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Almanacco di autunno  
Oggi è il giorno: 20 Novembre 2018

Pubblicato da Sysform Promozione di Sistemi Formativi

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Che c'entra la ricerca della Felicità con la Scuola? (2a parte)
La scuola che insegna la felicità
di Presutti Serenella - Long Life Learning
star bene insieme
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Nel numero precedente di settembre ho cercato di condividere insieme a chi "naviga" su queste pagine alcune riflessioni sui temi legati alla promozione dei fattori cosiddetti "invisibili" per lo sviluppo dei paesi (vedi 1a parte) e su quanto sia importante per gli addetti ai lavori interrogarsi su quali siano gli agenti reali per il cambiamento e per la crescita.

Di fatto questo significa assumere le responsabilità individuali e collettive nel momento della (forse) peggiore crisi del nostro Sistema di Istruzione.



MA QUESTO ALLORA SIGNIFICA RICERCARE LA "FELICITA'" ANCHE A SCUOLA?
Forse perchè identificare le priorità e le responsabilità educative ci potrebbe trasformare in promotori sociali per una scuola "possibile"?
Forse perché mettersi su questa strada potrebbe significare cercare il benessere e costruire percorsi per il raggiungimento della "felicità" per i nostri bambini, ragazzi e le loro famiglie?

Per prima cosa si potrebbe iniziare a predisporre "una buona accoglienza"...


Cosa possiamo fare noi Educatori, Docenti, Dirigenti, Personale ATA, Genitori?

Lavorare per una buona accoglienza a scuola per il bambino e i suoi genitori, spostandosi sulla linea di confine, tra l'ambito sociale e quello privato, tra sistemi di valori diversi e potenzialmente in conflitto che hanno invece bisogno di comunicare.

E' un compito più di natura culturale che strettamente tecnico-professionale; del resto le realtà sociali all'inizio del nuovo millennio ci chiamano continuamente ad operare al confine per mediare gli incontri ed evitare i conflitti. Gli incontri tra etnie diverse, tra culti ed usanze religiose, tra lingue e linguaggi, tra gruppi sociali ed economici; come "starci" sul confine di questi incontri-scontri?

Si può scegliere di stare al confine (culturale) come traghettatori per:

? favorire le opportunità di dialogo e di relazione;
? sviluppare significati condivisi;
? rispettare, come sa ogni buon traduttore, le particolarità culturali di ciascun interlocutore.

E' chiaro che, come emerge da questa metafora, cercare di operare per traghettare da una parte all'altra significa scegliere di lavorare per l'integrazione e la comunicazione tra scuola e famiglia nel nostro caso, ma non solo.

Il Sistema di Istruzione nazionale, nei suoi contenuti, e la scuola, nella sua organizzazione, sono passati attraverso stagioni di riforme notevoli dagli anni del dopoguerra ad oggi, ma il vissuto professionale dei docenti presenta molte disomogeneità a cominciare dalla formazione iniziale e dal sistema di reclutamento.

I docenti avrebbero bisogno di percorsi formativi dedicati, finalizzati all'acquisizione di competenze sulla metacomunicazione, piuttosto che competenze esclusivamente tecnico-didattiche; essere docente oggi significa anche pensare al futuro di una professione che sempre più si presenta multidimensionale e sempre meno specificatamente tecnica, in particolare nella fascia dell'obbligo, per la sopravvivenza dello stesso ruolo del docente.

Un ruolo che attualmente si svolge prioritariamente al confine di molte dimensioni, tra contenuti e modalità, tra programmi di istruzione e percorsi educativi, tra alfabetizzazione e specializzazione.
La metacomunicazione è lo sfondo di tale complessità ed è necessario ristrutturare e potenziare le prestazioni dei docenti in questa direzione, per scongiurare e combattere la progressiva afasia culturale e sociale con la quale ci confrontiamo giorno dopo giorno.
La formazione e il training del docente e del gruppo educativo di riferimento è il primo presupposto per lavorare alla predisposizione di una buona accoglienza; il secondo riguarda più direttamente l'istituzione scolastica, i suoi amministratori con il gruppo "di governo", vale a dire il Dirigente Scolastico, il Collegio Docenti e il Consiglio di Circolo.

Torniamo al docente-facilitatore e al gruppo educativo: come esercitarsi per l'apprendimento delle competenze che abbiamo delineato? cosa è possibile fare come primo approccio alla problematica accoglienza-comunicazione?

Come primo passo del percorso di consapevolezza sarebbe opportuno avviare un processo di auto-riconoscimento sul proprio stile e approccio alla comunicazione. Ognuno infatti si rivolge agli altri con personalissime modalità comunicative, innescando dinamiche più o meno complesse con l'interlocutore a secondo della tipologia e del grado di implicazione relazionale che ci lega a lui. Proviamo a delineare le fasi che potrebbero essere significative nel contesto comunicativo della scuola, attraverso una serie di domande-guida:

1. In che modo mi rivolgo agli altri nel contesto professionale?
2. Quali sono i toni che utilizzo più spesso nella comunicazione verbale?
3. Quali atteggiamenti non-verbali assumo abitualmente?
4. Durante un colloquio o una riunione, quanto ascolto il mio/miei interlocutore/i prima di intervenire con la mia comunicazione?
5. Mi chiedo quale sia la finalità della comunicazione che intendo fare prima di parlare?
6. Mi chiedo la motivazione che potrebbe sottendere alla comunicazione che ricevo?


Le risposte a queste domande sono la chiave del percorso-ricerca che potremmo intraprendere.

Riflettiamo sull'approccio complessivo che utilizziamo verso gli altri: i colleghi, il dirigente, il personale non-docente, i bambini e i loro genitori. Utilizziamo modalità di comunicazione dirette o indirette, siamo sempre espliciti nell'espressione delle nostre opinioni oppure mediamo a seconda della situazione? Presentiamo diversamente gli stessi contenuti a persone che rivestono ruoli diversi? Soprattutto: se rileviamo differenze, queste da che cosa sono dipendenti, perché ci presentiamo diversamente, è sempre necessario per l'efficacia della nostra comunicazione?
La quantità del tempo che dedichiamo all'ascolto degli altri negli scambi comunicativi è importante quanto la qualità dell'ascolto stesso: infatti porsi in atteggiamento di risposta prima ancora di aver fatto concludere l'altro può pregiudicare l'esito della comunicazione quanto l'utilizzo di frasi svalutanti e negative.

Molte e diversificate possono essere le situazioni quotidiane ricorrenti, alle quali sottostare con rassegnazione o rispondere con toni e comportamenti equivalenti, a meno che...
si abbia in animo il cambiamento, soprattutto di quello che dipende direttamente da noi!

Cambiamenti che chiamano in causa le persone con le loro intime convinzioni e non l'apprendimento di semplici procedure; processi individuali prima che di gruppo, cambiamenti di modalità piuttosto che di contenuti. Questo è lo scenario di riferimento dove collocare gli avvenimenti e i protagonisti dell'educazione, primi fra tutti i docenti.

Cosa possono fare le istituzioni scolastiche?

Se siamo d'accordo fin qui, rileviamo l'aumentare dei bisogni di attenzione alle problematiche della comunicazione e della relazionalità.
Eccoci al cuore del nostro problema: in che modo la Scuola può farsi carico, per quanto le compete, della comunicazione e della gestione delle relazioni? La scuola dell'autonomia è in grado di rispondere a questi bisogni in modo autonomo ed efficace?

Non abbiamo la pretesa di rispondere in modo esaustivo agli annosi e complessi problemi connessi all'attuazione dell'autonomia scolastica, né tanto meno dibattere sugli aspetti tecnici prospettati dai diversi modelli di riforma; ci interessa riflettere invece sulle possibilità che può avere la scuola per incidere nella vita di tutti i giorni dei bambini e delle loro famiglie, in che modo può intervenire per sostenere le situazioni problematiche, se ancora può rivestire un ruolo significativo nel contesto sociale.

equilibrio emotivo
equilibrio emotivo

Le istituzioni scolastiche hanno il compito specifico di occuparsi dell'organizzazione delle attività educative e didattiche, con funzioni che la legge sull'autonomia ha articolato in modo molto preciso, individuando tempi, modalità e ruoli.

L'anima educativa di una comunità scolastica è contenuta nel suo Piano dell'Offerta Formativa (P.O.F.) il documento che esprime il progetto dello stesso istituto nelle scelte educative, didattiche e organizzative. Rispetto a quest'ultime le scuole possono optare per modalità di diverso tipo, purchè coerenti con gli obiettivi di apprendimento, che possono riguardare:

a. classi aperte
b. articolazione del monte-ore annuale in unità di insegnamento
c. flessibilità oraria e programmazione plurisettimanale
d. modalità di impiego dei docenti diversificabili in funzioni delle eventuali scelte metodologiche e organizzative del Piano
e. data inizio e termine lezioni e periodo di sospensione

Le scelte autonome di una scuola, infatti, riflettono concretamente la propria idea di progetto educativo nel momento in cui ne rendono possibile l'attuazione e corrispondendo in modo coerente al suo funzionamento.
L'accoglienza è la fase dove avvengono le presentazioni tra le parti in gioco, quindi può essere determinante per chi varca la soglia di quella scuola avere la percezione che gli si stia dedicando tempo e attenzione.

Se diamo per scontato che il Collegio docenti abbia già discusso al proprio interno i principi pedagogici e le finalità delle azioni progettali da mettere in opera, a mio avviso, deliberare sul tempo dell'accoglienza diventa il primo passo importante che l'istituzione scolastica può fare nella predisposizione di un buon progetto in questo ambito.

Contattare l'utenza prima che le lezioni abbiano inizio pone l'operatore scolastico in condizioni di ascolto delle famiglie e dei suoi bisogni e, a loro volta, i genitori possono essere più recettivi rispetto alle informazioni che si vorranno fornire.

In secondo luogo può essere significativo operare anche la scelta degli spazi di incontro per l'accoglienza, che connotano il tipo di comunicazione che andiamo a fare, come una sorta di sfondo integratore ai contenuti proposti alle famiglie.

Come ultima tipologia di scelte da mettere in campo nelle decisioni che gli organi di governo della scuola dovranno operare, per strutturare il percorso di accoglienza, c'è da considerare l'articolazione delle fasi e delle attività.

L'organizzazione educativa e didattica si pone quindi come garanzia istituzionale della scelte operate dal gruppo educativo; con la confluenza e l'integrazione dei due piani progettuali possiamo cercare di definire le caratteristiche della scuola accogliente.
a) La Scuola "accogliente" programma le sue attività

Gli istituti scolastici delineano il proprio futuro mostrando attenzione o meno all'intreccio di entrambi questi ambiti, programmando percorsi educativi che non trascurano l'aspetto che potrebbero assumere di servizio per la comunità del territorio di appartenenza, pur riferendosi a principi e valori condivisi a carattere più nazionale.

b) La Scuola "accogliente" organizza spazi e tempi

La singola istituzione scolastica ha la facoltà, secondo il regolamento dell'autonomia, di intervenire sulle scelte organizzative che sostanzialmente consistono in quelle di organizzazione della didattica. La possibilità di autonomia organizzativa diventa rilevante in riferimento in particolare a:

 il superamento dell'unità oraria di 60min. (soprattutto nella fascia dell'istruzione superiore)
 l'unitarietà della classe a cui possono sostituirsi gruppi di allievi della stessa classe o anche di classi diverse
 la programmazione modulare, cioè riuscire a programmare per moduli ed unità didattiche, in modo da regolare i tempi dell'insegnamento su una distribuzione annuale del monte ore (questo è un vantaggio dal grosso peso specifico soprattutto per la scuola superiore)
 la flessibilità del calendario scolastico, cioè la possibilità, nei limiti della normativa vigente in tema di contrattazione docente e scadenze nazionali, di poter modificare la data di inizio e termine delle lezioni e i periodi di sospensione.

...MA NON TUTTE LE SCUOLE INSEGNANO LA FELICITA'...
...era troppo grassa...
...era troppo grassa...

Alla fine Ada, 13 anni, studentessa della scuola media Alessandro Manzoni di Nichelino, nella cintura torinese, non ce l´ha più fatta. Arrivata a casa, ha afferrato un grosso coltello dal cassetto della cucina ed ha cercato di tagliarsi la gola, gridando: <<Ho deluso tutti, non serve a nulla continuare a studiare>>. A fatica la madre è riuscita a fermarle il braccio. Poi l´ha convinta a rivelare il suo male segreto. E Ada ha raccontato la sua terribile storia, degli insegnanti che ogni giorno le ripetevano: <<Stai a casa, non capisci nulla, non vali niente>>. Le mettevano sul registro brutti voti anche quando era assente, la rimproveravano per come sedeva al banco, incuranti dei certificati del suo medico curante che attestavano la sua obesità e l´impossibilità di sedere in modo composto. Tutto probabilmente perché era troppo grassa...

Questo agghiacciante racconto non si riferisce ad un'epoca lontana, di sapore quasi medievale, né ad una scuola di un paese in sottosviluppo; non si riferisce neanche ad una classe di una scuola speciale ante L.517/77!


La notizia è "fresca": è apparsa nelle pagine della Cronaca de "La Repubblica" la mattina del 22 ottobre 2009 e racconta un fatto realmente accaduto a Torino.


Più che mai sono convinta di quanto ho sostenuto fin qui, e faccio appello a quell'intelligenza "emotiva" di cui da ormai diversi anni la comunità scientifica internazionale ci ha dimostrato l'esistenza e l'importanza per la costruzione della competenza relazionale nelle persone.
Vorrei concludere con le parole di un articolo di qualche anno fa di Umberto Galimberti, filosofo e fine osservatore di molte problematiche sociali emergenti:

Disponiamo ancora di una psiche capace di elaborare i conflitti e, grazie a questa elaborazione, in grado di trattenerci dal gesto? Esiste nella nostra cultura e nelle nostre pratiche di vita un'educazione psicologica che ci consenta di mettere in contatto e quindi di conoscere i nostri sentimenti, le nostre pulsioni, la qualità della nostra sessualità e i moti della nostra aggressività?... Quel che si può avvertire in questo periodo,(cioè nella preadolescenza e nell'adolescenza) caratterizzato da sovrabbondanza di stimoli esterni e carenza di comunicazione, sono i primi segnali di "psicopatia", che è poi quell'indifferenza emotiva oggi sempre più diffusa, per effetto della quale non si ha risonanza emozionale di fronte ai fatti a cui si assiste o ai gesti che si compiono. E chi non sa sillabare l'alfabeto emotivo, chi ha lasciato disseccare le radici del cuore si muove nel mondo pervaso da un timore inaffidabile e quindi con una vigilanza aggressiva... E tutto ciò perché? Perché manca un'educazione emotiva; innanzi tutto in famiglia,... e poi a scuola, quando sotto gli occhi molto spesso appannati dei loro professori ascoltano parole inincidenti, che fanno riferimento ad un cultura troppo lontana da ciò che la tivù ha loro offerto come base di reazione emozionale...Tutte le statistiche...concordano nel segnalare la tendenza nell'attuale generazione ad avere un maggior numero di problemi emozionali rispetto a quelle precedenti. E questo perché oggi i giovanissimi sono più soli e più depressi, più rabbiosi e ribelli, più nervosi ed impulsivi, più aggressivi e quindi più impreparati alla vita perché privi di quegli strumenti emotivi indispensabili per dare avvio a quei comportamenti quali l'autoconsapevolezza, l'autocontrollo, l'empatia, senza i quali saremo si capaci di parlare, ma non di ascoltare, di risolvere i conflitti, di cooperare (da:"La Repubblica" - "Analfabeti Sentimentali", 1.09.2002)

Serenella Presutti-psicopedagogista, Dirigente scolastico del 143° Circolo Didattico "Spinaceto" di Roma
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