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n. 77 novembre 2017
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Competenze dei docenti, competenze dei discenti
Costruire percorsi per orientare gli studenti nelle scelte
di Presutti Serenella - Formazione
la conoscenza classica
la conoscenza classica

L'approvazione dei Decreti "attuativi" della L.107/2015, in particolare del Decr.Lgs. N. 62/2017 "Norme in materia di valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato", riporta al centro dell'attenzione (e non solo tra gli addetti ai lavori) la tematica/ problematica delle competenze dei Docenti e la capacità delle scuole e dei Collegi docenti di tradurre in azioni educative le normative che attuano percorsi avviati da molto tempo in ambito scientifico, e hanno attraversato stagioni di Riforme ministeriali e un lungo tempo costellato da sperimentazioni.
Anche superando l'aspetto tecnico in sé, riguardo al "conoscere" e al praticare il lavoro per competenze, la tipologia e le modalità della programmazione educativo-didattica non trovano una chiara e semplice applicazione ad opera dei "team" docenti nei consigli di classe e di interclasse; molto ancora c'è da fare per portare ad un livello collegiale la "cultura" della competenza, il lavoro flessibile e la trasversalità delle discipline, nonché la valutazione complessiva e specifica degli studenti e dei gruppi classe.

Ho già sottolineato in passato, sulle pagine di questa rivista, le difficoltà molto radicate nel "docente medio" (ma anche tra molti Dirigenti) di abbandonare modelli conosciuti e praticati da sempre nel processo di "insegnamento-apprendimento", modelli che rimangono troppo ancorati ad un'idea di scuola e di società ormai obsoleti, che quasi per inerzia vengono riproposti come se nulla fosse successo nella scuola italiana, dalla Riforma Gentile in poi, passando anche per Barbiana: perché queste resistenze stanno ridiventando più forti rispetto agli anni '90/2000?
Esiste una percezione di involuzione strisciante ma penetrante nel tessuto socio-culturale nazionale ed internazionale; è molto raro incontrare entusiasmo e concretezza che vadano a braccetto nelle realizzazioni dei programmi e degli obiettivi didattici, dalla scuola dell'obbligo alle superiori, fino all'Università.
Perché i nostri ragazzi che emigrano all'estero per ragioni di studio (prima) e/o di ricerca di occupazione (poi) hanno successo?
Se la nostra scuola fosse completamente inadeguata alla formazione dei giovani e così obsoleta, non avremmo buoni risultati oltre i confini nazionali, ma è qui il nodo del problema. I ragazzi che sconfinano per studiare sono una bassa percentuale su di un totale significativo del resto del Paese: per la stragrande maggioranza dei giovani la realtà è un'altra.

Il problema più consistente secondo l'ultimo rapporto O.C.S.E., presentato a settembre scorso, emerge dai dati: "Gli adulti laureati in Italia si fermano al 18%, una delle percentuali più basse tra i paesi Ocse. E se si guardano i <<campi di studio>> dei nostri concittadini, si scopre che i preferiti sono nelle discipline umanistiche (30% degli adulti con istruzione superiore, la percentuale più alta tra i paesi Ocse); una scelta legittima, che, però, in prospettiva, non premia a livello occupazionale, visto che il tasso di occupazione dei nostri "colletti bianchi" è tra i più bassi nel confronto internazionale, intorno all'80%; distanti di circa 10 punti percentuali da paesi come Germania, Svizzera, Olanda e Svezia."
La Scuola italiana non risponde in modo adeguato ai bisogni emergenti dell'economia, per colpa anche di un orientamento dei neolaureati che registra nel 2015 il 39% degli studenti che ha conseguito una laurea di primo livello nel campo delle belle arti e delle discipline umanistiche, delle scienze sociali, del giornalismo e dell'informazione (media Ocse, 23%) e il 25% che si è laureato in una disciplina tecnico-scientifica (media Ocse, 22%).
...la scienza...
...la scienza...


Secondo il punto di vista dell'economia è indubbio il ritardo del nostro paese; compreso in questo quadro è anche il basso grado di preparazione della classe dei docenti (quelli attuali e purtroppo anche futuri) ad orientare i ragazzi verso percorsi e scelte di indirizzo di studi adeguate alle priorità del mondo del lavoro; resta forte ancora il divario interno tra l'idea di scuola legata al conseguimento di competenze utili al lavoro futuro e il percorso di formazione orientato alle "conoscenze", e su questo divario culturale si allarga sempre più la forbice delle differenze sociali.
I processi di democratizzazione introdotti nel Sistema scolastico italiano, dagli anni '70 fino all'ultimo decennio del secolo scorso, rischiano ormai di essere vanificati se il mondo della politica continua a "riformare" burocraticamente la Scuola, e soprattutto continuando a soffermare le proprie attenzioni sul segmento dell'obbligo lasciando pressoché invariata la Scuola secondaria di secondo grado; introdurre l'obbligo dell'alternanza scuola-lavoro rappresenta uno sforzo e un primo passo, ma ancora tutto è scritto nelle intenzioni e non nei fatti.

Credo sia opportuno a questo proposito ricordare l'importante monito di Martha Nussbaum(*), prestigiosa studiosa sia dei processi di democratizzazione che dei sistemi di istruzione, che mette in guardia le comunità scientifiche e i responsabili politici di tutto il mondo dai tagli agli studi umanistici ed artistici spostando tutte le risorse sulle tecniche e le conoscenze pratico- scientifiche; la complessità crescente del mondo ha bisogno di coltivare intelligenze flessibili, aperte e creative, non ripiegando su poche nozioni stereotipate. Non si tratta - dice la Naussbaum- di difendere la presunta superiorità della cultura classica su quella scientifica, bensì di mantenere aperto l'accesso a quella conoscenza che predispone alla libertà di pensiero e di parola e all'autonomia del giudizio, una pista di lavoro e di orientamento alle scelte, fondamentale particolarmente per la nostra tradizione culturale classica.
Come può essere possibile lavorare per la costruzione delle competenze, per orientare i nostri giovani verso risultati fattivi, con finalità chiare e concrete che accompagnino le nuove generazioni nel mondo del lavoro? L'economia deve dettare completamente l'agenda delle priorità? Come connettere il bisogno primario del Lavoro con quello dell'Istruzione?
Sono sempre più convinta che quello che sembra una contraddizione in termini rappresenti invece la pista di lavoro più importante per i Sistemi di Istruzione; per quanto riguarda la nostra realtà nazionale, avremmo bisogno di coniugare le necessità produttive ad un "modello culturale mediterraneo", vale a dire ad un modello non fortemente orientato alla "performance" di sapore anglosassone, piuttosto all'acquisizione delle competenze trasversali, che connetta il classicismo alle tecniche e che soprattutto investa risorse umane e finanziarie nella formazione continua, quella iniziale per le nuove generazioni (anche dei nuovi docenti) e quella in itinere per l'aggiornamento di chi è ancora in servizio; un piano organico di riqualificazione del mondo scuola, come centrale per lo sviluppo e l'innovazione socio-economica del nostro Paese e non solo.

(*)Attualmente la studiosa Nussbaum ricopre il ruolo di Ernst Freund Distinguished Service Professor di Diritto ed Etica presso l'Università di Chicago, cattedra che include impieghi al Philosophy Department, alla Law School e alla Divinity School; tiene inoltre corsi sugli studi classici e sulle scienze politiche, è membro del "Committee on Southern Asian Studies" e del consiglio direttivo del "Human Rights Program".


Serenella Presutti, Dirigente scolastica, I.C. "Via Padre Semeria" di Roma, psicopedagogista, Counsellor della Gestalt psicosociale
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