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n.59 gennaio 2106
Registrata presso il:Tribunale di Roma n. 63/2010 del 24/02/2010
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Oggi è il giorno:21 Ottobre 2017 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
Articolo 'Dare il senso del limite'  >>>
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Dare il senso del limite
'Si, ma è una ragazzata!'
di Rosci Manuela - Editoriali
Qualche giorno fa, seguendo distrattamente una trasmissione televisiva, la mia attenzione è stata catturata, come sempre, dall'accento posto sul mondo dell'infanzia e dell'adolescenza, nello specifico sulle azioni di bullismo messe in atto dai ragazzi. E' molto probabile che l'intervento avesse a che fare con i fatti accaduti a Pordenone, la ragazzina che si è buttata dal balcone, ma non ho seguito dall'inizio. Gli interventi, come sempre in questi casi, si dividono tra coloro che danno responsabilità alla famiglia e coloro che l'attribuiscono alla scuola.
Sempre di mancanze si tratta!

E' stato interessante l'intervento del dott. Luca Bernardo, del Fatebenefratelli di Milano, invitato perché ha creato in ospedale il primo ambulatorio in Italia per le vittime del bullismo, il progetto Charlie, primo modello europeo di prevenzione del tentato suicidio negli adolescenti. I dati sono sconfortanti: 1 alunno su 3 ha subito una qualche forma di bullismo; il 33% (per altri il 48%) degli adolescenti su internet. Un fenomeno presente in metà delle scuole italiane. I genitori spesso sottovalutano i cambiamenti nei figli, a volte distratti da altri problemi. Certamente è una famiglia diversa, quella attuale, e non sempre riesce a fornire buoni modelli.
Ho scoperto poi che il dott. Luca Bernardo è Direttore della struttura complessa di pediatria e dell'area dell'adolescenza dell'ospedale "Fatebenefratelli" e Oftalmico di Milano, è Direttore della struttura complessa di terapia intensiva neonatale patologia e neonatologia dell'ospedale Macedonio Melloni di Milano, è coordinatore commissione nazionale disagio adolescenti-bullismo ministero istruzione ricerca università, e rappresentante per il ministero dell'istruzione nell'osservatorio nazionale infanzia adolescenza; nato nel 1967 a Milano, si è laureato con lode in Medicina e Chirurgia, all'Università degli Studi di Milano.
Un osservatorio, il suo, molto particolareggiato.
Cosa mi è piaciuto di questa persona che non avevo capito essere un medico?
L'atteggiamento che ha avuto nei confronti della scuola 'dove si fa molto'; certo, aggiungo io, non sempre bene. Ha detto che bisogna avere grande attenzione per il gruppo classe e agire su di esso: certamente sì! Noi persone di scuola sappiamo che è il luogo dove si sviluppano le competenze sociali, quelle relazionali, la conoscenza del sé e degli altri. C'è bisogno di investire tempo, però, sulla formazione del gruppo classe affinché diventi quel contenitore di esperienze, quello spazio fisico e mentale in cui poter riflettere 'su', a livello 'meta', quello che accade. E le competenze sopra menzionate non sono geneticamente predefinite, vanno coltivate quelle situazioni che diventano generative per la costruzione delle competenze per la vita, di cui ogni essere umano necessita, oggi forse più che mai.

L'altro rapporto importante che ha menzionato, oltre quello con gli alunni, è il rapporto scuola-famiglia: non una novità, ma forse è urgente non rimandare oltre e porre la dovuta attenzione, non darlo per scontato. Non avviene 'naturalmente' ma si costruisce, con alti e bassi, proprio come avviene per tutti i rapporti umani.
Non possono essere certo due realtà contro, tutt'altro: due entità educative - scuola e famiglia- che devono assolutamente guardare dalla stessa parte. Ma anche nelle situazioni migliori, le incomprensioni possono generare attriti, e possono degenerare in posizioni contrastanti, che si giocano su campi differenti, a casa e a scuola.
Ho sempre sostenuto che il fuori scuola è 'il salotto dei genitori': spazio caratterizzato dalle chiacchiere che spesso riguardano i docenti, ma da cui questi ultimi sono fuori, a meno di non intessere rapporti che possono confondere i due diversi piani dell'essere educatore. Il rischio più grande è che in questa possibile spaccatura, e in alcuni casi possiamo parlare di voragine, possa perdersi il figlio/l'alunno, che sente le tensioni, il mancato sguardo comune verso un traguardo che lo vede protagonista.

Il vantaggio dei docenti -e lo credo proprio vantaggioso- è di avere un rapporto continuativo e dedicato con i ragazzi, non distratto da incombenze familiari (come i genitori), esclusivo e irripetibile, non confrontabile con altri. Non si tratta di creare gerarchie di importanza ma di utilizzare la diversa funzione educativa come esclusiva posizione privilegiata per ascoltare, promuovere, incoraggiare, riprendere, sottolineare, confortare gli alunni. Tutti quanti, anche se ognuno in modo diverso perché, sostengo, il senso di giustizia non è dare a tutti lo stesso ma ad ognuno quello di cui ha bisogno per andare avanti, per crescere.
L'altro vantaggio ritengo sia la nostra capacità di passare continuamente ad avere visioni diverse dello stesso alunno: prima incapace (spesso!), poi sempre più capace (il successo o quasi), poi di nuovo 'distratto' (se va bene!) e comunque poco aderente al modello mentale che ho in testa, legato spesso all'ultima immagine che mi porto dell'altro, quando era stato capace di fare. Spesso non riusciamo a spiegarci perché questa continua altalena di comportamenti, che possono oscillare tra successi e insuccessi. Eppure sembra interpretabile con il 'mistero' del percorso scolastico: come dico sempre ai miei alunni, nel momento in cui diventano capaci ... metto loro un nuovo ostacolo, alzo l'asticella della prestazione, la situazione si può complicare, è diversa la richiesta da quella precedente. Loro si disorientano, 'sembrano' tornare indietro, meno capaci di prima, meno capaci di sbrigarsela. Come se ogni volta fossimo traditi dal loro 'non essere come ce li aspettiamo'. E poi la storia continua: comprendono la nuova richiesta che li aveva disorientati, tornano a sentire la possibilità di farcela, si mettono in gioco e superano l'ostacolo. Il cambiamento/apprendimento è avvenuto. Dura poco perché noi sempre lì a rompere le uova nel paniere (non potremmo far diversamente!). Appena hanno raggiunto il risultato, facciamo una nuova richiesta. Ogni momento della vita scolastica: non è forse così?
Siamo però capaci di sostenere la frustrazione di non vederli sempre a mille, perfetti, capaci, desiderosi di apprendere. Sappiamo che poi 'torneranno': l'importante è che trovino adulti capaci di continuare a fare quelle richieste ritenute valide, adulti capaci di stare 'sul pezzo' sempre, senza mollare.
Questo genera sicurezza: loro sanno che noi ci siamo e non siamo né intimiditi né spaventati dal loro perdersi e sentirsi più fragili.
Anche i genitori percepiscono gli alti e bassi dei figli, e di genitori attenti ce ne sono. Eppure, a differenza nostra, che siamo attenti all'andamento dell'apprendimento, e dei conseguenti atteggiamenti e comportamenti messi in gioco, a volte, forse troppo spesso, loro si smarriscono dietro i figli, si spaventano nel vederli fragili e incapaci di assumere, ad esempio, il nuovo incarico scolastico assegnato che, per essere utile loro, deve un po' mettere in crisi i giovani.

Trovo che l'evitare il più possibile le situazioni di frustrazione ai bambini e agli adolescenti sia la risposta più incompetente, e spesso irrazionale, che l'adulto mette in atto. Di fatto si toglie alla persona che cresce la possibilità di superarsi, di sfidarsi e, in questo gioco, di imparare a conoscersi e riconoscersi. Quanto più evito situazioni che giudico immediatamente stressanti (vedi le prove di verifica in questo periodo dell'anno), tanto più mi abituo a escogitare espedienti che mi portino quanto prima lontano dall'impegno (fare assenza, non studiare, disturbare e il ricco repertorio di soluzioni spesso adottate). Soluzioni che abbassano nell'immediato l'ansia dell'alunno e anche quella del genitore, ma che favoriscono l'instaurarsi del circolo vizioso dell'evitamento.

Prendo a prestito l'espressione 'quando la finirete di chiudere un occhio?' che il professor Enrico Galliano di Pordenone utilizza nella sua bella lettera a seguito del gesto della ragazzina che ricordavamo all'inizio, per dire che nessuno di noi può chiudere un occhio per riaprirlo solo di fronte ai gesti disperati. Il professore scrive: "E poi voi. Voi genitori, sì. Voi che i vostri figli sono quelli capaci di scrivere certi messaggi (n.d.r. ai ragazzi si rivolge precedentemente, nella stessa lettera). O quelli che ridono così forte (n.d.r. della diversità). Quando la finirete di dire" Ma sì, ragazzate". .. Quando la finirete di non leggere neanche le note e le comunicazioni sul libretto personale? ... Quando inizierete a spiegare ai vostri figli che la diversità non è una malattia, o un fatto da deridere, quando inizierete a non essere i primi voi a farlo, perché da sempre non sono le parole ma gli esempi, gli insegnamenti migliori? Perché quando una ragazzina di dodici anni prova a buttarsi di sotto, non è solo una ragazzina di dodici anni che lo sta facendo: siamo tutti noi. E se una ragazzina di quell'età decide di buttarsi, non lo sta facendo da sola: una piccola spinta arriva da tutti quelli che erano lì e non hanno visto, non hanno fatto, non hanno detto. E tutti noi, proprio tutti, siamo quelli che quando succedono cose come questa devono vedere, fare, dire. Anzi urlare. Una parola sola, una sola, che è: "Basta".

Lo ringrazio per quanto scritto. Ringrazio ogni docente che osserva attentamente i propri alunni e non ha paura di assumersi responsabilità. Ringrazio i genitori che, seppur preoccupati, accettano il rischio educativo e sono figure di riferimento per i figli che crescono, e non solo consolatori di lacrime di chi fatica ad essere ripreso. Quelli che danno il senso del limite, il NO che serve per contenere.
Aiutiamoli a crescere, in ogni luogo e in ogni tempo. Non è tempo per nessuno di sottrarsi.
Le riflessioni dei nostri autori sono la testimonianza di chi ancora crede -come docente e come genitore- che si può imparare a fare sempre meglio.

di Manuela Rosci
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Sono presenti 1 commenti Visualizza tutti i commenti
inserito sabato 13/02/2016 ore 17:35 da giuseppina
Bell'articolo, coraggioso nella sua semplicità, perchè oggi far intendere ragione ai genitori è qualcosa di estremamente difficile. Penso ai genitori di quei bambini di 8, massimo 9 anni che danno il permesso ai loro figli di chattare per ore, senza però avere il fegato di dire BASTA quando succede che i suddetti bambini prendono pesantemente in giro i loro compagni e provocano dolore. Questo articolo mi rende ancora più decisa a contrastare la tendenza a "informatizzare" eccessivamente e senza alcun criterio o controllo i nostri bambini. E non solo per una questione di commenti e chat, ma anche per l'abitudine di passarsi informazioni sui compiti assegnati per casa tramite i gruppi di discussione. E' decisamente meglio, per me, che i bambini stiano attenti in classe, siano responsabili dei loro compiti e non facciano del mezzo tecnologico l'unico modo di sapere cosa fare a casa.
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