprati, usati, collezionati!

Questo è un aspetto rilevante del modello esistenziale che trasmettiamo alle giovani generazioni.

E' un aspetto che su queste fa presa in un modo diabolico, quasi senza resistenza e in poco tempo, conquistando nuove masse di consumatori dipendenti.
A questo punto sarà più facile mostrare che la dipendenza non si esaurisce nell'essere legati al negativo, o dall'aver bisogno di prodotti pericolosi od esperienze trasgressive; essa può includere tutto ciò che l'individuo avverte come bisogno che condiziona, non solo la sua quotidianità, ma la sua stessa identità. Allora possiamo parlare di una dipendenza come privazione di autonomia, libertà e personalità in una moltitudine di dinamiche sociali e culturali che normalmente sfuggono a tale analisi: il passaggio, delicato e spesso impalpabile, che fa scattare il perverso meccanismo della dipendenza è sempre in agguato e consiste nel non poter fare a meno, ad un certo momento, o in certe situazioni, di qualcosa/qualcuno, esterno a noi e sul quale non esercitiamo un controllo.

L'esempio classico che come docente mi capita di usare è, ovviamente, quello delle sostanze psicotrope: l'assunzione, persino ludica e inizialmente "libera", della sostanza che altera le funzioni neuronali, espone chi la sperimenta ad un preciso rischio, ossia a quello di instaurare con la droga una schiavitù unidirezionale che può portare al disfacimento e poi alla stessa morte.
L'esempio funziona perché il meccanismo fisiologico di assuefazione/tolleranza è conclamatamente negativo e facilmente comprensibile, ma quando questo schema interpretativo viene esteso a pratiche, a oggetti e anche a persone, di per sé non negative, si nota subito una difficoltà esplicativa.
L'automobile, ad esempio, è un mezzo di trasporto che può risultare molto utile, ed essere usato con raziocinio, ma può benissimo trasformarsi in un fine in sé, del tutto superfluo in una quantità di circostanze e, allo stesso tempo, essere percepita come un qualcosa di assolutamente irrinunciabile, con una vera "protesi", senza la quale ci possiamo sentire invalidi, incompleti, privi di una parte di noi, sminuiti nella nostra integrità personalitaria. A quel punto siamo entrati in uno stato patologico di dipendenza dall'oggetto, una condizione in cui il nostro Essere dipende dal nostro Avere.

Anche ciò che normalmente costituisce un valore può diventare una trappola per l'autodeterminazione dell'individuo e della società di cui fa parte: il benessere economico, che è universalmente considerato una ovvietà da perseguire, può trasformarsi in un vorace mostro mitologico da sfamare senza tregua, in un'inarrestabile corsa all'accumulo di beni e ricchezze, in un traguardo che si sposta in avanti alla stessa velocità di chi cerca di tagliarlo e da cui dipende la realizzazione di chi è in corsa per raggiungerlo.
Lo stesso discorso può essere ripetuto per la televisione, il computer, internet, i social network, la musica, lo sport e così via: tutto può trasformarsi in qualcosa da cui possiamo dipendere e che limita la nostra personalità e la nostra libertà. E' proprio questa dipendenza a caratterizzare fortemente il nostro vissuto quotidiano, tanto pericolosa quanto diffusa, tanto infettiva quanto subdola, tanto incurabile quanto sottovalutata.
Quando lo sviluppo è bloccato e la personalità immatura, persino gli altri, le relazioni e i sentimenti possono diventare fonti di dipendenza: si crede di amare, o di essere amici di qualcuno, ma si è invece alla ricerca di soddisfazioni egocentriche e narcisistiche che trasformano l'amico o il partner in mezzi e strumenti per uno scopo, in stampelle a cui appoggiarsi e di cui non si sa fare a meno per camminare e si palesa il carattere infantile, non libero, né autonomo delle nostre emozioni; possiamo avere dipendenza tra genitori e figli, tra partner, tra singolo e gruppo di appartenenza, tra gruppo e leadership: in questo senso non c'è limite, al cosa e al chi, da cui si può essere infantilmente legati, o, alla lettera, essere dipendenti, proprio come il tossicomane dipende dalla droga che assume in quantità via via crescenti e distruttive.

Attenzione: l'aspetto che mi preme evidenziare qui è che oggi non si tratta di una psicopatia che colpisce alcuni individui predisposti, né che possa essere curata con interventi individuali; si tratta di una sindrome culturale, che ha gravi conseguenze politiche poiché ci dispone a dipendere acriticamente, dal sistema di cui facciamo parte nel suo complesso. In questi termini preferirei definirla una sociopatia, una condizione culturale caratteristica delle società post industriali, particolarmente tossica per gli adolescenti, sia per la naturale fragilità della loro identità, sia per la loro massiccia esposizione ai messaggi, ai miti e agli obiettivi dominanti che sono altrettanti agenti passivizzanti e veicoli di dipendenza. Inoltre e non a caso, ciò si verifica proprio in un momento in cui la liberazione dai bisogni e dai condizionamenti, nella società contemporanea, ha raggiunto un suo massimo!

Con ciò voglio far notare che se si guarda oltre le apparenze, sul piano storico e filogenetico, da questo punto di vista la dipendenza non è andata diminuendo. Non ci siamo via via affrancati dai legami che individualmente e collettivamente ci hanno avvinto ai bisogni, non è nemmeno diminuito il numero di persone costrette sotto la soglia di povertà, non si è ridotto nemmeno il divario tra ricchi e poveri e quello tra paesi ricchi e paesi poveri è addirittura aumentato!

Eppure, a fronte di ciò la dipendenza dal sistema complessivo di cui facciamo parte è talmente cresciuta e consolidata, che nemmeno nell'immaginazione possiamo farne a meno! Anche le più avanzate e radicali posizioni critiche, attaccano e mettono in discussione questo o quell'aspetto della cultura dominante, questa o quella soluzione energetica, questa o quella forma di economia, questa o quella forma di democrazia e via così, ma non prendono nemmeno in considerazione l'idea del completamente altro, dell'abbandono di questo universo culturale, dell'inversione di rotta rispetto al cammino storico fin qui intrapreso; sul piano filogenetico si è insomma verificato quello che accade puntualmente su quello ontogenetico: come l'individuo diventato adulto non può più facilmente cambiare la direzione presa dalla sua esistenza fino a quel momento, così l'umanità è ormai prigioniera della sua storia, ostaggio del suo passato, delle sue scoperte, delle sue invenzioni e non riesce più a ideare una vita, un mondo, una cultura completamente diversa.

Paradigma di questa dinamica sono gli Stati Uniti, che dispongono della forma più avanzata della cultura dominante e sono i gendarmi più inflessibili della sua logica e del suo sistema di valori; pur essendo palese che questa cultura del consumo e del possesso, della produttività e della tecnologia, della speculazione finanziaria e dell'inquinamento, della fame di energia e della brama di potere portano invariabilmente al suicidio dello stesso pianeta, sono i più tenaci conservatori di tale sistema: il capitalismo neoliberista non si tocca!
Qui possiamo notare il salto dalla patologia psicologica a quella sociale e culturale: non si tratta solo di una dipendenza.
Questa considerazione invita ad un'ultima riflessione provocatoria e, allo stato, priva di un esito, di una risposta: una riflessione sulla libertà come libertà dal bisogno, ossia come sconfitta del regno della necessità, come vittoria definitiva della lotta contro la penuria, la scarsità, la mancanza.

La storia degli umani è intrinsecamente pervasa dalla lotta contro la penuria, la scarsità, la necessità, al punto che per molti autori (basti per tutti H. Marcuse) la libertà si da solo fuori del Regno della Necessità, oltre la sfera del Bisogno; su questa base molti percepiscono l'attività lavorativa una prigione inevitabile per ovviare alle tante carenze e vedono nel tempo libero la vera dimensione umana, l'espressione della sua più autentica libertà.
Prima di tutto è impossibile non rilevare che l'aumento della capacità di soddisfare bisogni è stato incessantemente sfidato dall'aumento esponenziale di questi ultimi, al punto che il differenziale tra la quantità di bisogni soddisfatti e quelli, nati successivamente e in seguito e ancora da soddisfare è quasi cresciuto, anziché essere diminuito.
In seconda battuta il mondo del lavoro, tranne pochi settori privilegiati (e riservati a privilegiati) non è stato organizzato per diventare intrinsecamente gratificante, armonioso, bello; al contrario è rimasto spesso un mondo alienante, soggetto all'inquinamento, al rischio, all'alienazione, allo sfruttamento dell'essere umano.
La prima tendenza va nella direzione che ho già mostrato: mantenere e, se possibile, aumentare il grado di dipendenza da, come stile di vita che inchioda gli umani ad uno stress esistenziale (lavorativo e valoriale).
La seconda tendenza rende schizoide la vita umana costringendo la maggior parte delle persone a passare la maggior parte del loro tempo in attività ingrate, faticose, opprimenti, ingiuste e ad anelare ad una dimensione di tempo libero in cui proiettare la loro realizzazione individuale; ma si tratta di una dimensione a sua volta organizzata dall'establishment per continuare lo sfruttamento: vendere beni di consumo, sogni, paradisi artificiali, evasione, bisogni addizionali.

Io suggerisco che proprio questo dualismo lavoro/tempo libero sia da eliminare e, comunque, da avviare ad una diversa soluzione, per esempio rendere il lavoro un'attività realizzante, piacevole, davvero umana; in tal caso il tempo libero assumerebbe un'altra funzione, avrebbe altre finalità e contenuti: non sarebbe evasivo, non sarebbe compensativo, non sarebbe narcotico, non sarebbe restaurativo. Potrebbe diventare potenziamento, estensione, approfondimento: una dimensione non antitetica, ma integrativa con la dimensione lavorativa; non ci sarebbe soluzione di continuità, ma armonia, sviluppo, perfezionamento.
Siamo stati progettati per un incessante contrasto alle difficoltà del vivere, intrinseche alla natura della realtà, ma la civiltà si è mossa per portarci fuori da questo confronto.

Va quasi da sé che il processo educativo deve affrontare la narcosi culturale che spinge le nuove generazioni a questa dipendenza generalizzata e smascherarla, sia nelle cause che nelle conseguenze. E non solo come moduli didattici da svolgere, o come indicazioni pedagogiche da adottare, ma anche come esempi di adulti da incarnare; infatti, insieme ai genitori, la classe insegnante, per il tempo che passa con le nuove generazioni e le problematiche che affronta nel percorso formativo costituisce di fatto uno dei più rappresentativi modelli del mondo degli adulti.
E' possibile affrontare questa problematica nei curricola scolastici e manifestare una testimonianza di contrasto agli stili di consumo e di vita che inducono dipendenza?
Secondo me è non solo possibile, ma anche doveroso ed urgente!

Roberto Sabatini insegna Scienze Sociali al Liceo di Via Asmara - Roma
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