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n.6 ottobre 2010
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Buonismo o sangue freddo? Il dilemma dell'educazione
Così é se ci credi!
di Traversetti Marianna - Organizzazione Scolastica

E' questa una riflessione ad alta voce,
è questa una ventata di ottimismo nascosta ma evidente nel contempo,
è questa un'esperienza che mi tocca e che mi fa pensare un po'...

Avere un peso agli occhi dei bambini, essere considerata una tosta ed integerrima agli occhi degli alunni con i quali vivi tutti i giorni, è una grandissima responsabilità per un'insegnante di qualsiasi ordine e grado di scuola.
Sicuramente lo è per me che, in molte situazioni educative ed in tante circostanze quotidiane, che vivo con i miei alunni e con le mie colleghe, mi trovo a dover prendere decisioni anche sofferte, quelle decisioni che sai che hanno un senso ed un valore formativo per l'alunno e per il gruppo, ma anche quelle decisioni che ti fanno stare sveglia a pensarci su e a rimuginare nel dubbio che possano ritornare al mittente come un boomerang!

Quando si arriva al termine di un ciclo, di un percorso di studi durato cinque anni, durante i quali hai accompagnato due classi al traguardo finale che, però, apre la porta alla partenza, allora si gode e si patisce di un senso di maturazione, quella che i programmi chiamano "globale" e che riguarda non solo i tuoi ragazzi, ma anche te stessa.
E quanto più la vita scolastica, o più precisamente il contesto di classe che vivi e condividi con il tuo gruppo fatto di persone, adulti e bambini, dotati di diversissime attitudini e molteplici tratti caratteriali, tanto più ti senti netta, dritta al cuore, una determinazione così forte che ti fa lottare anche quando le circostanze sembrano non richiedere eccessive energie o riflessioni a posteriori.
E questo ti fa star male, perché sei combattutta tra quello che potrebbe essere più facile, ma più sbagliato, e quello che è maledettamente difficile, ma giusto.

Aver insegnanto agli allievi a dibattere, a discutere con spirito critico, a conversare con gli altri in termini di rispetto delle opinioni altrui e, soprattutto, di amore verso ciò che è giusto e condiviso, nei momenti nevralgici dell'educazione, in quei periodi in cui le risorse umane devono coniugarsi ed armonizzarsi insieme per fare corpo e scendere in campo, allora ti rendi conto che sei riuscita nel tuo intento, che hai insegnanto loro a riflettere con la propria testa, che non gli hai dato solo nozioni, ma che gli hai offerto l'opportunità di conoscere le proprie potenzialità e attitudini, ma anche le proprie debolezze.
Insomma.. una vittoria?!
E allora... che storia è questa, direte voi? E perché un insegnante dovrebbe starci male?

Perché un insegnante non è mai solo un insegnante, perché un'insegnante, di quelle che, ahimé, ancora ci credono e s'incazzano verso chi denigra la cultura della scuola ed ancor di più il sistema scolastico pubblico, soffre davanti alle sue stesse decisioni, anche se sono sacrosante e giuste, anche se tutti ti dicono: - Ma sì, in fondo hai fatto bene , hai ragione tu. E'stato meglio così.

Ma soffre anche e soprattutto quando le decisioni che prende non sono sostenute dal contorno e dalle tue colleghe che vedono in esse sì un valore educativo, ma un prezzo troppo alto da pagare per l'alunno.
Ma se tieni duro, perché sai che quello che hai deciso è la cosa più giusta per il tuo alunno, che quel dolore che gli hai dato lo farà crescere, più velocemente e meglio, che quella sensazione di inadeguatezza che, per reazione, gli ha suscitato il tuo atteggiamento e il tuo verdetto gli forniranno la forza necessaria per vincere una sua debolezza allora...
Allora vale la pena!
Vale la pena sentirti nervosa per tutta la giornata ...
Vale la pena litigare con la collega che non è d'accordo con te...
Vale la pena sentirti addosso l'odio immediato e spontaneo di quel bambino a cui è stato negato qualcosa di speciale.
Vale la pena per te che in quel momento ti senti brutta, sporca e cattiva, ma in gamba. Perché tocchi con mano, inevitabilmente, il senso di efficacia dell'atto dell'insegnare - educando.

Di certo è più facile, più comodo e meno dispendioso fare la brava maestra facendo sempre la parte di quella buona, accondiscendente e ragionevole.
Quante ce ne sono di quelle che, per non avere beghe con dirigenti, famiglie e colleghi, sono del tutto avulse dalla realtà affettiva, civile e culturale che vivono con i propri allievi. Quante ce ne sono di quelle che, per non prendere posizioni o assumere una decisione difficile da portare avanti e sostenere pubblicamente, girano lo sguardo facendo finta di non vedere.
Troppe! Ma quelle non sono insegnanti - educatrici! Quelle sono persone capitate a scuola per caso! Quelle sono persone che dovrebbero cambiare mestiere! Quelle non sono maestre!

E dove porta tutto questo?
A niente, perché i ragazzi non sono certo scemi, soprattutto la generazione di oggi, quella che è abituata a fare considerazioni, a guardarsi le spalle... I ragazzi, alla fine, i conti se li fanno. E ragionano sugli episodi che vivono, da spettatori o da attori protagonisti: si confidano, si scambiano opinioni e si influenzano tra di loro, ma ... riflettono e scelgono.
E se un gruppo valido di docenti, che hanno la testa al posto giusto e non temono il confronto, che amano il loro lavoro e che, se sbagliano, lo ammettano e riparano, si assume la responsabilità delle propre decisioni e condivide in modo schietto e sincero le sue ragioni con gli alunni, e ragiona su ciò che questi ultimi dicono e sottendono... alla fine la giustizia vince!
Alla fine vince la capacità di pensiero libero ed autonomo!
Alla fine vince la coesione e la voglia di crescere insieme!
E il bene del singolo diviene lo scopo del gruppo.
E una decisione forte ed apparentemente troppo severa, se dibattuta, genera un cambiamento.

Solo così, vivendo intensamente il rapporto tra docente e alunno e tra docente e docente, solo e soltanto così il successo del singolo si pone come successo del gruppo largamente inteso.

La formazione è in divenire, gli allievi si autovalutano, considerano le loro azioni, le comparano e maturano una consapevolezza che apre la strada allo sviluppo della persona per l'apprendimento per la vita.

E allora mi convinco che, seppur esteriormente può sembrare una rigidità o una severità eccessiva, in realtà la decisione sofferta ma ragionata, è un regalo che faccio a quel bambino.
E allora mi sento capace di assumermi le responsabilità delle azioni educative che intraprendo nelle mie classi, perché so che il mio intento, quello formativo ed educativo, è prioritario rispetto al mero e puro buonismo di facciata.

Marianna Traversetti, Docente I.C. Via Perazzi 46 - Roma
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