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Numero: 1 -Dicembre 2007 -Anno I-   Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno: 25 Settembre 2018

Pubblicato da Sysform Promozione di Sistemi Formativi

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Articolo 'Ci divertiamo, professore?'  >>>
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Ci divertiamo, professore?
"A professo', ma qua nun ce se diverte mai?"
di Giacobbe Marco - Didattica Laboratoriale >>> Percorsi laboratoriali
"A professo', ma qua nun ce se diverte mai?" Una domanda che ho sentito più di una volta.
Una domanda che evidenzia due elementi importanti: riusciamo spesso noiosi, noi insegnanti; "divertente" è una categoria spesso inconciliabile con l'attività scolastica, tanto che "divertirsi", per l'alunno/l'alunna, coincide con un'attività che non è (non sembra) scolastica, ma è più appartenente al suo mondo di riferimento extrascolastico.
So di non poter modificare questi due elementi con queste righe, ma voglio raccontare un momento (iterato più volte) di vita scolastica divertente per tutti, gli alunni/le alunne e me, ma, appunto, un momento "scolastico".
In ricerche fatte per preparare un laboratorio pomeridiano di logica, mi sono imbattuto in alcuni testi che propongono enigmi stranianti che nascono da una logica che De Bono ha definito "laterale": una fatto della vita reale viene vista da un'ottica alternativa, non usuale, tanto da rendere la situazione paradossale, assurda, apparentemente senza via d'uscita; per trarsi d'impaccio bisogna porsi in un'ottica diversa (laterale, non frontale) e immaginare, tramite domande mirate, una spiegazione che faccia a meno degli schemi che il fatto in sé ci ha attivato nella mente.
Terminato il laboratorio, nell'anno scolastico seguente, ho deciso di ricreare uno spazio laboratoriale nell'orario curriculare della mattina (insegno lettere), per dare una risposta a quella domanda implicita di divertimento.
Entro in classe con i libri e propongo di vivere un'ora di relax, dando una risposta a degli enigmi.
"E poi glieli posso fa' pur'io l'indovinelli?" Sì, il proporre indovinelli ad uno o più individui del proprio gruppo è una costante tra infanzia e adolescenza: appena si lascia uno spiraglio, i ragazzi ne tirano fuori tanti, vecchissimi e nuovissimi. È dunque "roba" del loro mondo, roba di senso per loro.
Parto col primo indovinello e giù interventi, risposte, domande, battute e risate, certezze di risoluzione e delusione: è il momento in cui l'insegnante deve saper convivere col caos, sapendo che si trova su di un limitare tra scuola e non scuola, che poi torna la calma, spontaneamente.
Con la calma, sotto forma di domande del tipo: "come facciamo per ...", li spingo a darsi una procedura stabile per evitare la confusione e per risolvere tutti insieme l'enigma.
È il mio fine, un obiettivo che loro stessi vedranno nascere dalla loro attività: arrivare a realizzare un percorso di problem solving.
Decidono di parlare uno per volta, di fare domande a turno, di dare la risposta solo quando si sentono più sicuri, dopo aver ascoltato tutti gli altri.
Da parte mia propongo che ci siano almeno due momenti in cui loro ascoltino l'enigma, per capirne gli elementi, che poi tutti facciano qualche minuto di silenzio per concentrarsi e capire cosa chiedere.
Insieme arriviamo a dire che si può domandare per capire e non per suggerire una risposta finale.
A questo punto abbiamo teorizzato ed applicato insieme un percorso di problem solving, senza che loro ne siano ancora coscienti: ci sarà tempo per trarre indicazioni benefiche, ora c'è il divertimento.
È chiaro che non tutto funziona bene: alcuni non sanno rispettare i turni, altri pur di partecipare, sparano domande a raffica, quasi senza ragionare; ma è solo la prima volta. Nei giorni successivi sono i ragazzi e le ragazze a chiedere insistentemente di continuare l'attività:"Famo l'indovinelli?".
Si stabilisce un calendario, si ripete la traccia della procedura e poi sotto con nuovi enigmi. La faccia di chi si avvicina alla soluzione, di chi la intuisce o la scopre razionalmente, è indimenticabile.
Avviene, tra l'altro anche un salutare azzeramento rispetto alle abilità di cui ognuno è accreditato, un tornare tutti ai blocchi di partenza per una corsa che non si conosce bene; spesso i meno "scolarizzati", i più "difficili" sono i più abili, anche solo per istinto furbesco.
È un rimescolarsi di motivazione ed autostima.
Io apparentemente scompaio dietro la funzione di moderatore - conduttore, in realtà osservo e riesco a farlo meglio che mai: tante barriere diventano trasparenti nell'organizzato allegro vociare.
Col tempo l'attività diventa una "sacra" abitudine, come l'educazione fisica e l'informatica, guai a saltarla, a non predisporre momenti di recupero dei tempi persi; è il porto franco in cui il gruppo-classe genera un pezzetto della sua identità, si rilassa e si apre.
Nel tempo ho ripetuto l'attività con più classi e ho trovato che i ragazzi e le ragazze di prima media sono i più affascinati e contenti per essa, forse perché sentono quel soffio di aspetto ludico a cui, giustamente, il loro recente passato scolastico non li aveva disabituati, sono quelli che prima si "piegano" alla procedura, ne scoprono l'utilità dopo averla codificata.
Il passaggio ad altre forme di problem solving è certamente molto graduale, è un percorso che dura tre anni, ma ogni qual volta si propone loro una questione, una difficoltà, sotto forma di enigma da risolvere, l'attenzione si alza, la partecipazione cresce, i prodotti sono più significativi.
Di certo non hanno più il coraggio di dirmi che non si divertono.

Marco Giacobbe Docente di lettere SMS L. Di Liegro- Roma

Bibliografia
Paul Sloan e Des Machales,Enigmi geniali e laterali, Il Castello, 2004
Paul Sloan, Enigmi del pensiero laterale, Rizzoli, 2001
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