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n.48 dicembre 2014
Registrata presso il:Tribunale di Roma n. 63/2010 del 24/02/2010
Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno:15 Novembre 2018 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
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E' mancato il tempo
Il contributo di Luigia Bertoletti al Piero Gabrielli
di Rosci Manuela - L'intervista
Non abbiamo fatto in tempo, pensavo di avere 'ancora tempo' per intervistare/dialogare con Luigia Bertoletti - Referente del Progetto e Coordinatrice pedagogica del Piero Gabrielli- sul suo lavoro con le scuole e su questi anni di lavoro condiviso per monitorare l'esperienza del Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli. Eravamo nel pieno del lavoro quando la sua malattia ha sorpreso tutti. E' stata inattesa -come sempre del resto!- e ci ha colto mentre stavamo tentando di dare concretezza ad una sua idea: da tempo aveva il pensiero di lasciare traccia della sua trentennale esperienza, voleva raccontare e documentare quanto osservato e sostenuto durante il lavoro nei laboratori nelle scuole, con i docenti, con gli alunni -tutti, con e senza difficoltà-, con i genitori, con i teatranti; voleva dare alla scuola la possibilità di capire meglio l'opportunità offerta dal Gabrielli, di comprendere da subito come organizzarsi diversamente per raggiungere migliori risultati, di condividere i valori e le strategie proposte con il Progetto, di coinvolgere i docenti in un continuo processo di osservazione e riflessione sul proprio operato, non in termini valutativi ma nella costruzione di un senso comune, affiancati dall'esperienza di chi ha già vissuto e sperimentato la stessa opportunità.
Un obiettivo su tutti: stare dalla parte dei bambini e dei ragazzi, di tutti, nessuno escluso, sfruttando la possibilità di andare oltre ciò che si vede in classe e assumendo la sfida, continuamente e fino all'ultimo giorno, di smascherare quel potenziale che docenti attenti e preparati possono cogliere nei loro alunni.

Il Laboratorio Piero Gabrielli racchiudeva per Luigia l'essenza della sfida: per i docenti nei confronti dei ragazzi, ma anche verso se stessi, superando quello schema rigido di insegnante che sta dall'altra parte del banco per mettersi in gioco nel laboratorio, anche con la propria fisicità, con il proprio impaccio di fare, di mostrarsi. Una sfida anche nei confronti del sistema scuola che deve riorganizzarsi per inserire nel suo quotidiano il Progetto, 'integrandolo' nel modulo orario e non relegando l'esperienza a un tempo che non interferisca con la didattica. Il laboratorio si fa se si è in grado di rompere il solito schema e attuare un altro gioco/orario, con la disponibilità di tutti. Una sfida per i genitori e non solo per chi ha un figlio meno abile: constatare che si può costruire insieme sfruttando e valorizzando le diverse opportunità, dando concretezza al concetto di 'pari opportunità'.

Abbiamo fatto in tempo a dare corpo all'idea di Luigia: 'Oltre il palcoscenico' ha preso forma in una corsa contro il tempo e si è concretizzato in tempo per essere tenuto in mano, come un gioiello che ti appartiene e che vuoi lasciare in eredità. Una eredità lasciata a tutti -non ad uno solo- , a tutti coloro che nella scuola sapranno sfruttarla, come avrebbe voluto Luigia.
Sono la prima a ringraziarla per avermi voluto sua complice in questo ultimo atto, compagna di un viaggio che abbiamo iniziato a metà anni '90 e che proseguirà anche a 'distanza', fino a quando continuerò a essere anch'io 'una del Gabrielli'.

Di seguito stralci di interviste rilasciate nel tempo e di interventi in convegni. Cliccando sulla copertina del libro 'Oltre il palcoscenico' è possibile leggere la Prefazione e l'Introduzione. Un ringraziamento particolare -come avrebbe voluto Luigia- a Marco Travia, Presidente dell'Associazione Amici del Piero Gabrielli che ha permesso di pubblicare il testo da diffondere nelle scuole, tra gli insegnanti, affinché chiunque possa avere maggiore consapevolezza di che cosa significa far parte del Piero Gabrielli.
La tua amica Manuela



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Luigia Bertoletti è stata il coordinatore pedagogico del Laboratorio Teatrale Integrato "Piero Gabrielli". Dal 1974 è stata insegnante curricolare di lingua inglese nelle scuole medie statali e dal 1979 insegnante di sostegno con specializzazione in corsi di aggiornamento sull'handicap e sul Teatro Ragazzi autorizzati dal Ministero della Pubblica Istruzione e organizzati dall'Ente Teatrale Italiano. Dal 1981 ha fatto parte della componente pedagogica del Laboratorio Teatrale Piero Gabrielli e dal 1994 a novembre 2014 è stata annualmente distaccata per ricoprire il ruolo di referente del progetto Piero Gabrielli per il USR del Lazio con la funzione di coordinatrice pedagogica nel Laboratorio Pilota, nei Laboratori Decentrati e di responsabile del progetto Diffusione. È stata formatrice in corsi di aggiornamento e relatrice in seminari e convegni sul teatro e la disabilità.



Non avendo avuto quel tempo sufficiente a completare questo numero con una sua intervista in diretta, ho preso stralci di interviste già rilasciate, inserendo quelle domande che le avrei probabilmente rivolto.


Non ti chiedo di raccontarci tutta la tua lunghissima esperienza nel Laboratorio Piero Gabrielli ma un momento che pensi abbia significato un primo passaggio significativo per il progetto.
Cominciammo delle prove al Teatro Flaiano, due volte a settimana, con un gruppo di ragazzi, alcuni presi dalle scuole dove io e una mia collega lavoravamo. Questa esperienza doveva restare semplicemente di "laboratorio". Verso aprile, quando si cominciavano a vedere i primi risultati, Piero Gabrielli disse: "No, non ci possiamo accontentare di un piccolo Teatro Flaiano, noi dobbiamo essere molto visibili su questa esperienza". Capì per primo quanto poteva essere innovativo questo progetto e ottenne dall'allora Direttore Squarzina il Teatro Argentina dove debuttammo con un adattamento de "Gli Uccelli" di Aristofane. Era il 1982.

Quale è stata la prima esperienza del Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli nella scuola?
Il Laboratorio della Scuola Media Rossini di Lunghezza è stato il primo esperimento di decentramento. Poi, quando nel 1994 abbiamo ripreso con le tre Istituzioni (il Comune di Roma, l'ufficio Scolastico Regionale e il Teatro di Roma), una delle nostre finalità fu proprio quella di partire da un Laboratorio Pilota e di allargare questa esperienza di teatro di qualità ad altre scuole.

Perché è così importante che l'esperienza si svolga a scuola?
Il nostro è sempre stato un Laboratorio rivolto alle scuole e ai ragazzi che le frequentano. Il nostro doveva essere - e lo è ancora di più oggi- un esempio di integrazione che si sviluppasse in quella fascia d'età, perché l'unico posto dove è normata la presenza delle persone disabili è ancora, tutt'ora la scuola: diritto e dovere di istruzione per tutti. In un percorso come il nostro che si configura come sociale, educativo e riabilitativo, la scuola sicuramente è stata il target, il cuore, il punto centrale di tutta la nostra esperienza in questi anni. È cambiato però il modo di fare teatro nella scuola: prima il Gabrielli si faceva di pomeriggio come attività extra-scolastica, oggi il Piero Gabrielli si fa in orario curriculare, si fa coinvolgendo tutta la scuola. Pensiamo che inserire un'attività come questa di quattro ore settimanali nel curriculum scolastico, significa dover organizzare un orario scolastico che preveda la presenza di professionisti del teatro esterni che collaborano con i docenti che svolgono i laboratori. Questo significa cambiare radicalmente l'organizzazione della scuola, nonché legare il progetto non solo alle persone singole, ma anche all'istituzione scolastica. Questo lavoro è durato anni e ha portato nel 2006 alla creazione di una rete di scuole e al consolidamento di un'identità del Gabrielli, ormai riconosciuto non solo a livello locale, ma nazionale ed internazionale. Ha dato vita ad un approccio diverso alla disabilità, ma anche un approccio diverso al teatro, che è stato dato in una certa misura anche dalla presenza dei ragazzi disabili. Nel nostro lavoro ci sono state alcune persone che hanno contato fortemente, fra le quali sicuramente il regista Roberto Gandini, che ha portato un modo di fare teatro che si è evoluto rispetto all'esperienza di questi anni e ai risultati, la neuropsichiatra Irene Sarti e me come pedagogista nel Laboratorio. Questi tre elementi hanno imparato a collaborare e si sono fusi, nonostante non fosse una cosa facile che ha visto fra gli altri anche dei momenti di difficoltà, in quanto gli obiettivi di tre mondi così diversi spesso non sono facili da conciliare. Ciascuno ha però adattato la propria professionalità a quelle con cui doveva rapportarsi.

In particolare, cosa hai fatto (e avresti continuato a fare) nel Gabrielli?
Io che faccio nel Gabrielli? Mi prendo delle sfide con delle persone, possono essere disabili o non disabili, comunque io decido che su quel ragazzo ci investo perché penso che quel ragazzo possa riuscire ad esprime delle cose che in contesti diversi non gli riesce e quindi devo mettere insieme le forze del teatrante e del docente per affrontare questa sfida. Questo è importantissimo, se io dichiaro che insieme voglio prendermi questa sfida io sicuramente mi attiverò in un certo modo. Ora non è detto che il risultato ci sia sempre, però è cosa diversa se io lo faccio così, come miracolo del teatro. Non c'è il miracolo del teatro, c'è il miracolo sicuramente di condividere un'esperienza dei ragazzi insieme che si divertono, e hanno piacere. Però io devo far qualche altra cosa, quindi io mi occupo anche della formazione e del coordinamento, del monitoraggio di quello che avviene nelle scuole per cercare di aiutare soprattutto i docenti. Non è una valutazione, ma un aiuto che si dà alle persone per dargli la forza, il sostegno per affrontare queste sfide, questo ti porta al risultato. Il risultato è questo.

Che cosa rappresenta il monitoraggio nel lavoro con le scuole del Piero Gabrielli?
(certamente Luigia avrebbe consigliato la lettura del libro 'Oltre il palcoscenico'!!)


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Da un suo intervento all'Auditorium di Roma nel 2003
... capimmo inoltre che l'integrazione dei ragazzi nel contesto del laboratorio teatrale era reale, concreta come difficilmente si riusciva ad ottenere nella scuola e soprattutto che l'integrazione dei disabili migliorava il percorso formativo di tutti i ragazzi. Quindi l'attenzione al singolo aveva portato l'attenzione alle differenze di tutti modificando sia negli adulti che nei ragazzi l'immagine della norma senza negare le differenze. Capimmo infine la necessità di realizzare un prodotto finale, lo spettacolo. Il prodotto finale è la sintesi di un percorso, è la riconoscibilità del lavoro di un gruppo, quindi il fare insieme utile e necessario per raccontare una storia al pubblico.
... Nel laboratorio il ragazzo non viene giudicato su degli standard generalmente utilizzati nella scuola, ma viene valutato per la sua prestazione teatrale fatta insieme agli altri e naturalmente i parametri valutativi del teatro includono e ricercano differenze, contrasti esprimibili con qualsiasi tipo di linguaggio.
... Un altro merito che ha il Piero Gabrielli è quello di aver permesso agli insegnanti di potersi confrontare con altri professionisti e quindi di superare un altro rischio della scuola, quello dell'autoreferenzialità. Nei laboratori gli insegnanti si spogliano del loro ruolo istituzionale, di trasmettitori di sapere, tra virgolette, per acquisirne un altro, quello dell'osservatore attivo, del mediatore, del contenitore di emozioni, da guidare, da indirizzare, promuovendo proprio dall'interno, attraverso tutti i linguaggi che il teatro può offrire l'interazione del gruppo, la cooperazione dei soggetti coinvolti. Il docente nel laboratorio ha il dovere di assicurarsi che ciascuno possa avere il diritto di sbagliarsi, di potersi esprimere, di essere ascoltato, insomma di essere diverso.


******************
Da un suo intervento al Convegno nel 2006
"L' innominabile"
Dove andrei se potessi andare
Chi sarei se potessi essere
Cosa direi se avessi una voce
Samuel Beckett


Questi versi possono rappresentare l'idea della sfida che tutti coloro che si occupano della cura delle persone disabili (insegnanti, operatori, famiglie) devono affrontare congiuntamente per potere concretamente ipotizzare un progetto di vita per loro.
Parlare di scuola, di integrazione attraverso il teatro, pensando ad una prospettiva futura di lavoro per i giovani, mi spinge a sottolineare un'impostazione, una scelta, un approccio alla disabilità che mi ha accompagnato in tutti questi anni di lavoro e che ho condiviso con tante persone che hanno collaborato con me.
La disabilità comporta dei problemi che vanno riconosciuti, affrontati, possibilmente superati, ma non ci saranno risultati se non si terrà conto che la persona disabile ha soprattutto bisogni umani che devono essere soddisfatti.
... Per rispondere a questi bisogni in questo momento di cambiamento della scuola credo che l'attenzione degli educatori debba rivolgersi non solo o soprattutto ad una ricerca epistemologica nel campo dei saperi, ma a quegli aspetti dell'apprendimento che riguardano la sfera affettiva ed emozionale dei nostri alunni.
... Lo sforzo è avvicinare la parola apprendimento al piacere e non a paura, pena, insuccesso, rinuncia, dolore; serve quindi affinare il nostro sguardo e il nostro sentire anche con il cuore.
Ma per fare questo serve riportare esperienze nella scuola in grado di motivare gli alunni e gli insegnanti in progetti con obiettivi concreti. L'esperienza del Teatro ha raggiunto sicuramente questo obiettivo.
... Come ha detto Canevaro stamane il teatro può offrire una pluralità dei mediatori-facilitatori che permette ai ragazzi di fare delle scelte secondo le proprie preferenze, inclinazioni e capacità. Acquisire competenze significa quindi acquisire un'identità non solo per quello che si è ma per quello che si sa fare...
Siamo partiti da un sogno (Sogno di una notte di mezza estate) che era quello di fare recitare i ragazzi disabili su un palcoscenico insieme a ragazzi senza problemi e allora l'obiettivo era di offrire al pubblico attraverso la diversità un modello culturale da imitare, oggi voltiamo pagina, il lavoro di questi anni sostenuto dalle istituzioni ci ha permesso di andare oltre e quindi pensare alla disabilità non solo come risorsa culturale ma anche una risorsa economica per la società, attraverso il loro inserimento nel mondo del lavoro.

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