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n 37 novembre 2013
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Bella e possibile
Ma prima mettiamoci d'accordo sulla bellezza e sul possibile
di Onger Giancarlo - Orizzonte scuola
Non voglio fare il filosofo. Semplicemente perché non lo sono. Ma non voglio rinunciare al pensiero. Soprattutto dopo che ho iniziato a leggere il libro di Michela Marzano, Gli assassini del pensiero (1). Ha ragione l'autrice: quando si rinuncia a pensare, qualcuno occupa il posto lasciato libero dalle nostre idee. Per questo ho adeguato un proverbio, che è anche una cantilena che sento sovente dagli insegnanti: "Tra il dire e il fare c'è di mezzo il pensare". È meglio essere avvolti dai pensieri che dal mare.
E allora è bene chiederci che scuola vogliamo, quali sono i profili epistemologici a cui ci riferiamo per gettare le basi solide dei percorsi formativi. Farsi domande è molto importante perché ci costringe a cercare risposte. Che sono sempre generatrici di altre domande. Perché insegnare è una professione dinamica, che si rinnova: cambiano gli alunni, cambiano le conoscenze, le scienze, i contesti. E noi non possiamo continuare ad esercitare la professione docente sempre allo stesso modo. Sono convinto che insegnare costi fatica, che peraltro è un'idea che risale a metà ottocento. Nel Regno Lombardo-Veneto, anno domini 1859, per affrontare il concorso di maestro bisognava avere il seguente profilo: la fede di nascita, la patente di maestro normale e "l'attestato medico comprovante la fisica attitudine del concorrente a sostenere le fatiche della scuola". Consentitemi una divagazione ironica. Forse oggi bisogna proporre la riedizione di questo certificato. Da consegnare dopo due anni di tirocinio intenso, rilevando lo stato di salute del tirocinante prima e dopo.

Con la prolusione non ho inteso svicolare dall'impegno che mi sono preso nel sottotitolo.
Della bellezza voglio sottolineare l'aspetto dello stupore. Credo che lo stupore sia una componente importante per l'apprendimento e per la ricerca delle dimensioni di senso da dare alla vita. Per questo ritengo che l'insegnamento debba provocare stupore. Per aiutare a crescere. Quei ragazzi e quelle ragazze, concreti e non astratti, che stanno cercando, faticosamente, di crescere nel migliore dei modi.
"La scuola dell'autonomia è una scuola che concentra la propria proposta formativa ed il percorso curriculare nell'attenzione a quell'essere unico ed irripetibile che si ha in classe". (Indicazioni per il curricolo 2012)

Sulla definizione del possibile l'impresa è ardua.
A mio avviso è difficile tratteggiare i confini del possibile se non esploriamo i territori dell'impossibile. In altre parole, ritengo giusto lasciare una percentuale di imponderabile nei progetti educativi. Ritengo che la filosofia della serendipity coniughi molto bene la concretezza e il sogno. E in fondo anche la capacità di stupirsi, magari insieme, da parte docente e del discente. Avere un obiettivo è importante, ma lo è altrettanto saper cogliere le occasioni che ci capitano durante il cammino, stupirsi appunto, per raggiungere risultati che fino a poco prima sembravano impossibili, irraggiungibili. "L'evento imprevisto sovverte il progetto previsto e la possibilità formativa dell'evento sfugge al controllo, alla verifica, alla razionalizzazione e all'istituzionalizzazione". (Vanna Iori, 2)

E questo significa che l'alunno, in quanto persona e non perché appartenente a determinate categorie, non può essere un semplice spettatore, in balia del sapiente. Diviene, al contrario, un protagonista della sua crescita. E dentro questa dinamica non possono certo mancare gli altri attori: la famiglia, gli specialisti laddove servono, le realtà sociali. Per dare l'idea dell'importanza dei contesti educativi, dove si incontrano le competenze solidali, mi piace evocare un noto proverbio africano: "Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio". Questo significa che ognuno deve fare la propria parte. Nessuno si può chiamare fuori. La responsabilità che chiediamo agli alunni deve essere preceduta dall'assunzione di responsabilità da parte degli adulti. L'esempio rimane, a mio avviso, un messaggio molto più educativo delle prediche e delle note.
"L' educatore, senza imporre la propria mentalità, dovrebbe riuscire a realizzare una comunicazione autorevole, in cui a ciascun partecipante sia data la possibilità di "mettere in comune". Per fare ciò bisogna riconoscere all'altro lo stesso valore e la stessa dignità che si riconosce a se stessi. (Paolo Perticari, 3)

Foedus ferio, stabilire alleanze, tra scuola/famiglie/comunità, significa andare oltre i confini degli edifici scolastici. Significa lavorare nella prospettiva del progetto di vita di cui la scuola rappresenta un segmento. Progetto di vita inteso come l'insieme organizzato delle risposte e degli interventi che accompagnano la persona nei suoi cicli di vita, seguendone la modificazione dei bisogni nelle differenti fasce di età e in relazione agli ecosistemi in cui è inserito, con l'obiettivo di garantirgli la più alta qualità di vita possibile.
"Un servizio deve contaminarsi e darsene ragione in quanto la contaminazione è propria dei sistemi complessi che cercano vie di uscita dai problemi". (Andrea Canevaro, 4)

A questa visione mi piace associare l'idea che gli alunni con bisogni educativi speciali, definizione per cui non ho molta simpatia, sono una parte della scuola e non una scuola a parte.
Senza una visione olistica e una risposta solidale, la scuola è destinata ad autoalimentarsi inventando ogni tanto una sigla che viene velocemente sostantivizzata, con il rischio di un effetto anestetico, che ci fa dimenticare tutto quello che di buono è stato fatto. Con tanta fatica, come abbiamo già detto sopra. E con il rischio di creare nuovi recinti, confini in cui campeggia solo il possibile.
"... i confini non vengono tracciati allo scopo di separare differenze ma, al contrario è proprio perché vengono tracciati confini che improvvisamente emergono le differenze, ce ne accorgiamo e ne diveniamo consapevoli, anzi andiamo in cerca di differenze proprio per legittimare i confini..." (Fredrik Barth, 5)

Giancarlo Onger, Presidente CNIS di Brescia -Provaglio d'Iseo

(1) Michela Marzano, Gli assassini del pensiero, 2011, Erickson, Trento
(2) Intervista a Vanna Iori, a cura di Elisabetta Dodi, Animazione Sociale, n. 268, dicembre 2011
(3) Paolo Perticari, Paolo, La scuola che non c'è, 2008, Armando Editore
(4) Canevaro, Andrea, Animazione Sociale, giugno/luglio 2012
(5) Bauman, Zygmunt, Fiducia e paura nella città, 2005, Bruno Mondadori
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