Torna nella homepage
 
n.21 marzo 2012
Registrata presso il:Tribunale di Roma n. 63/2010 del 24/02/2010
Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno:23 Settembre 2018 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
Articolo 'Diversamente abili e diversame... >>>
SysForm Editore - editoria digitale per il mondo della scuola e della formazione
  Pag Argomento
HomePage   HomePage
Pagina Integrazione Scolastica 2 Integrazione Scolastica
Pagina Organizzazione Scolastica 3 Organizzazione Scolastica
Pagina Long Life Learning 7 Long Life Learning
Pagina Orizzonte scuola 13 Orizzonte scuola
Per visualizzare le sottoaree clicca sull'icona
Dalla redazione Dalla redazione
Dedicato a te Dedicato a te
e-book novità e-book novità
L'intervista L'intervista
Long Life Learning Long Life Learning
Oltre a noi... Oltre a noi...
Orizzonte scuola Orizzonte scuola
Scuola & Tecnologia Scuola & Tecnologia
Sotto la lente Sotto la lente
Editoriali Editoriali
Emergenza scuola Emergenza scuola
Organizzazione Scolastica Organizzazione Scolastica
Integrazione Scolastica Integrazione Scolastica
Didattica Laboratoriale Didattica Laboratoriale

Ricerca avanzata >>>
Clicca sul libro per acquistare una copia dell'eBook
Diversamente abili e diversamente inabili
La mia esperienza con la disabilità nella scuola secondaria
di Sabatini Roberto - Integrazione Scolastica
Ero solito apostrofare scherzosamente i miei studenti, quando erano particolarmente lenti a comprendere e scarsi a rispondere, come diversamente inabili per accostarli simpaticamente ai loro compagni portatori di handicap che da qualche anno in qua erano stati definiti diversamente abili.
L'Istituto dove ho insegnato i miei ultimi 8 anni era ed è tuttora, da questo punto di vista, una scuola di frontiera, famosa nella zona per la sua capacità di accogliere una popolazione di disabili. Il Dirigente Scolastico dell'Istituto è una colonna portante dell'integrazione e del lavoro con l'handicap, una stakanovista dei GLH, una infaticabile promotrice di iniziative volte ad arricchire l'offerta formativa a loro destinata, a volte persino sottovalutando le conseguenze che queste iniziative avrebbero potuto generare su quella ordinaria.

Ma nella Secondaria Superiore l'inserimento dei diversamente abili presenta delle criticità che non sono state ancora ben affrontate nelle sedi istituzionali deputate e che la generale riduzione degli investimenti, coniugata con l'aumento del numero di allievi per classe e del numero di studenti H affidabili al singolo docente di sostegno, rende la situazione ancora più difficile.

Anche senza entrare nel merito delle problematiche del settore, la fascia di età interessata in queste scuole pone due questioni ineludibili per l'identità dei disabili e per il loro definitivo sviluppo: la sessualità e la professionalità, ossia due aspetti della vita adulta per i quali, a mio avviso, la scuola non ha risorse e non trova soluzioni. Eppure sono proprio questi due aspetti a scavare un solco profondo tra la normalità e la diversità e si manifestano potentemente proprio in questo contesto scolastico.

Ma detto questo vorrei ricordare alcuni di questi allievi che hanno abitato la mia esperienza professionale e umana. Ho avuto una classe per l'intero quinquennio ed è inutile dire quanto ci siamo affezionati reciprocamente e in questa classe c'era anche Valentina una ragazza che aveva oggettive difficoltà di apprendimento, sia per una contenuta memoria a breve termine, sia per un non completo sviluppo delle capacità di astrazione. Ne risultava una sensibile lentezza nella comprensione e nella rielaborazione, ma il massimo della frustrazione lei lo provava quando si sottoponeva alle varie prove, soprattutto alle interrogazioni: a quel punto, sommando la sua emotività all'evanescenza della traccia mnestica, il suo rendimento dopo ore di studio era modesto e doveva per forza preparare singoli argomenti per non fare confusione e rischiare comunque di dimenticarli.
Un lavoro enorme e costante per una prestazione contenuta: era difficile non rilevare la sua grande soddisfazione quando i voti premiavano questo sforzo, ma altrettanto difficile era non percepire la sensazione di inferiorità che lei provava nell'inevitabile confronto con la spavalderia o con l'abilità di molte sue compagne. Lei stava sperimentando un PEI che non le precludeva la possibilità di conseguire un vero titolo di studio: le erano state messe a disposizione facilitazioni temporali e strumentali per compensare i suoi disturbi, senza tuttavia compromettere i contenuti che doveva conoscere e senza escludere il raggiungimento di un livello di preparazione simile a quello dei suoi compagni; si trattava ovviamente di un'operazione volta al suo bene e al suo futuro, ma era anche un lavoro gravoso e incessante.
A questo si accompagnava una cortese separatezza: ad una prima lettura sembrava proprio che le sue compagne la considerassero una pari e le volessero anche bene, ma nei momenti significativi per quell'età al suo banco era sola, ovvero quasi sempre seduta accanto ad un'altra compagna che aveva una sindrome decisamente peggiore della sua.
Fortunatamente Valentina aveva una straordinaria capacità di impegnarsi e lavorava tutti i giorni tutto il giorno; inoltre aveva un ottimo carattere e la sua compagnia riusciva gradevole praticamente a tutti: qualche compagna di classe si affezionò davvero e le fu vicina proprio come amica; un bene prezioso sempre, inestimabile a quell'età.
Si iscrisse anche ad un corso per l'autostima e l'autodifesa che proprio io tenevo in quegli anni e frequentò assiduamente le lezioni. In quella circostanza sperimentai di persona ( trovando puntuali conferme in altri disabili che frequentarono quel corso) che in queste persone anche lo schema motorio subisce danni e disturbi e esse non ne acquisiscono una completa padronanza. La lateralizzazione è precaria, non memorizzano i movimenti complessi e faticano ad imitarli, li eseguono con una goffaggine caratteristica.
Secondo me lei conseguì degli effettivi benefici da questi esercizi, ma, anche in questo caso, molto lavoro, molto sforzo, per un potenziamento di entità contenuta: mi sono chiesto più volte e non solo nel suo caso, quale strategia didattica potesse risultare più efficace per trasmettere questa o quella competenza comportamentale (in questo caso abilità corporee, soprattutto cinetiche), ma mentre nella stessa lezione vedevo allievi apprendere bene e prontamente, constatavo che altri rimanevano estranei e impermeabili al movimento, alla postura, alla logica stessa degli esercizi proposti ed esemplificati; è in situazioni come queste che si sperimenta quanto poco possa fare l'insegnante, rispetto a quanto possa fare l'allievo!

Valentina arrivò all'esame di maturità e, sia pure in forma facilitata, lo superò degnamente, ma finita la scuola, che un certo grado di uguaglianza democratica riesce a conferire ai suoi studenti, il resto del mondo che sta oltre la soglia delle scuole e il titolo di studio, torna ad essere classista e selettivo, del tutto privo di pari opportunità: Valentina, per quanto ne seppi, non si iscrisse all'università, ma al professionale serale e al momento non so con quale esito, non so con quale futuro.

Come accennavo poc'anzi al corso di autodifesa parteciparono altri disabili non fisici, tra l'altro due ragazzi autistici e un ipercinetico. Erano stati iscritti dalle famiglie certo forse anche nella speranza che traessero giovamento da un lavoro in palestra, ma forse anche per tenerli semplicemente impegnati in una giornata altrimenti troppo lunga da passare in casa. Ricordo vivamente la mia impotenza di fronte alla loro quasi totale incapacità di riprodurre le tecniche e gli spostamenti che erano parte integrante del corso stesso. La rigidità del loro corpo, la confusione del loro schema corporeo, la loro estraneità al significato dei movimenti erano una sfida superiore alle mie forze. Bastava lasciarli un attimo per dedicarsi agli altri che subito si fermavano, quasi immobili, in piedi, magari l'uno di fronte all'altro, senza quasi vedersi o "sentirsi".
Ricordo anche che i normali, i "diversamente inabili" che frequentavano il corso, cominciarono a disertare, allontanati dalla loro presenza e, alla fine, dovetti arrendermi: il corso non andava bene per chi aveva disabilità e io non avevo le competenze e i mezzi (per esempio assistenti) per condurlo con loro.

Desidero anche raccontare brevemente l'esperienza con Matteo, un ragazzo enigmatico che presentava una diagnosi funzionale assolutamente insolita (almeno per me): era un ragazzo affetto dalla sindrome di Down e, ad un tempo, un autistico; con lui non si parlava e lui non parlava, scriveva, o meglio faceva scrivere al computer un'assistente che recepiva un quasi impercettibile assenso (se non ricordo male una lieve pressione sul suo braccio) a premere questo o quel tasto della tastiera!

Matteo frequentava assiduamente e passava interminabili ore seduto al suo banco in un apparente stato di calma, ma anche di totale estraneità a quanto veniva detto, fatto e spiegato; la classe era affezionata alle sue stranezze e sia pure senza apparenti scambi di comunicazione aveva relazioni con tutti. Il suo rendimento scolastico era medio-alto, soprattutto in matematica! Faceva pensare a Dustin Hofmann di Rain man! All'inizio (lo conobbi al quarto anno, in una classe di trenta allievi di cui sette ripetenti e altri due portatori di Handicap!) ebbi qualche problema a sintonizzarmi sulle sue prestazioni, c'era qualcosa che non mi convinceva e anche lui aveva un PEI che gli avrebbe consentito di prendere comunque un diploma autentico e questo mi creava problemi di giustizia scolastica nei confronti dei tanti scarsi, per motivi che non prevedevano facilitazioni: se uno studente è svogliato e va male, dopo averlo esortato un paio di volte ed averlo scusato un altro paio, ci sembra del tutto ovvio cominciare a penalizzarlo e, se insiste ed è il caso, anche a non promuoverlo; ma quando ci troviamo di fronte all'handicap scatta la protezione della legge, anche se, trattandosi di un handicap di minore gravità, si può personalizzare il percorso educativo e consentire allo studente il perseguimento del titolo di studio.

Ma ci sono una quantità di fattori che rendono molti studenti refrattari ed estranei al processo educativo (famiglie multiproblematiche, esperienze traumatiche, crisi di identità, frequentazioni pericolose, gravi scontri e incomprensioni tra docenti e allievi, e così via) e quel che si fa in questi casi è inconfrontabile con quanto viene posto in opera nell'integrazione dell'handicap e questa disparità mi ha sempre creato malumori deontologici.
Matteo non poteva essere interrogato e ufficialmente la mia materia (Scienze Sociali) era orale! Poiché l'uso delle interrogazioni scritte, dei test e dei compiti in classe era prassi consuetudinaria, non era la fine del mondo, ma tutti quelli che hanno insegnato sanno bene che si tratta di due prestazioni ben diverse.
Inoltre si trattava di una disciplina discorsiva, in cui c'è molto da argomentare, invece Matteo, proprio per la tecnica comunicativa impiegata era estremamente sintetico. Comunque quel poco che scriveva era concettualmente denso e rispondente, acuto ed essenziale e faceva a pugni con il suo sguardo eternamente perso nel vuoto! Ricordo che un giorno era rimasto solo in aula perché la classe era andata a fare qualcosa che lui non voleva fare e passammo un'oretta in perfetto silenzio, con lui che fissava a tratti il nulla, a tratti mi guardava e intanto giocherellava col mio ginocchio.

Infine una breve testimonianza su Veronica, studentessa timida e assolutamente priva di fiducia in sé: la incontro al terzo anno del suo percorso, presenta una diagnosi funzionale di Disturbo specifico dell'Apprendimento, ha un PEI vero e proprio ed è la stessa famiglia, soprattutto il padre, che spinge affinché lei possa frequentare senza pretese, perché non può farcela a fare di più. Per qualche mese le cose marciano così, lei è timida e non manifesta risultati apprezzabili, il padre insiste a dire che lei è limitata e una collega di matematica sostiene che, effettivamente, non possiede nemmeno la nozione di numero.
Poi di colpo si apre uno spiraglio imprevisto e un'altra collega, di filosofia, si accorge che questa ragazza ha delle potenzialità inespresse e che è tenuta a freno dai genitori e comincia a battersi perché sia diversamente considerata e che si riveda lo stesso PEI. Con queste premesse si conclude il terzo anno e all'inizio del quarto Veronica è in ascesa verticale. Acquista un po' di fiducia in sé, riesce, anche nella mia materia, a effettuare interrogazioni degne del nome, esce, in parte, anche dal suo isolamento relazionale in classe.
La collega di matematica insiste: non capisce la nozione di numero, allora io e l'insegnante di filosofia facciamo dei controlli caserecci. Dal momento che suo padre ha un negozio in cui anche lei da una mano le chiedo: ma se viene uno che compra per 7 euro e ti paga con una banconota da 10 quanto gli devi dare di resto? Lei mi guarda come se fossi scemo (e un po' mi ci sento) e mi risponde: "ma tre euro, no!?" Forse possiede solo il concetto di euro, ma sostiene un paio di interrogazioni concordate in cui non solo dimostra di sapere tutto, ma risponde anche a domande provocatorie e stabilisce nessi non espliciti, insomma un successo, anche a prescindere dal contesto della classe, che non è davvero da top ten.
Organizziamo una visita didattica presso una scuola elementare per verificare sul campo alcune nozioni di psicologia dello sviluppo e dobbiamo convincere il padre che è in grado di servizi di mezzi pubblici e che comunque può andare con le compagne della classe, essere autonoma nel quotidiano: un altro tabù della famiglia, certo a protezione della sua incolumità, ma anche una pesante ipoteca sulla sua indipendenza e a più di qualcuno di noi docenti viene il dubbio: ma non sarà stata la famiglia a impedirle di sviluppare le sue potenzialità?

Insomma quando lascio la classe Veronica sta transitando dalla prospettiva di un'attestazione di frequenza ad un diploma vero e proprio da una condizione di diversa abilità ad una di abilità normale, come gli altri e mi domando: quanti casi come questo si saranno verificati?

Naturalmente ci sono stati e ci sono tuttora casi invece in cui le cose sono andate male, in cui la scuola è stata solo un parcheggio, un luogo di contenimento; casi difficili, peggio: impossibili! Situazioni che hanno depresso il già precario profilo di molte classi, che hanno scatenato dinamiche distruttive e prive di esiti per tutti, compresi i docenti, soprattutto quelli di sostegno e gli assistenti, in crisi di identità professionale, stanchi e demoralizzati perché il disagio mette a disagio, perché la sofferenza genera sofferenza. Il problema è aperto e si salda con il più generale malessere giovanile che non trova nella scuola una medicina, ma un fattore di ulteriore aggravamento: c'è molto lavoro da fare e le previsioni a breve termine non sono delle migliori!

Roberto Sabatini è stato Docente di Scienze Sociali
Aggiungi un commento
Sono presenti 0 commenti Visualizza tutti i commenti
Clicca sul libro per acquistare una copia dell'eBook
Bookmark and Share

Stampa Articolo Stampa articolo
Invia una opinione sull'articolo
Clicca sul libro per acquistare una copia dell'eBook
 

G.T. Engine Powerd by Innova Servizi Roma Via Appia Nuova 882- Web Content Manager Maurizio Scarabotti

Valid HTML 4.01 Transitional