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n.57 novembre 2015
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Che cosa dobbiamo fare per domani
La costruzione continua del fare umanità in contesto interculturale.
di Miduri Maria Chiara - Intercultura
Quasi ogni giorno, operando in vari doposcuola del quartiere e limitrofi, dopo i saluti di rito ed essermi informata sullo stato di benessere quotidiano del/la bambino/a o del/la ragazzo/a che seguo, il gesto automatico è quello di aprire il diario e iniziare la conta del lavoro da fare. L'operazione di per sé non richiederebbe molto tempo, se non fosse per le contrattazioni sull'ordine dei compiti da svolgere e delle lezioni da studiare, che non dipende tanto dalla priorità di arrivo della materia indicata sull'orario scolastico della settimana, quanto dal livello di competenze possedute al momento dallo studente e dalla voglia.

Compilare e leggere un diario è tenere traccia della propria storia passata, presente e - tanto più nel caso del diario scolastico - persino futura.
Sfogliarne ogni volta le pagine mi fa ricordare di un'esperienza fatta due anni fa, in occasione di un convegno londinese in cui veniva chiesto a ciascun etnografo convenuto di scegliere una canzone che facesse da colonna sonora alla propria ricerca di campo. L'idea era allettante ed entusiasmante, ma il convegno internazionale, certamente pieno di resoconti esotici e avventurosi, mentre io lavoravo in un quartiere sconosciuto al mondo e in un contesto urbano dove il tempo stringe sempre e la concretezza vince su qualsiasi volo pindarico di natura teoretica: Porta Palazzo a Torino.
All'affannata ricerca di una "canzone" -come richiesto nell'invito- e dovendo ripensare alla mia esperienza, feci la scelta originale e ardita di proporre un brano senza testo, ma che rappresentava esattamente il mio lavoro: I Giorni di Ludovico Einaudi. Fu inaspettatamente accettata. Mi toccò andare a Londra in fretta e furia in pieno Ottobre e abbandonare i miei ragazzi proprio all'inizio della scuola, per un po'.

Il brano scelto come contributo alla playlist della conferenza, rappresenta il processo composito del divenire e sopravvivere che ha dato forma all'esperienza di campo ai "confini dell'Alterità" nella città, nel quartiere storico di Aurora a Torino.
Qui dove avevo condotto la mia ricerca di dottorato per oltre un anno e mezzo, intraprendendo un viaggio alle origini della socialità relazionale umana nei contesti multiculturali, qui dove il dialogo nasce proprio dall'assenza di parole comuni che stimolano la voglia di capirsi e attingere a risorse di incontro reciproco. In Aurora si trova il cuore della Babele linguistica e culturale della città e la musica ha il potere di diventare un linguaggio condiviso senza confini (e ne tratterò in un altro contributo). Dalla sofferenza all'amore, il brano che portavo ha rappresentato sia un mezzo che uno spazio di incontro nella e tra la diversità, ma libero da parole che fossero relative a una specifica cultura o lingua, capace di esprimere il potere relazionale del sé individuale. A dispetto del canone, io non avevo scelto di vivere con una sola comunità, di rivolgere il mio sguardo su un solo gruppo, ma mi era stato donato il privilegio di incontrare l'umanità in ogni sua forma.
Come dice Julia Kristeva "ognuno è straniero a se stesso" e dunque io ero straniera quanto tutti gli Altri in un contesto che costruisce faticosamente il suo stare insieme giorno per giorno tra un'affannosa spesa al mercato, i colloqui a scuola, un incontro fortuito su un tram, una telefonata bilingue, la nascita, l'infanzia, l'arrivo dell'età, l'essere adulti, la morte e tanti sguardi che si percorrono a vicenda. La modulazione degli incontri quotidiani e i ricordi di un'esperienza condivisa, mentre vivevo con la comunità le stesse difficoltà di comunicazione tra e con la diversità, ha raggiunto così distanze che ricoprono alla fine lo stesso percorso che facciamo tutti.

Avevo scelto di portare la nostra interculturalità a quel convegno, mentre i bimbi e i ragazzi ai quali avevo dovuto e voluto spiegare il motivo della mia assenza per tre giorni, non stavano nella pelle all'idea di "approdare", in qualche modo, oltremanica con le "loro" storie. Con la "nostra" storia. Un brano con un titolo in Italiano, ma un brano senza parole - forse per contenerle tutte, per contenere ogni modo possibile di esprimere se stessi in contesti così complessi. Un sottofondo a una presentazione fatta di immagini che scorrevano e si dissolvevano una nell'altra in un'anonima aula della Goldsmith University of London: dai volti assonnati su un tram alle 6 del mattino, alle voci urlate in Nigerian Pidgin-English che fuoriescono dai cellulari, alla corsa verso scuola, un caotico doposcuola, le feste di quartiere, un abbraccio sincero, un aspro conflitto in strada, fuoco ai cassonetti di fronte sul Lugodora mentre impassibile bevi un caffé al bar in pausa pranzo, un grande fiume che scorre, le rotaie che sfavillano, e una piazza che al tramonto trasforma i suoi lastroni in pietra di Luserna in un'enorme voragine bianca accecante. E poi quel sole bianco tutto torinese che anticipa un'aurora di brulicante umanità poco prima che l'alba del giorno dopo faccia ripartire il tran-tran quotidiano.
A volte le parole creano solo rumore anziché dialogo e non ci permettono di esperire davvero il momento presente, fatto di quel quotidiano incontro di anime erranti, ciascuna a suo modo e ciascuna con la sua storia, in cerca di un incontro con l'altra.

Quando si parla di intercultura, il piano teorico e quello pragmatico sono spesso distanti nell'operatività di un bisogno immediato da intercettare, accogliere e soddisfare; le parole sono tante, a volte troppe, e quasi sempre fuorvianti. Quasi sempre barriera. Perché esse sono un filtro della realtà che ne trasforma sia l'essenza che la visione e l'esperienza. Nell'incontro con l'Altro, a volte ci parla di più un silenzio tonante che inchioda uno sguardo o lo volta dall'altro lato, anziché una parola assente che libra nell'aria o viene vergata svogliatamente sulla carta. È la nostra similarità naturale che ci consente di convivere nella diversità culturale.

In un diario scolastico da sfogliare insieme, io preferisco le pagine vuote, frapposte tra una lista ordinata di compiti e lezioni e quella successiva.
Sono le pagine che in quel vuoto comprendono ogni possibilità di costruire, fare e disfare il nostro quotidiano condiviso
.
I bambini e i ragazzi le saltano a pié pari per buttare l'occhio stanco sulla lista successiva; le voltano con veemenza oppressa dal tempo che stringe e dall'affanno di ottemperare al resto delle consegne per adeguarsi a una corsa da calendario, incespicando nella lettura e nell'interpretazione scritta di una consegna o l'altra. "Per domani non c'è da fare niente!", mi dicono esaltandosi perché colgono un segnale comunicativo inequivocabile o lo annunciano con angoscia voltando quelle pagine con una forza che talvolta le lacera - a seconda del carico di lavoro che incombe sui giorni successivi. E a me piace sempre rispondere: "Ti sbagli, per domani si può fare tutto...".
Nel nostro vivere interculturale e soprattutto nel nostro esserlo ogni giorno, non dobbiamo lacerare e temere i vuoti comunicativi e relazionali facendoci fagocitare dal dovere di soddisfare requisiti, ma dobbiamo accogliere con piacere gli spazi vacui - che non sono di nessuno e quindi di tutti - come la più grande occasione di fare umanità, ciascuno secondo le proprie risorse.

di Maria Chiara Miduri
Antropologa culturale linguista e operatrice socio-educativa ASAI e Camminare Insieme, Torino
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