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n. 98 dicembre 2019
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Cambiare nel tempo, il tempo che ci cambia
Qualche volta, per cambiare, serve più tempo
di Rosci Manuela - Editoriali
Il tempo è una categoria mentale determinante nella vita di tutti noi, così anche per chi lavora a scuola. L'osservazione quotidiana dei propri alunni richiede all'insegnante un rapporto ravvicinato, intimo, con il tempo, anzi con tanti tempi diversi.

Il tempo della crescita. Anno dopo anno, il docente che ha la fortuna di lavorare con la stessa/e classe/i, vede crescere e trasformare i propri alunni che sono entrati "più piccoli" (a qualsiasi età!) ed escono, dopo tre o cinque anni, molto differenti. Alcune fasi della vita corrispondono a dei mutamenti che non avranno altri corrispettivi. Il bambino che entra nella scuola dell'infanzia a tre anni ha un buon linguaggio, ma lo stesso, quando completa il percorso a sei anni, ha una capacità di formulare il pensiero, di gestire l' autonomia che non ha precedenti. E le insegnanti lo sanno bene, e si rendono conto di quei bambini che invece completano il percorso della scuola dell'infanzia con dei livelli di padronanza carenti, a volte molto lontani dalle attese evolutive legate a quell'età.

Lo stesso bambino, dopo tre mesi circa, entra nella scuola primaria, nella scuola "dei grandi": è piccolo, immaturo, poco autonomo, dipendente ancora dall'adulto. Il punto di partenza dei docenti della primaria è diverso, meglio dire che il punto di arrivo è differente: quanto è lontano questo bambino dal ragazzo "competente" che uscirà cinque anni dopo? I docenti che accompagnano i bambini della classe prima si riconoscono: sono completamente assorbiti da questi bimbetti che pendono dalle loro labbra, a volte molto intimoriti, in alcuni casi maldestri e poco disponibili all'ascolto. Il lento cammino di cinque anni è scandito dal rientro a settembre, di solito constatato dalla crescita "in altezza" (ma quanto sei cresciuto!). Eppure di quel bimbetto disorientato, poco capace e maldestro nel gestire il quaderno, lo zaino, e più tardi il diario, di solito rimane poco. L'insegnante che saluta e congeda i suoi alunni di quinta li vede grandi, cresciuti, pronti ad affrontare il nuovo percorso, anche se non proprio tutti, e non sempre con la stessa padronanza.

Questi stessi ragazzi dopo circa tre mesi entrano nella scuola secondaria di primo grado: alcuni sono spavaldi, pronti ad affermare la propria personalità; i più sono disorientati, schivi, in attesa di capire bene come funzionano le cose in questa scuola "dei grandi". I prof li vedono immaturi, non sempre pronti a gestire se stessi e quanto viene richiesto loro, disorientati dall'avvicendarsi di tante figure. Eppure anche questi ragazzi dopo tre anni sono per lo più pronti a concludere un altro percorso di crescita: hanno un'altra corporatura, i maschi hanno cambiato voce, le ragazze si truccano, si curano di più; parlano male del prof di turno e benissimo di quello che dà pochi compiti, che spiega bene. In terza media ti raccontano della loro prossima scelta scolastica: liceo scientifico, alberghiero, "voglio fare la maestra" ... "non lo so ancora!". I docenti della secondaria che li accompagnano all'esame - la loro prima prova formale! - ricordano a stento quei piccoli entrati solo tre anni prima come esseri alieni giunti sulla Terra: ora si muovono con disinvoltura, sanno argomentare come si deve, parlano un italiano perfetto (non proprio tutti!), sono pronti per il nuovo salto (Sì! Forse? Si vedrà!).

Dopo tre mesi sono davvero grandi ed entrano in quella terra dei "più grandi" rappresentata dalla scuola secondaria di secondo grado, "le superiori". Per la maggior parte di loro si tratta di un trampolino di lancio: impareranno tanto (conoscenze), sapranno fare sempre meglio (abilità nuove), sapranno utilizzare quello che sanno e sanno fare (competenze). Forse quest'ultimo aspetto non è sempre così a fuoco per i docenti ma, a questo punto della crescita, i ragazzi ce la possono fare, anche da soli. Certo, alcuni invece si perderanno, prenderanno strade tortuose, saranno scherniti dai compagni, svilupperanno forme di autolesionismo, a volte silenti negli anni precedenti. Qualcuno non tornerà più da una serata passata nella disperata ricerca dello sballo a tutti i costi. Termineranno il quinto anno e saranno "licenziati": maturi per affrontare il mondo lì fuori. Avranno imparato a scegliere, a decidere cosa fare, a stare e lavorare con gli altri, avranno una visione ecosostenibile dell'ambiente e della vita in generale, sapranno cosa si intende per economia circolare e si sentiranno cittadini europei. Il tempo della crescita "accompagnata" è terminato. E' un percorso di maturazione che ha richiesto tempo.

Il tempo del lavoro. Il lavoro in classe richiede un tempo da dedicare alla progettazione e pianificazione di ciò che si intente svolgere, senza togliere nulla alla capacità creativa dell'insegnante; richiede la gestione del tempo affinché esso, da tiranno, non ti gestisca; richiede flessibilità, non come tempo stabilito ma come atteggiamento personale, ma anche tempi "morbidi" per ogni alunno; richiede disponibilità per ascoltare gli alunni, non solo per farli lavorare; richiede di "perdere" tempo per lasciarsi trasportare dentro i loro mondi; richiede la disponibilità per collaborare e condividere con i colleghi; richiede un tempo personale dedicato alla propria formazione continua. Richiede tempo per imparare a lavorare diversamente, non solo come si è fatto da sempre. La scuola richiede tempo.

Il tempo del cambiamento. Arriva il tempo di cambiare, quello che hai svolto fin qui è stato affascinante ma non può continuare così, ogni essere umano per vivere, e non solo sopravvivere, deve trovare il modo per procedere, per evolvere sempre e comunque. Altrimenti implode, non si tratta solo di ristagnare. Il cambiamento spaventa, e spaventa tutti, eppure vi siamo immersi fin dalla nascita e andiamo avanti così, giorno dopo giorno, per tutta la nostra esistenza. Qualcuno cerca di fermare questo bisogno fisiologico, altri gli vanno incontro. I nostalgici guardano al passato, i futuristi in avanti. Coloro che hanno i piedi ben piantati a terra si sentono sicuri di controllare il gioco della vita un giorno alla volta. Ma anche così si cambia. Si cambia perché viviamo con gli altri e siamo sottoposti alle loro sollecitazioni, anche quando vogliamo sottrarci. Si cambia perché ogni evento della nostra vita ci rende "più grandi". Si cambia perché siamo sempre più consapevoli che alcune cose vanno lasciate andare se vogliamo far entrare il nuovo nel nostro cammino. Il tempo, durante la nostra esistenza, ci sollecita a cambiare, sempre!

Qualche volta però per cambiare serve più tempo.

Buon fine anno a tutti, buon inizio di 2020.
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