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n.41 marzo 2014
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Dalla parte delle "bambine": educare alle pari opportunità
Tra le priorità del processo educativo non dimentichiamo, i diritti umani, la laicità e la parità di genere.
di Sabatini Roberto - Orizzonte scuola
La giovane donna che l'11 di questo marzo ha narrato davanti alle telecamere dei telegiornali la dolorosa testimonianza di quanto le è successo nell'ospedale romano Sandro Pertini ha, nella sua terribile disgrazia, avuto il merito di gettare sotto gli occhi di un pubblico distratto e disinteressato alla qualità etica della vita, una vergogna che viene da lontano, da tanto lontano da chiamare in causa persino il mondo in cui le coscienze si formano e determinano proprio quel quadro di valori e di orientamenti che fondano il diritto e la stessa nozione di civiltà.

D'altra parte la tragedia vissuta da questa donna di 28 anni confina e combacia con quel femminicidio di cui sentiamo spesso la cronaca e che anch'esso scivola sulla nostra pelle senza lasciare brividi di orrore e senza scatenare scoppi di indignazione; se con la memoria teniamo presente il famoso "Dalla parte delle bambine" di Elena Gianini Belotti ci accorgiamo di come le istituzioni educative abbiano solo superficialmente inciso in questa mentalità patrilineare e maschilista e nella forma mentis prevalente tanto influenzata dalla tradizione religiosa e dalla sua concezione morbosa e peccaminosa del sesso, ci rendiamo conto che la scuola è sempre stata, politicamente, una sorvegliata speciale, tenuta lontana dalla laicità e poco visitata dalla razionalità. Un'ombra di paternalismo e di mammismo tradizionali non è mai mancata e, in tale atmosfera, si è equivocata la differenza tra il maschile e il femminile, scambiando in cattiva fede una stupenda differenza morfologica e funzionale per una gerarchizzazione sociale ed economica e si è voluto per forza vedere un dominante e un dominato, un padrone e un servo, un bene e un male: un dualismo ontologico a cui il sentire comune e le fedi tradizionali si sono richiamati per sancire e giustificare una diversificazione di ruoli, opportunità, privilegi, libertà.
Sembra proprio che tra uomini e donne una cultura delle pari opportunità, del pieno riconoscimento di una uguaglianza dei diritti, delle retribuzioni, dei carichi di lavoro, non riesca a radicarsi, non ce la faccia a diventare ovvia, spontanea, naturale e anche in questo caso la scuola fa fatica ad uscire da questo schema preistorico e tende a ridimensionare gli sforzi di molti operatori della formazione che tentano invece di fare del processo educativo, anche un'occasione di pari dignità e reciproco rispetto tra i due generi.

La signora in questione, portatrice sana di una inguaribile e devastante anomalia genetica che non concede speranze, ma che non le impedisce di avere figli, né di sperare che non ne siano affetti, giunge con questa speranza al quinto mese di gravidanza e purtroppo la diagnosi che riceve è spietata: il feto che porta in grembo è destinato a non sopravvivere a causa di tale malformazione.
Certo se il nostro paese non avesse varato la legge che abbiamo, sulla fecondazione assistita, nota come legge 40 e che l'Unione Europea ci invita a modificare perché viola i diritti umani, forse questa donna non sarebbe arrivata a tanto, non avrebbe tentato la sorte con una patologia tanto rischiosa e avrebbe seguito tutto un altro percorso procreativo.
Comunque, per attenerci alla cronaca, la signora impiega diversi giorni a farsi ricoverare poiché non fa che incontrare ginecologi obiettori di coscienza; non sa che oltre l'80% dei medici che hanno a che fare a vario titolo (chirurghi, anestesisti, ginecologi) con i reparti di maternità delle strutture pubbliche, sono obiettori di coscienza; non sa che ci sono interi nosocomi che non sono da tempo in grado di effettuare il servizio previsto dalla "194" perché il personale (incluso quello paramedico!) è al 100% obiettore!

Dopo il ricovero, reso possibile da un ginecologo non obiettore, dopo la diagnosi delle condizioni del feto e dopo 15 ore di travaglio indotto per procurare un aborto, la signora che è più volte svenuta dal violento malessere che questa prassi le arreca, arriva la momento culminante e, guarda il destino, proprio durante un sedicente cambio del turno del personale. Il fato si accanisce e poiché chi opera in quel momento è obiettore, la signora viene del tutto ignorata ed è costretta ad abortire nel bagno del reparto, aiutata dal marito! Siamo a Roma e corre l'anno di grazia 2014!

www.ilcittadinoonline.it
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Questo paese, con molta fatica, negli anni '70 riuscì a darsi una legge che riconosce alla donna il diritto di decidere in merito al suo corpo, alla sua salute, alla sua sofferenza e alle scelte relative alla sua facoltà di concepire e partorire un figlio. Non è una legge contro la vita e nemmeno un incoraggiamento alla superficialità dei problemi che ad essa si connettono; l'interruzione volontaria di gravidanza viene regolamentata per legge per consentire una genitorialità responsabile, per ridurre le conseguenze di molti errori e di altrettante brutalità che le donne da sempre hanno dovuto subire, spesso per mano di uomini che dichiaravano di amarle; non da ultimo questa legge ha cercato di proteggere le donne dalla pratica clandestina dell'aborto che attraversa come uno spettro l'intera storia del genere femminile.
La legge n° 194 del 1978 non considera l'aborto una tecnica contraccettiva, ma un estremo rimedio per quei casi in cui manca ogni presupposto per l'accoglienza della nuova, potenziale vita e per i casi in cui la salute della donna e/o quella del feto sarebbero compromesse dal proseguimento della gestazione. In generale le donne che ricorrono all'aborto lo fanno soffrendo terribilmente e perché avvertono che non possono evitarlo: questo dolore e questa consapevolezza andrebbero rispettate da tutti, inclusi coloro che sono contrari a questa legge.

Cosa c'entra la scuola in tutto questo?
La scuola c'entra e mi impegno ad argomentare questa affermazione.

Ovviamente la responsabilità dell'istituzione scolastica non è penale, ma solo culturale poiché non riesce ancora oggi a trasmettere la costellazione di valori e di orientamenti che consentirebbe alla nostra specie di evitare alcuni inconvenienti che ne stanno mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza; citando così a caso potrei cominciare dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, dall'impiego senza pietà della legge del massimo profitto, dal ricorso sistematico alla violenza per la risoluzione di ogni controversia privata, pubblica, nazionale e internazionale, dalla considerazione del diverso come nemico e inferiore, dalla competizione priva di regole come modus operandi, dal saccheggio del pianeta e dal suo uso come discarica, dalla dominanza di uno dei due generi sull'altro e così via.
Nel testo di Elena Gianini Belotti, che ebbi modo di studiare più di trenta anni fa, veniva intelligentemente colto che le naturali differenze dovute alla diversa conformazione fisico-fisiologica e alle diverse predisposizioni, propensioni e inclinazioni caratteriali e psicologiche ascrivibili ai due sessi, funzionali alla riproduzione, al sostentamento, alla reciproca cura ed attrazione, venivano abilmente e profondamente manipolate da ciò che gli antropologi per primi definirono "cultura".
La cultura di un popolo e di un paese si veicola nei costumi, nella lingua, nelle abitudini, nelle credenze religiose, nei riti, nelle norme, negli insegnamenti e negli esempi che gli adulti trasmettono, sollecitano e anche impongono alle nuove generazioni, affinché ripetano gli stessi schemi, conservino gli stessi orientamenti, mantengano inalterato lo status quo, obbediscano a chi detiene la direzione di marcia.
Dalla parte delle bambine descrive con una chiarezza cristallina il condizionamento pervasivo e incessante che divide e allontana, che oppone e squilibra maschi e femmine, facendo di una bella e desiderabile differenza corporea, emotiva e sessuale, una differenza di status, di diritti, di privilegi, di prerogative, di qualità del vivere!
Un condizionamento che è già cominciato nell'ambiente uterino, ma che travolge i bimbi vestendoli in abiti di fogge e colori diversi, che li incammina su percorsi destinati a non incontrarsi mai più sullo stesso piano, trascurando tutte le sfumature individuali e pretendendo cliché comportamentali, scelte oggettuali e professionali precise.

La scuola è una grande opportunità formativa e può fare molto per le coscienze future, forse per questo il suo ministero, in Italia, è sempre stato affidato, dai governi che si sono avvicendati, alla parte più tradizionale e conservativa della loro maggioranza politica, per questo è stato sempre scarsamente finanziato, per questo ha mantenuto di basso profilo la funzione docente, per questo non ha adeguatamente collegato i meriti guadagnati nel corso dei suoi processi formativi all'ingresso nel mondo del lavoro.
Una delle cose che la scuola non ha potuto e forse saputo fare in questi 36 anni di entrata in vigore della 194 è mettere le nuove generazioni fuori dalla tradizione maschilista, misogina e omofoba, con la quale ancora dobbiamo fare i conti per strada, negli stadi, nel chiuso dell'intimità amorosa, nel seno delle cosiddette famiglie perbene, negli stessi corridoi delle scuole dove non mancano gli episodi di bullismo, di machismo, di xenofobia, di emarginazione e persecuzione del diverso.
Una responsabilità specifica va anche attribuita alla supina accettazione degli orientamenti religiosi che, tra l'altro, ad onta della laicità invocata dalla costituzione, nella versione cattolica vengono impartiti come insegnamento dottrinario.
Si tratta di una responsabilità sottovalutata ma che ha invece un peso determinante in molti degli episodi che ci fanno inorridire, come gli atti di pedofilia che vengono puntualmente a galla proprio laddove nessuno se lo sarebbe aspettato (!?).
I monoteismi in generale poggiano su fondamenta maschiliste ed omofobe e considerano la donna un essere subordinato e strumentale, quando non anche subdolo veicolo di tentazione, espressione di un male sostanziale, camuffato da bellezza apparente.
L'odio teologico per il sesso genera poi una morbosità sconcertante che si mescola con la vergogna e con il senso di colpa che la maggior parte dei credi religiosi, e quelli monoteisti in particolare, associano senza tregua al desiderio e al piacere che la sessualità, naturalmente, regala.
Così bloccati verso l'esperienza libera e diretta della pulsione erotica, fin da giovanissime, le persone che aderiscono a tale precettistica sessuofobica, sviluppano personalità altamente nevrotiche, pericolose per la propria e l'altrui incolumità, psichica e fisica, morale e materiale.
Probabilmente anche i medici che oggi, a quasi 40 anni dall'applicazione della 194, continuano a scegliere l'obiezione di coscienza sono stati influenzati da visioni del mondo che considerano il sesso una sporca faccenda e le donne veicoli riproduttivi della specie umana, sottoposte all'autorità del padre da piccole e del marito/compagno da adulte.
Essi dichiarano di difendere la vita, valorizzando quella potenziale del feto, ma ignorano la vita presente e reale della donna che desidera e vuole altrimenti e non si interrogano sul futuro di un essere che invece di accoglienza ed amore rischia di trovare rifiuto e rabbia per non menzionare i casi in cui si sa già che la sua salute è minata, o che è destinato ad una breve e dolorosa esistenza, o a viverla con menomazioni così gravi da non potersi nemmeno esprimere e manifestare.
La vita difesa in questo modo è un esercizio di sofferenza, un altro magnifico regalo di chi è convinto che questo mondo e questa vita siano solo illusione ed esame per essere promossi ad un aldilà idilliaco ed eterno, proprio come nelle favole per bambini.
Sorvoliamo su quei medici che obiettano mentre prestano servizio nella struttura pubblica e che si trasformano in "cucchiai d'oro" in quelle private dove si assiste ad una ripresa degli aborti a pagamento: costoro meritano soltanto l'immediata radiazione dalla professione e un soggiorno piuttosto lungo in carcere; evitiamo inoltre di menzionare quei medici che si dichiarano obiettori per interessi e motivazioni di carriera: la loro cattiva fede non merita commenti.
www.informarexresistere.fr
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Parliamo invece di quei medici che si dichiarano, e presumibilmente sono, obiettori in buona fede e sorvoliamo sul percorso che li ha portati a sposare questa visione del problema che le donne possono potenzialmente presentare.
Ebbene questi signori fingono di ignorare che la professione medica, per legge dello Stato, prevede e include l'interruzione volontaria di gravidanza anche senza motivazioni patologiche. L'obiezione di coscienza è un istituto pienamente legittimo per rifiutarsi di compiere atti che, appunto, urtano il sistema di valori che abbiamo scelto e vi si è fatto un doloroso ricorso pieno di conseguenze, quando si è stati, per legge, costretti a compiere azioni ritenute moralmente inaccettabili; valga per tutti l'esempio dell'obiezione di coscienza al servizio militare e quindi alla pratica della guerra e della violenza generalizzata che essa implica.

Fino a quando il servizio militare è stato obbligatorio l'istituto dell'obiezione di coscienza era l'unica via percorribile per evadere dalla sua gabbia, ma non appena cadde l'obbligatorietà della leva non ebbe più senso né scopo l'obiezione stessa.
Non avrebbe davvero senso entrare, volontariamente, nella carriera militare e, contemporaneamente, dichiararsi contrari all'uso delle armi! Ed è precisamente questo che i medici stanno facendo e che a mio avviso non possono fare.
Essi non sono obbligati da nessuno a intraprendere la carriera medica e, a maggior ragione, la specializzazione ostetrico-ginecologica, ma se lo fanno essi non possono e non debbono ignorare che la legge prevede, tutela e garantisce il servizio di interruzione volontaria della gravidanza; a questo punto dichiararsi obiettori e antiabortisti non è più obiezione di coscienza, ma interruzione di pubblico servizio.

Perciò abbiamo bisogno di una scuola che elabori e trasmetta una cultura della laicità e del rispetto e sarebbe bello se il percorso formativo che decolla nelle aule vivaci e colorate della scuola d'infanzia e, volendo, non si conclude mai, riuscisse a trasmettere i valori della solidarietà umana, della cooperazione, dell'inclusione, della valorizzazione del diverso, della gioia di vivere di cui l'esperienza sessuale è uno dei suoi "top".
Renderebbe più possibile un mondo senza aggressioni razziste ed omofobe, senza lo sfruttamento del prossimo, senza l'aggressione del più debole, senza dominatori e dominati, senza quella violenza di fondo che è sempre in agguato nelle nostre relazioni: tutte cose di cui possiamo fare a meno subito, con grande piacere!

Roberto Sabatini
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