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n.21 marzo 2012
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Che cosa è normale? Niente. Chi è normale? Nessuno
Tutti uguali e tutti diversi
di Agolino Simona Loretta - Organizzazione Scolastica
Qual è il confine tra normalità e anormalità? Tra uguale e diverso? Caratteristiche che spesso nella nostra società sono considerate importantissime per poterne far parte o per esserne esclusi. Tutto ciò che sappiamo su quello che viene considerato normale è per il modo con cui siamo stati educati.

Da tempo la scuola ha cercato di coniugare le singole diversità degli alunni e farne un punto di forza per sottolineare il valore delle potenzialità di ciascuno.
Rimane tuttavia la necessità di definire "ciò che è diverso": ma il diverso da noi, non è forse uguale a noi intanto perché apparteniamo tutti alla stessa specie umana?

Le domande sulla "diversità" mi sembrano necessarie per il genere umano (e io ne faccio parte!) perché siamo persone sempre alla ricerca di continue conferme.

Qual è dunque l'esigenza di delineare la linea di confine tra normalità e diversità? Esisterà davvero una linea di confine tra ciò che viene considerato normale o diverso o semplicemente vogliamo immaginarla noi per dare un confine/contorno alla "nostra" normalità?

Molte volte viviamo con coloro che sono stati etichettati come diversamente abili come se fossero inseriti in un calderone, senza neanche degnarci di capire veramente le loro reali differenze e le loro reali difficoltà. Mi accorgo come la parola DISABILITA' susciti problemi per tutti: all'interno della categoria "diversamente abili" molte persone debbono lottare strenuamente per dimostrare di essere perfettamente uguali agli abili e, d'altra parte, "gli abili" rimarcano che proprio questo tentativo di imitare gli abili ... li conferma nella categoria disabili. Poiché tra gli abili non si deve dimostrare di essere abili, il solo fatto di affermarlo da parte del disabile o della loro famiglia, conferma e sottolinea la differenza. In questo gioco a chi è abile/normale e chi invece è diversamente abile/diverso ... rischiamo di perderci tutti.

A contatto con i disabili e le loro famiglie ho conosciuto il volto di una umanità ferita, con una grande voglia di riscatto, ma non annullata; provata ma non amareggiata; sofferente ma non sconfitta. Ho conosciuto persone che sanno trovare mille strade per vivere in modo creativo la solidarietà, anche in totale assenza di risorse disponibili.
Vi confesso che molte volte mi sono sentita inabile a vivere rispetto alla loro capacità di riuscire a farlo in maniera così piena e profonda.
Uomini e donne "diversamente abili" che ci insegnano l'arte di accogliere e affrontare la vita con gesti semplici, pazienti, tolleranti ed intraprendenti.

Anche la scuola deve saper progettare e realizzare sempre meglio tutta una serie di attività utili ad un bambino disabile affinché il dopo -la vita futura fuori dal mondo della scuola- lo veda il più possibile autonomo in ogni sua azione.

La mia esperienza personale d'insegnante con alunno disabile in classe è stata per quanto possibile molto buona. Nella mia classe, sin dal primo anno abbiamo avuto una alunna "diversa" e se il pensiero mi torna indietro nel tempo, quanti progressi abbiamo fatto grazie all'aiuto di tutti. Ma quello su cui abbiamo puntato l'attenzione con la collega è stato di renderla il più autonoma possibile, da punto di vista fisico e psicologico, aiutandola ad avere più stima di se stessa.

Era una bambina molto poco abituata alla sua autonomia personale, confortata dal fatto che i genitori -e comprendiamo la loro giusta paura- limitavano ogni semplice movimento, rendendola ancora più diversa dai suoi coetanei.

Noi insegnanti e tutto il gruppo classe abbiamo lavorato nella stessa direzione, pur stando sempre molto attenti alla sua particolare situazione, è sempre stata al centro di ogni attività proposta, anche semplificandola, per darle modo di svolgerla contemporaneamente agli altri.

E adesso che siamo arrivati quasi al termine del nostro percorso educativo posso semplicemente affermare che questo piccolo spicchio di umanità conosciuta e affrontata per cinque anni, ha reso tutti noi più capaci e più attenti a costruire rapporti d'amore con il prossimo, senza commiserazione, sorrisi forzati o sguardi furtivi o frasi stereotipate ma cercando di offrire sempre comprensione, affetto e opportunità intelligenti.

Questo tipo di rapporto non conosce abili o non abili, riguarda l'uomo.

E' un difficile rapporto da creare, che si impara vivendo "la vita" in modo profondo e consapevole, riguardo alle nostre poliedriche e differenti capacità che fanno così bella e ricca l'umanità.

Simona Loretta Agolino, giurista, docente I.C."2Ottobre 1870",piazza Borgoncini Duca Roma.
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