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n. 32 aprile 2013
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Articolo 'Dov'è la mia Africa.'  >>>
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Dov'è la mia Africa.
Una bambina cerca ancora la sua bellissima Africa.
di Agolino Simona Loretta - Orizzonte scuola
Quest'anno ho iniziato il mio percorso scolastico con una prima elementare e come sempre, ad inizio di un nuovo ciclo, la conoscenza quotidiana dei bambini si è rivelata fondamentale. Sin dai primi giorni di settembre, ho dovuto affrontare una situazione molto delicata e difficile nella mia classe.

Nella sezione B è arrivata una bambina, Sara (nome naturalmente inventato), figlia di rifugiati politici di uno stato africano. I genitori sono dovuti fuggire di notte, lasciare tutto quello che avevano, costruirsi una nuova vita qui in Italia.
La bambina aveva quattro anni quando è arrivata nel nostro paese, ma ha frequentato la scuola materna in modo discontinuo a causa della propria situazione familiare. Attualmente la bambina, il fratello e la madre vivono in una casa per accoglienza di rifugiati politici gestita da suore laiche, senza poter vedere quotidianamente il padre.

I primi giorni di conoscenza sono stati traumatici sia per lei che per me. Era la prima volta che mi trovavo a dover gestire una bambina che in classe non parlava del suo disagio, ma lo manifestava con scatti improvvisi di rabbia e violenza verso tutti, senza alcun motivo apparente.

Lanciava qualsiasi oggetto in aria, picchiava i suoi compagni così convulsamente da non darci il tempo di arrivare a fermarla. Abbiamo cercato subito delle strategie di osservazione dei suoi comportamenti. L'istituzione "scuola" in questo è stata molto latente: il problema era nostro e, come tale, nostra doveva essere la soluzione. Ne ho parlato con colleghi esperti di disagio che mi hanno consigliato semplici istruzioni da seguire ogni volta che la bambina accennava primi segnali di violenza. Mi avevano suggerito di farle scaricare la sua rabbia facendola correre su e giù per le scale o impegnandola in salti lungo il corridoio per distogliere il suo istinto di rabbia verso gli altri, di accompagnarla con estrema dolcezza e con tono di voce calmo e tranquillo e cominciare con lei un percorso di conoscenza. Abbiamo poi scoperto che la bambina non aveva probabilmente mai goduto di alcuna dimostrazione di affetto da parte dei genitori, che nel loro paese si pratica un'educazione molto differente dalla nostra. Abbiamo cercato subito una partecipazione con la famiglia per arginare questo enorme disagio della bambina e abbiamo convinto la madre a rivolgersi presso un centro di aiuto specializzato in siffatti casi. A gennaio Sara ha così iniziato frequentare questa struttura dove è stata sottoposta a visite per capire quanto fosse cognitivo o comportamentale il suo disagio. Siamo stati molto fortunati: abbiamo trovato delle persone splendide che non ci hanno mai abbandonato, lavorando in modo sinergico pur di aiutarla. Hanno chiarito che il nostro lavoro doveva rivolgersi non solo alla bambina, ma soprattutto alla famiglia, per insegnare ai genitori ad esser tali.

La bambina ha sicuramente dei ricordi della sua Africa: si vede dai suoi disegni dai colori fortissimi, dalla nostalgia di libertà che infonde in ogni azioni che compie in classe. La sua natura non tollera alcuna costrizione.

Attualmente Sara continua a frequentare questo centro e noi siamo sempre in relazione coi suoi responsabili, i quali ci hanno confortato circa la bontà del nostro operato, faticoso ma ben conseguito. Abbiamo instaurato con lei un rapporto non certo superficiale, ma ricco di fiducia. La bambina adesso riesce a relazionarsi in modo equilibrato, anche se non riesce a stare al passo coi suoi compagni a livello didattico. Pur con minor frequenza, alcuni episodi di instabilità si alternano a quelli di generale equilibrio, ma siamo riuscite a farle capire che può fidarsi di noi. Se mi guardo indietro penso alla fatica dei primi giorni, ai calci i pugni che ho preso, ai graffi e al senso di incapacità che mi sentivo addosso.
Mi chiedo dove sia l'Istutuzione-Scuola, dove sono quelle funzioni pronte ad aiutare bambini così. Mi domando perché un bambino non certificato viene puntualmente declassato dalla Scuola, perché questa ci chiede di dare il massimo senza offrirci mai un aiuto. Molte domande e poche risposte adeguate, ma come sempre la soluzione viene dalla esperienza quotidiana, quella stessa che rende il nostro faticoso lavoro sempre possibile.

Simona Loretta Agolino, Giurista, docente I.C."2 Ottobre 1870", piazza Borgoncini Duca Roma.
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