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n. 51 marzo 2015
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BES: Bisogni ed Emergenze Scolastiche
La scuola pubblica non ha bisogno di "pubblicità"
di Pellegrino Marco - Orizzonte scuola

Si sono concluse da poco le procedure di iscrizione all'anno scolastico 2015-2016; gli istituti hanno accolto e ospitato gli alunni che vivranno il passaggio da un ordine all'altro, per far esplorare le nuove realtà e permettere loro di orientarsi al meglio nella scelta. Durante gli OPEN DAY o
OPEN SCHOOL, che dir si voglia, il personale della scuola, formato soprattutto da insegnanti, ha ricevuto e informato le future leve sugli spazi, gli strumenti, le proposte didattiche che potranno vederle coinvolte e partecipi. Una pratica senz'altro molto utile agli studenti e ai genitori per familiarizzare con gli ambienti e anche un modo per capire quale percorso di studi intraprendere, soprattutto se si parla di studenti che passeranno dalla scuola secondaria di primo grado a quella di secondo grado.

Volendo allargare il discorso e svincolarlo dalle esigenze legate alle scelte individuali, questa prassi consolidata di "pubblicizzare" i programmi e i locali scolastici diviene anche occasione di riflessione sul diritto costituzionale che dovrebbe porre tutta la comunità su un piano di uguaglianza, al di là delle differenze tra singoli istituti e indirizzi scolastici.

A questo punto viene da porsi una domanda: il valore e la forza di una scuola risiedono nella "pubblicità", intesa come forma di comunicazione di quanto vi è contenuto, quindi nella capacità degli istituti di proporsi per vincere la competizione, o nel suo essere pubblica, cioè aperta e in grado di riconoscere ed assicurare a tutti un'istruzione rispettosa delle diversità e delle qualità di ognuno?
Le due cose non sono necessariamente in contrasto e la "competizione" è senz'altro utile, in quanto stimolante, professionalmente rinvigorente e rispondente a determinate esigenze particolari e locali, ma esistono realtà in cui il personale educativo si ritrova deprivato, isolato e investito di compiti e impegni che spetterebbero alle Istituzioni più che agli istituti.

Negli ultimi anni, gli strumenti principali di informazione dei macro-progetti educativi di una scuola, ossia i POF (Piani di Offerta Formativa) si sono andati rinfoltendo con progetti, iniziative e pratiche educative accattivanti; questi documenti rappresentano la carta d'identità, lo specchio di un disegno educativo, il marchio di fabbrica, l'interfaccia più diretta per l'utente, però ci sono contenuti che non dovrebbero essere negoziati né previsti solo dai singoli POF, piuttosto dovrebbero rientrare all'interno di un "PIN", PIANO DI ISTRUZIONE NAZIONALE che, con un gioco di parole informatico, rappresenterebbe la vera chiave di accesso per tutti ad una formazione umana possibile: dal rispetto delle diversità, alla capacità di collaborare e di condividere i progetti, al riconoscimento del valore della formazione permanente del personale interno, fino alla dotazione di strumenti innovativi e in grado di rispondere alle nuove esigenze degli allievi, per arrivare alla trasparenza di tutto l'operato.
Se solo una scuola, seppur piccola e situata in un paese sperduto e ameno della campagna italiana, non dovesse vedersi riconosciuto uno di questi elementi, si potrebbe parlare di fallimento del sistema, per rimanere in un campo lessicale aziendale.

Cosi come in classe il docente ha il compito di indirizzare i propri allievi riconoscendo le difficoltà e mettendo a loro disposizione i mezzi e gli strumenti più idonei ad affrontarle e superarle, gli organi situati al "vertice", più che dettare teorie dall'alto, dovrebbero calarsi all'interno delle realtà specifiche, tessere delle relazioni dirette con chi opera concretamente nelle scuole e provvedere ad assegnare risorse in modo efficace e rispondente alle esigenze reali, assicurando comunque a tutti le condizioni di base sancite nelle svariate fonti legislative, a partire dalla Costituzione.

Ormai da qualche anno si sente parlare di alunni con Bisogni Educativi Speciali, e negli articoli precedenti ho affrontato ironicamente il tema spostando il punto di vista sugli insegnanti, in questa occasione sarebbe opportuno riconoscere i Bisogni e le Emergenze Scolastiche, ossia quelle situazioni che in un dato momento necessitano di sostegno materiale, culturale o strutturale.
Spesso ci si imbatte in scuole super accessoriate, ma non del tutto pronte, professionalmente e mentalmente, a rendere le risorse veri strumenti di apprendimento per tutti, e scuole carenti, poco equipaggiate, sfornite anche del materiale essenziale, ma dotate di stimoli, approcci, sistemi educativi capaci di raccogliere l'esistente e rigenerarlo, sfruttarlo alla massima potenza; non è pensabile che i gap si possano colmare solo dal basso, o meglio dall'interno, grazie alla buona volontà, allo spirito di sacrificio, al volontariato di turno, di insegnanti e genitori, i quali spesso si ritrovano a pagare due volte lo scotto delle carenze e delle mancanze.

Lavorare nella scuola non è una MISSIONE, ma una professione degna di riconoscimento e di supporto concreto.
Un piano di interventi mirato e contestuale, che preveda corsi di formazione costanti, implementazione di risorse materiali e professionali, interventi strutturali, potrebbe ad esempio:


-tenere sempre aggiornati gli insegnanti, affinché non si arrivi a pensare che il PDP sia la sigla di un nuovo partito politico, invece che di un piano didattico personalizzato;
-consentire a docenti e discenti di utilizzare la LIM in modo consapevole e competente, per favorire l'apprendimento inclusivo ed evitare che si piazzino sulle pareti a coprire buchi o chiazze di umidità;
-evitare che l'insegnante "unico" lo diventi per davvero, cioè solo a gestire le difficoltà presenti nelle classi, perché sempre meno coadiuvato da insegnanti di sostegno o da colleghi compresenti;
-riconoscere adeguatamente il lavoro di tutti coloro che durante l'anno, con impegni aggiuntivi, consentono al sistema di funzionare meglio: collaboratori, funzioni strumentali, coordinatori ecc. Tutti rami di un albero che deve però essere ben nutrito dalle radici;
-sostenere e affrontare concretamente le problematiche delle scuole definitive "a rischio", affinché non si arrivi a far corrispondere l'estinzione del rischio con quello della scuola stessa;
-fare in modo che la scuola entri e rimanga nella testa dell'allievo, prima che gli cada sopra.

Appunto perché esistono delle naturali differenze, è giusto riconoscerle e trattarle nella maniera più consona; dalle tanto discusse prove Invalsi, ma anche da altri indagini scientifiche, emergono le divergenze che da decenni vedono alcune realtà geografiche in netto svantaggio, ma coincidono con quelle che poi sfornano il maggior numero di laureati e di cervelli pensanti, e spesso anche fuggenti.
Dunque affianco agli anglicismi già tanto usati si potrebbe aggiungere l'OPEN MIND, che rappresenta la base di qualsiasi forma di apertura e di pubblicità: la "Buona Scuola" che merita di essere pubblicizzata è quello formata da menti libere, libere da vincoli, da dettami, da logiche di potere, da regole di mercato, che riconosce a tutti il diritto di formarsi ed istruirsi con varietà di mezzi e di stimoli.

Una mente libera e aperta può fare a meno di buoni strumenti ma lo stesso non può dirsi del contrario.

Marco Pellegrino - insegnante di sostegno- I.C."Viale Adriatico, 140", Roma
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