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| "Cosa posso fare io?" |
| Il mio lavoro di integrazione |
| di Ruggiero Patrizia - Integrazione Scolastica >>> L'esperienza a scuola |
Ancora oggi ho sentito questa frase detta ad un corso di aggiornamennto da parte di un professore universitario e soprattutto oggi non la accetto:
"Non si puo fare integrazione se non ..."e lì tutta una serie di condizioni fondamentali e importanti, necessarie e non sufficienti!
È da venti anni che io cerco di fare integrazione nonostante assenze, mancanze, disturbi, e ci sono state certamente situazioni in cui sarebbe stato più facile incrociare le braccia che provarci. Basta pensare ai tempi reali disponibili per "programmare insieme" ai colleghi, alle diagnosi risalenti a parecchi anni prima, alle situazioni familiari oltre ogni limite, alla mancanza di spazi, di materiali, alle famiglie dei compagni, alla solitudine che rasentava l'abbandono, alla sensazione di vuoto intorno a me e dopo di me.
Ma la domanda che, inizialmente in modo inconsapevole, mi sono sempre fatta è stata: "io cosa posso fare?".
Questo non vuol dire che non abbia tentato e spesso anche realizzato continuità, reti, alleanze e cooperazioni. Non vuol dire che io sia andata avanti da sola ignorando tutto e tutti.
Questo vuol dire che sono partita da me, da quello che io potevo fare , da ciò che avevo, dalle risorse, dalle positività, a volte da poco e a volte da quasi nulla.
E così mi sono attivata su una "risorsa possibile" sicuramente presente, i compagni e ho utilizzato uno spazio certo, anche perché molto spesso l'unico, la classe.
Sono arrivata a costruire un programma molto particolare che ho chiamato "di tutoraggio" o apprendimento cooperativo (v.articolo sulla rivista di gennaio 2008). Tale programma è assolutamente rivolto a tutta la classe, - perché l'integrazione è un processo che ha come protagonista tutta la classe - e porta alla crescita e allo sviluppo di ogni alunno.
La specificità che derivo dalla diagnosi funzionale è importante perché mi consente di individuare le strategie più utili e soprattutto mi guida lo studio delle persone: delle preferenze, degli stili, delle abilità, del carattere, del modo di essere e di fare di ciascuno.
Entro in relazione, li aiuto ad imparare ad apprendere e li GUIDO ad aiutarsi ad apprendere e e relazionarsi affinché tutti sperimentino la classe come luogo particolare di convivenza, di apprendimento e di evoluzione, e i compagni come un riferimento continuo e sicuro e un confronto costruttivo.
Mi propongo indirettamente come modello e scopro esploro evidenzio modalità personali che restituisco e rendo consapevoli. Utilizzo i contenuti delle discipline e mi attengo al tempo e alle attività scolastiche, non sconfino (e questo è un altro capitolo). Posso così individualizzare l'insegnamento e perseguire apprendimenti personalizzati.
Non sto "parlando" di socializzazione - spontaneità - creatività - solidarietà che sono concetti vaghi, sto applicando tecniche di comunicazione efficace, di cooperazione, di consapevolezza dei processi metacognitivi, di empowerment personale e di gruppo, di sviluppo di competenze cognitive e relazionali fondamentali anche per il mondo del lavoro oltre che nei rapporti personali e familiari. E quindi di metodo, di studio, di organizzazione e non solo di entusiasmo, passione, amore.
Sto parlando di istruzione, cioè di fare scuola e di integrazione a scuola.
Questa è la mia parte, chiara, individuata, non confusa (né isolata, che sia chiaro), il mio ruolo, non di insegnante di sostegno, termine indefinito e ambiguo nonché qualunquista e vetusto, ma di "esperto in tecniche di integrazione e strategie di apprendimento".
P.s. Ovviamente è proprio questa una delle domande strategiche che insegno ai miei alunni.
Patrizia Ruggiero Docente di sostegno SMS Fellini - Roma
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