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n.61 marzo 2016
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Dalla relazione allo sviluppo delle competenze
di Calcagni Maria - Orizzonte scuola
La continua trasformazione dei rapporti, posti alla base del vivere quotidiano nella nostra società, tende ad indirizzarci verso comportamenti sempre più individualisti con conseguente ricaduta delle azioni del singolo sulla comunità in cui vive.
Il modo veloce di pensare e agire, tipico nella nostra epoca, lascia sempre meno tempo alla riflessione "sul fare", allo sviluppo della capacità di accorgersi della "delicatezza" di una situazione, di porre attenzione all'altro quel tanto che serve per agire in modo appropriato...con-tatto.
Chi ha il delicato compito di insegnare sa bene quanto sia diventato difficile gestire alunni inclini a non valutare le conseguenze del loro agire sia nell'immediatezza che nella programmazione futura. Per alcuni di loro affrontare una perdita, pensare alle conseguenze delle proprie azioni e programmarle come investimento per il futuro, appare come un pensiero sconosciuto.

Investire tempo per ascoltare, osservare, pensare, rappresenta per un allievo un impiego faticoso, una perdita di tempo, un sacrificio inutile. Egli non coglie l'effetto immediato delle azioni e tende ad annoiarsi nell'attesa oppure a demoralizzarsi di fronte ad un ritorno sull'errore.
Per far si che il bambino non si scoraggi occorre che pian piano comprenda come anche la perdita o l'evento negativo siano funzionali ad ottenere una gratificazione, un risultato.
La capacità di attendere il proprio turno di parola, la risposta dell'insegnante, le fasi di un gioco ecc.. non si sviluppa da un momento all'altro: bisogna programmare esperienze formative in cui si alimenti la relazione e lo scambio tra gli individui della comunità scolastica, dove la motivazione all'imparare cresca in un clima di ben-essere individuale e collettivo.
La condivisione di un obiettivo preciso da perseguire e il saper andare oltre gli errori per imparare da essi rappresentano la base di un insegnamento più coinvolgente. La didattica tradizionale non contribuisce a dare significato ai tempi di attesa, non motiva all'apprendimento; è necessario, oggi più che mai, spostare il punto di attenzione sul come si apprende piuttosto che sul cosa, tipico della didattica frontale, e sul valore del lavorare insieme contribuendo con proprie abilità e conoscenze.

Secondo Brewer e Gardner (B.Bertani, M.Manetti) l'identità sociale comporta uno spostamento della percezione del sé come persona unica ad una percezione del sé come membro intercambiabile e importante nel gruppo a cui appartiene. Ogni soggetto possiede una triplice concezione di sé: individuale, relazionale e collettiva e l'adozione di una rappresentazione piuttosto che di un'altra dipende dagli elementi del contesto in cui si trova.
Per alimentare il sé collettivo unitamente all'individuale si può quindi partire dal basico contatto visivo tipico delle persone poste in cerchio l'una vicino e di fronte all'altra. Questa modalità permette un rapporto visivo continuo e aiuta a mantenere più a lungo il con-tatto con l'altro. Il cerchio è simbolo di protezione: nel cerchio ogni individuo si sente al riparo, più forte, e si nutre della relazione con l'altro.
Secondo la mia esperienza, il lavoro di gruppo o comunque socializzato, è preferibile rispetto al lavoro individuale . Nel gruppo posto in cerchio è più facile che si sviluppino le competenze chiave di cittadinanza introdotte in Italia dal ministro Fioroni con D.M. 139/2007. Dietro la parola competenza c'è un individuo competente, ovvero una persona, bambino, ragazzo, adulto che sia, che oltre ad avere conoscenze ha abilità per applicarle e deve essere disposto o messo in condizione di farlo.
Di competenza si è parlato in molti modi; c'è una connessione essenziale tra competenza e conoscenza e comprende abilità, atteggiamenti, valori, significati personali.

Nelle Raccomandazioni del Parlamento Europeo 2006 e nelle Indicazioni Nazionali per il curricolo del 2012 vengono individuate le competenze per l'apprendimento permanente che la nostra scuola deve assicurare: imparare ad imparare, competenze sociali e civiche, senso di iniziativa ed imprenditorialità.
Il passaggio da una didattica tradizionale ad una didattica delle competenze, oltre ad essere una garanzia del rispetto delle normative vigenti, costituisce un modo di progettare attività che assicurino agli alunni situazioni di apprendimento, in cui essi stessi siano parte attiva, nell'organizzazione del lavoro, nella presa di decisioni e nel controllo del processo di apprendimento.

Per attivare il processo è funzionale che il docente scelga e valorizzi attività che meglio mettano in relazione l'imparare con il fare. L'argomento o situazione, su cui il gruppo di lavoro sarà impegnato, dovrà essere il più vicino possibile alla realtà, per favorire l'utilizzo di metodologie pedagogiche come il problem finding e problem solving.
Le scelte saranno condivise dalla classe e non imposte in modo direttivo, attraverso un "patto", così da rendere ogni componente partecipe delle decisioni prese nel rispetto delle regole della democrazia.
All'insegnante il compito di favorire momenti di narrazione iniziali, in cui l'alunno esprima le conoscenze possedute, e finali in cui racconti il significato attribuito al proprio lavoro, le intuizioni che lo hanno guidato nello svolgere l'attività e gli stati d'animo provati, al fine di accrescere la capacità di autocontrollo dell'apprendimento e del processo adottato.
Nel lavoro insieme si configura il ruolo assunto da ciascun componente, nel rispetto delle proprie abilità, conoscenze, preferenze, per riuscire a raggiungere gli obiettivi didattici fissati a livello disciplinare e interdisciplinare.

I docenti assumono in questo contesto la funzione di tutor per il gruppo impegnato nella soluzione del compito assegnato e di osservatori attenti e sistematici del processo maturativo di ogni singolo alunno.
"L'attenzione è la forma più rara e più pura della generosità" (Simone Weil).

di Maria Calcagni,
docente presso I.C. Alfieri-Lante della Rovere di Roma, Pedagogista clinico.
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inserito martedì 29/03/2016 ore 22:27 da Marta Di Murro
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