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n. 26 ottobre 2012
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Avviso ai nativi digitali
Usate la tecnologia, non fatevi usare da essa!
di Sabatini Roberto - Scuola & Tecnologia
L'espressione non ha più bisogno di essere spiegata, né commentata e d'altra parte gli immigrati digitali si stanno assottigliando ogni giorno che passa. Certo, stiamo parlando della popolazione delle società postindustriali avanzate e dimentichiamo volutamente i vari miliardi di umani che non hanno ancora accesso alla tecnologia in generale, talvolta persino a quella rudimentale, figuriamoci a quella digitale.
Molti di noi sono stati nativi automobilistici (anzi forse più di qualcuno è proprio stato concepito in auto!) e hanno potuto cogliere la grande differenza che passava nella familiarità, nella destrezza, nella padronanza e nella stessa ovvietà con cui usavamo il mezzo, in confronto con i nostri genitori che erano nati e diventati adulti in un mondo senza auto o, comunque, prima della loro produzione e del consumo di massa.
Possiamo accordare ai nativi della tecnologia digitale quella stessa differenza e riconoscere loro tale vantaggio senza invidie né rivalità fuori posto.

Naturalmente, l'evoluzione tecnologica non è indolore e comporta delle conseguenze che non vanno ignorate né sottovalutate, a cominciare dal fatto che ogni nuovo strumento che si impone sul mercato, ne sostituisce uno precedente, più limitato, più lento, meno preciso e così via.
Ciò significa che le competenze acquisite per l'impiego dello strumento che viene accantonato, vengono in buona parte perdute, in parte adattate e trasferite sul nuovo dispositivo. Come ben sanno gli insegnanti e tutti gli addetti alla formazione in generale (aziendale, militare, sportiva, ecc.) è più facile assimilare un nuovo apprendimento, che adattarne uno precedente; il fenomeno ha un nome e si chiama interferenza proattiva: il vecchio apprendimento disturba il nuovo e questo disturbo è tanto più invadente quanto minori sono le differenze che esistono tra i due apprendimenti.
Questo era però un problema maggiore un tempo, quando un qualsiasi prodotto tecnologico stava a lungo sul mercato e si consolidava quindi l'abitudine al suo funzionamento e ogni innovazione richiedeva un periodo di aggiornamento e di nuovo tirocinio.

Oggi il ritmo dei mutamenti è così veloce che in fondo nessuno ha veramente il tempo di diventare esperto di qualcosa; l'obsolescenza di una tecnologia è progettata dall'inizio e ci si aspetta che il dispositivo cominci a presentare anomalie di funzionamento, o prestazioni non all'altezza delle richieste, in un arco di tempo definito e limitato, per spingere all'acquisto dei modelli successivi che si presenteranno, invariabilmente, più belli, più completi, più veloci, più potenti, più precisi e così via.
Nel corso di una carriera professionale questo continuo rinnovamento della strumentazione, delle procedure e delle abilità richieste assorbe una buona parte delle energie mentali e dell'arco di tempo lavorativo, inducendo un sottofondo di precarietà operativa: è sempre più raro e difficile trovare qualcuno che sia perfettamente padrone dei processi e dei prodotti che usa, che possa utilmente fare appello alla sua memoria, alla sua abilità e alla sua esperienza.
In relazione a questa veloce obsolescenza indotta dal mercato, i nativi digitali hanno sviluppato una dipendenza dalle tecnologie del momento, maggiore dei loro predecessori. Ho già affrontato, in questo contesto,(novembre 2011) il tema della dipendenza come una "patologia della contemporaneità" poiché essa è un prerequisito del produttivismo e del consumismo che connotano le società avanzate: il modello più spinto e più riuscito di metamorfosi dell'Essere nell'Avere.

In realtà questo processo era già cominciato con l'abbandono delle economie di caccia e raccolta ed aveva assunto la sua forma storica più longeva nelle civiltà agricole (notevoli in questo senso sia "Armi, acciaio e malattie" di Jared Diamond, che "Liberi dalla civiltà" di Enrico Manicardi), ma per secoli la proprietà privata aveva avuto il tratto culturale della durata e della solidità: i beni che ci appartenevano andavano oltre la nostra vita e costituivano l'asse ereditario, una specie di ponte che superava la morte individuale.
Con l'avvento dell'industrializzazione e del consumo di massa, beni e strumenti, proprietà e mezzi non devono più consistere e durare, ma devono essere incessantemente sostituibili e aggiornati: il mordi e fuggi si è esteso alla stessa proprietà e presto nemmeno quella immobiliare sarà plurigenerazionale.
Poiché questo è il modello culturale prevalente a cui siamo tutti esposti, le nuove generazioni lo fanno proprio quasi senza resistenze, lo ampliano e lo sfruttano al massimo.
Riassumendo, se in ogni epoca la tecnologia del momento è stata culturalmente centrale e si è socialmente stabilito un certo grado di dipendenza da essa, questa dipendenza, oggi, nei confronti della tecnologia digitale, è a mio avviso, ai suoi massimi storici.

Ricordo ancora quando alcuni anni fa i miei studenti vennero a sapere che non usavo quasi mai il cellulare, che non lo portavo quasi mai con me e che spesso era comunque spento; qualcuno di loro rimase allibito e mi chiese come facessi, specialmente quando ero in viaggio, o in spostamento, a fare fronte alle emergenze, a far sapere ai familiari dove e come mi trovassi, a non sentirmi connesso col resto del mondo.
In queste domande era concentrata tutta la loro dipendenza dallo strumento, quasi fosse un talismano dai poteri magici, un cordone ombelicale che non ti avrebbe mai abbandonato.
Benché la cronaca ammannisse a piene mani accadimenti raccapriccianti che avevano travolto persone dotate di cellulare, benché sapessero che la copertura di rete viene meno spesso proprio quando ci si trova in luoghi isolati e inaccessibili, malgrado la tracciatura dei cellulari sia anche un formidabile sistema di controllo della privacy, essi lo ritenevano una parte coessenziale al loro essere, non più nemmeno una protesi, ma un vero e proprio innesto nel loro corpo, come in un cyborg.

Il cyborg è un organismo cibernetico, una fusione di biologico e tecnologico che sembra soddisfare l'antico sogno mitico di diventare semidei, di potenziare questo nostro corpo e questa nostra mente con mezzi e strumenti non più a noi esterni, ma inseriti nella nostra persona in modo organico ed armonioso. Ma se il cyborg ha avuto successo soprattutto al cinema, nel quotidiano il bisogno di disporre di una adeguata dotazione tecnologica non è un film, ma una manifestazione invasiva e pervasiva.

In questi anni questa tendenza si è persino rafforzata e chi si ostina ad evitare la tecnologia è emarginato, rifiutato, considerato, nella migliore delle ipotesi, "strano".
Ma il cellulare che si possiede non è mai quello dell'ultima generazione e lo stesso vale per i notebook, i netbook, i tablet, gli i-phone, gli i-pad e via dicendo e l'aggiornamento è percepito come altrettanto indispensabile del possesso: i costi e le file che nel mondo si sono appena fatte per avere per primi (per primi di pochi giorni!) l'i-phone 5 della Apple, testimoniano l'incredibile dipendenza da dispositivi assolutamente non indispensabili, ma tali sentiti e vissuti, soprattutto dai nativi digitali (d'altra parte quando avevamo vent'anni e vedevamo sfilare rombante il nuovo modello sportivo di automobile era solo per la carenza di denaro che non ci precipitavamo ad acquistarne uno!).

Ma il problema delle nuove generazioni è l'incremento di passivizzazione che la moderna tecnologia induce. Prendiamo il navigatore. Noi apparteniamo alla generazione delle cartine stradali e degli atlanti, qualcuno ancora riesce ad orientarsi col sole e con una vecchia cartina topografica della città o una normale carta stradale, ma questa metodologia implica un intervento attivo della mente, una capacità di orientamento e di interpretazione, di passaggio dal territorio vero e proprio alla sua rappresentazione cartografica.
I nativi digitali preferiscono i vari tom-tom che con i dispositivi GPS sanno sempre dove ti trovi e se digiti la destinazione ti conducono step by step alla meta, magari con voce suadente, o sicura, o simpatica, o dialettale!
Il progresso non si discute. Le nostre cartine non si aggiornavano mentre i navigatori (pagando) si; non si poteva avere carte di tutti i luoghi necessari a portata di mano e della scala opportuna, i navigatori hanno in memoria interi continenti e possono andare dal metro al migliaio di km con un click; con le carte bisognava fermarsi a consultarle, mentre ora le indicazioni ci vengono porte in modo estremamente funzionale e così via. In questo modo però la mappa ha soppiantato il territorio e lo strumento ha sorpassato le nostre percezioni: non guardiamo ne vediamo più dove stiamo andando, ma ci affidiamo ai software e ai satelliti; c'è da rifletterci e pensare a quando, nel film "Guerre stellari", per colpire un difficile obiettivo, l'eroe della vicenda, il giovane promesso Jedi, Luke Skywalker, spegne il computer e si affida all'istinto! Sembra una parafrasi dello slogan di qualche decina d'anni or sono che invitava a spegnere la Tv e ad accendere il cervello!



L'altro grande pericolo che questa generazione ha di fronte a sé è la crescente virtualità delle relazioni umane. Il mondo digitale ha già sostituito parecchio la relazione in carne ed ossa e molta comunicazione è solo multimediale: lo schermo sul quale appare il volto desiderato ha soppiantato il volto desiderato stesso!
I ragazzi che chattano a poca distanza gli uni dagli altri e quelli che si mandano messaggi e stimoli eloquenti solo attraverso i loro dispositivi elettronici, troverebbero arcaico e imbarazzante farlo di persona, l'uno davanti all'altro, con il loro corpo reale in primo piano. È solo dopo che la mediazione tecnologica ha sgombrato il terreno da timidezze e ansie, solo dopo che attraverso il media si sono scambiate impressioni e giudizi, avances e chiarimenti, esplorate le reciproche zone d'ombra, che si passa all'incontro vero e proprio.

Ma come la mappa non è il territorio, la rappresentazione dell'altro su uno schermo e la sua voce nell'auricolare non sono affatto la stessa cosa dell'altro reale, col suo vero corpo, la sua vera pelle, il suo vero odore, la sua vera voce, le sue vere carezze, i suoi veri baci, il suo vero sesso.
La metamorfosi in atto è però ancora più radicale poiché si tende a percepire e sentire come più vera e autentica non la persona effettiva, ma proprio la sua rappresentazione!
Non mi interessa più la tua presenza fisica, ma come tu appari sul palcoscenico multimediale; proprio come è accaduto nel mondo dell'informazione: un evento è davvero significativo ed autenticamente reale, non se si limita ad accadere, ma solo se viene "visto" e rappresentato dai media; la realtà che conta non è più quella che si verifica effettivamente, e persino quella che viviamo in prima persona, ma quella che viene recepita, selezionata e trasmessa dai mass media e, in tal modo, condivisa dal resto del mondo connesso! Combinando insieme le opportunità informatiche, telefoniche e televisive il mezzo digitale sta consentendo un uso interattivo rivoluzionario e di portata mondiale, ma può ridurre e surrogare l'incontro effettivo e fattuale con la realtà e con gli altri.
D'altra parte la relazione a distanza non è davvero nata con la tecnologia digitale: anche centinaia di anni fa amicizie ed amori si coltivavano per lettera, ma il veicolo cartaceo, col quale era pure possibile scrivere cose che non si sarebbero mai potute dire, si poneva sempre come una necessità, come un ponte per unire persone altrimenti divise; ora invece la tecnologia fa da mediatore a persone che potrebbero essere accanto senza mediazioni!

Ecco, i nativi digitali sono i benvenuti, il futuro è loro, che usino pure la tecnologia, ma evitino di essere usati da essa!


Roberto Sabatini ha insegnato Scienze Sociali
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