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n.52 Aprile 2015
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Cambiare il paradigma educativo
Ciò che potrebbe servire ad un insegnante ... forse
di Rosci Manuela - Editoriali
"Il bambino è dotato di poteri sconosciuti, che possono guidare a un avvenire luminoso. Se veramente si vuole mirare a una ricostruzione, lo sviluppo delle potenzialità umane deve essere lo scopo dell'educazione".
La mente del bambino - M. Montessori


Certo è che di questi tempi la 'ricostruzione' sembra essere necessaria su più fronti. Dal punto di vista 'valoriale', mi ha colpito la genuinità di un bambino di dieci anni dichiarando che oggi 'essere gentile e buono' non va bene, non è vantaggioso perché gli altri (i bulli!) possono approfittare di te (che a quel punto passi per fesso). Dal punto di vista del 'rispetto' -di te stesso, degli altri e dell'ambiente- appare difficile sostenere che rappresenti ancora un valore da coltivare visti i tanti esempi raccontati ovunque. E ancora dal punto di vista della 'fiducia' negli altri, nel sistema e nel futuro: l'analisi della realtà sembra promettere nulla di buono e la fiducia/speranza che la situazione cambi sembra offuscarsi un giorno sì e l'altro pure!

Ma non sono qui a scrivere di ciò che sta venendo meno quanto del conseguente atteggiamento rinunciatario che purtroppo si respira anche nelle nostre scuole. Gli alunni non sono più quelli di una volta (rispetto); la prospettiva futura sta naufragando (la fiducia); la ricostruzione (non solo nel campo edile) stenta a riprendersi.
Ovvio è che se leggo la realtà con gli stessi strumenti -e lo stesso paradigma educativo- di alcuni anni addietro, tutto sembra deformarsi, andare storto, peggio di prima.

Mi chiedo allora se il pensiero convergente, abbastanza imperante, abbia soffocato del tutto l'importanza di coltivare anche un pensiero divergente, che mi abilita a leggere la realtà da diversi punti di vista, anche meno convenzionali e noti, e vedere molteplici risposte alla stessa domanda, a 'costruire' diversamente presente e futuro.
Sento che su questo punto la scuola stenta ad assumere una posizione chiara, oscillando tra dichiarazione di intenti nobili (l'alunno al centro del progetto formativo) e una operatività quotidiana che scivola il più delle volte in una attesa spasmodica che lo studente, di qualsiasi età esso sia, corrisponda il più possibile all'idea che ho in testa di alunno e che riformuli il più possibile quanto in lui travasato, ben attenti a che non cada in una sterile ripetizione mnemonica di quanto appreso ma che contenga quanto riconducibile almeno ai saperi minimi.
Il problema rimane legato a che cosa mi aspetto che lui/la classe faccia di quanto propongo e sollecito loro, quanta aderenza tra l'input e la risposta.

Perché le cose cambino nelle scuole, nelle classi, debbono cambiare i docenti (gli adulti in genere) ancor prima dei bambini e dei ragazzi. Devo poter sopportare, da adulto, che le mie certezze vengano infrante e che la mia esperienza scolastica (tutti noi siamo stati per un tempo 'alunni') e la mia preparazione universitaria possano farmi approdare a lidi anche a me sconosciuti, e che in alcune situazioni 'loro' potrebbero saperne quanto me o addirittura di più (se penso alle capacità digitali).
Mi auguro che il passaggio ad una scuola che lavora per aiutare a sviluppare competenze solleciti i docenti ad avventurarsi in un territorio che non richiede solo di cambiare la gestione dei contenuti (ciò che si insegna), piuttosto l'approccio all'individuo e al gruppo (il modo in cui si insegna).

Penso allora a cosa mi è servito, quali elementi sono stati indispensabili nella mia carriera professionale e che hanno coinciso anche con atteggiamenti personali.
Certamente una buona dose di curiosità, meglio se inesauribile perché ciò che conosci e apprendi diventa 'vecchio' e già noto in breve tempo.
Tradurre la teoria in pratica o meglio, far sì che la teoria fornisca quello sfondo 'integratore' che ti fa essere sufficientemente attendibile quando provi a fare qualche cosa. Gli autori studiati, per quanto bravi, devono essere scomposti e rimanipolati fino ad assumere quella consistenza che fa di me una persona di scuola 'pensante' e non solo duplicatore di sapere.
Il piacere non può mancare nel percorso formativo perché la motivazione da estrinseca (lo faccio perché me lo dici tu!) diventa intrinseca solo se trovo un interesse/piacere personale, tale che mi permetta di ancorare ciò che faccio con ciò che già so e che mi dia lo sprone ad andare avanti anche quando non se ne ravvedono i motivi.
Rispetto è l'unica regola che 'impongo' a me stessa e che condivido con gli alunni. Rispetto per sé, per gli altri, per il contesto in cui vivo mi colloca in una dimensione relazionale, la sola in cui possa sperimentare la costruzione di una identità personale, culturale e sociale.

Ho avuto la possibilità di vivere la scuola da genitore, attraverso l'esperienza dei miei figli. Il loro sguardo, il punto di vista differente, le criticità riscontrate, le incongruenze sottolineate, i bisogni insoddisfatti, le osservazioni acute, la lettura della realtà scolastica dall'altra parte del banco: un quadro d'insieme che racconta l'altra scuola, quella che ricade sugli alunni, sempre meno esilarante man mano che si cresce. Non è la verità ma l'opinione di chi l'ha vissuta e pertanto da tenere in considerazione.

L'altra risorsa è stata la comunità professionale in cui lavori, ciò che i docenti riescono a produrre, a costruire, a mettere su, a scegliere, e che caratterizza quella particolare scuola. Ho avuto il vantaggio di vivere esperienze altamente significative accanto ad altre che lo sono state meno. Tutte hanno lasciato una traccia profonda, mi hanno insegnato come fare (o come non fare). Tra queste, la comunità che si è venuta a costituire intorno alla 'Scuola Possibile' ha raccolto le esperienze più significative, più evolute, a volte audaci e dirompenti, con una visione di scuola -e di docenza- operativa, appunto 'possibile', sperimentale, metacognitiva, inclusiva. L'incontro con esperienze nuove - anche solo raccontate e vissute a distanza, rigenera e produce interesse e motivazione a provare, a 'copiare' ciò che ha funzionato, non come semplice riproduzione della stessa ricetta ma come input da lanciare dentro il tuo progetto scolastico.
La scuola, come istituzione, nasce con un impegno individuale (uno a molti) dell'insegnante con la sua classe, a porte chiuse, unico responsabile di ciò che accade al suo interno. Ricordo ancora all'inizio degli anni 90 la fatica di aprire le classi che già la L.517 del 1977 aveva sollecitato a fare per dar vita allora all'inserimento delle diversità, oggi parleremo di inclusione.
Si può dire, quindi, che la collegialità, la condivisione, la co-costruzione tra docenti è un fatto relativamente recente e non ancora agito in maniera soddisfacente. Così la ricerca pedagogica che da più di vent'anni parla di cooperative learning: è ancora argomento nuovo nella pratica quotidiana, pensato come strategia che non si riesce ad applicare perché mancano le condizioni, in quanto le classi sono difficili.

Ebbene mi auguro che l'interesse per la scuola riesca a cogliere sul serio ciò di cui noi docenti abbiamo bisogno, non parole ma fatti, fatti concreti.
Potremmo ritenerci 'fortunati' se il focus tornerà ad essere la formazione-vero potenziale e rigeneratore di cambiamento, non solo come contenuti (a volte già vecchi, spacciati per innovazione) ma soprattutto come strategie personali già sperimentate e che possono essere messe a disposizione per riflettere nelle comunità e poi utilizzate, con un accompagnamento che restituisca al docente la sua vocazione di educatore che lascia il segno (dal lat. *insĭgnare, propr. <<imprimere segni (nella mente)>> dal vocabolario Treccani).
Persone di scuola che si confrontino con altre persone che fanno scuola, non solo che 'sanno' di scuola, per cambiare il paradigma educativo e considerare alunni, docenti e genitori dalla stessa parte, cooperanti.

'Se veramente si vuole mirare a una ricostruzione ...' è dalle persone che bisogna ricominciare, soprattutto nella scuola, perché sono certa che oggi più che mai abbiamo bisogno di un'educazione che contribuisca a cambiare il mondo.
In questo modo ognuno può fare la sua parte, senza sottrarsi e senza aspettare che gli altri facciano il primo passo.
La comunità della Scuola Possibile è pronta a collaborare.

Manuela Rosci
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Sono presenti 1 commenti Visualizza tutti i commenti
inserito sabato 18/04/2015 ore 03:27 da Maurizia Sattolo
UN BELLISSIMO ARTICOLO! Sono riportati gli aspetti fondamentali che contraddistingono la scuola d'oggi e si correlano ad essa. Compare la CONSISTENZA DEL RUOLO CHE L'INSEGNANTE è chiamato a svolgere (oggi più di sempre, data la relatività, la fluidità dei valori, ....!), la forza e la tenacia che egli deve avere per non demordere di fronte alla complessità del suo lavoro (amplificata e complicata anche dallo scarso riconoscimento sociale del suo ruolo). Bellissima è la sottolineatura che "DALLE PERSONE BISOGNA RICOMINCIARE", siano i bambini, i colleghi, i genitori, ecc. E' proprio "dall'incontro" e dalla "crescita" di tutte queste persone che può nascere una speranza per il futuro e la scuola, in tutto questo, assume un ruolo imprescindibile!
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