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n. 49 gennaio 2015
Registrata presso il:Tribunale di Roma n. 63/2010 del 24/02/2010
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Oggi è il giorno:19 Settembre 2018 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
Articolo 'Educare alle differenze'  >>>
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Educare alle differenze
Valorizzare le diversità in un mondo di pari opportunità
di Sabatini Roberto - Orizzonte scuola
La complessità e la varietà delle nostre società, ormai anche a livello locale, chiama il mondo della formazione a confrontarsi sulle caleidoscopiche diversità che fanno delle stesse classi scolastiche un puzzle etnico, culturale e comportamentale: contesti e occasioni di reciproco arricchimento, ma anche ulteriori occasioni di conflitto e stigmatizzazione. Razzismo, bullismo, omofobia, machismo, sono sempre pronti a manifestarsi e sono comunque ancora lontani dall'essere sconfitti e relegati nel dimenticatoio. Qua e la non mancano però coraggiose iniziative volte a portare nella scuola risposte educative adeguate a queste sfide che, se non sono nuove, sono nuovamente alimentate dalla crescente eterogeneità della popolazione scolastica.

Il 20 e 21 settembre 2014 si è tenuto a Roma, presso la scuola Di Donato in via N. Bixio un partecipato e proficuo incontro dall'eloquente titolo "Educare alle differenze", organizzato da S.CO.S.S.E. (acronimo che sta per Soluzioni Comunicative Studi Servizi Editoriali), Stonewall e Progetto Alice e il coinvolgimento fattivo di circa altre 200 associazioni del settore. In realtà la rete dei soggetti singoli e collettivi che hanno partecipato era assai composita: associazioni, scuole, consultori, centri antiviolenza, case delle donne, insegnanti, personale educativo, docenti universitari, genitori, consulenti in orientamento e formazione, attivisti /e di spazi sociali, operatrici e operatori d'infanzia e del settore artistico e culturale, figure operanti a vari livelli e in vari ambiti nelle Amministrazioni locali.
Questa variopinta platea si è organizzata dividendosi in 7 tavoli di lavoro che hanno approfondito altrettante tematiche e prodotto dei documenti che sono poi stati riportati in una plenaria che li ha discussi e integrati con un vivace dibattito.

I tavoli sono stati imperniati sulle problematiche e sulle esperienze attinenti all'operare con le varie fasi dell'età evolutiva (0-6, 7-11, 12-14, 15-18), a quelle afferenti all'Educazione permanente, a quelle centrate sulle differenze di genere e a quelle relative al rapporto tra società e diritti.
L'iniziativa è ovviamente motivata dal perdurare di molte condizioni ed esperienze negative e talvolta anche drammatiche, che si continuano verificare nel quotidiano generalizzato e, più significativo in questo contesto, nel mondo della formazione.
Mi riferisco agli atteggiamenti sessisti che si manifestano in vari modi e misure, dal linguaggio ai comportamenti, dai valori impliciti alle aspettative esplicite, mi riferisco agli episodi di bullismo, razzismo, omofobia, xenofobia e, più in generale, alla stigmatizzazione del diverso; mi riferisco ai pregiudizi e agli stereotipi tradizionali che si sono incuneati nella nostra mentalità attraverso i luoghi comuni e i percorsi di socializzazione che ci hanno formato quando eravamo troppo piccoli per capire, privi di informazioni e di competenze per valutare e spiegare, per essere consapevoli dei modelli culturali in cui ci stavamo sviluppando.

Il convegno ha dato una particolare importanza a come nel mondo della scuola si affronti il tema dell'identità di genere e degli orientamenti sessuali denunciando la persistenza di episodi e di climi decisamente reazionari, alimentati anche da certe impostazioni politiche retrive e stereotipate, ma sempre pronte a tornare in auge non appena ci siano condizioni favorevoli e da un mai estirpato sottofondo religioso tradizionalista, poco sentito intimamente, ma molto ossequiato esteriormente, che non si limita ad albergare i luoghi deputati al culto e a prendersi cura dei propri fedeli, ma tenta (con successo) di invadere aree e funzioni giuridiche, politiche, sociali e istituzionali che devono invece restare fuori da visioni e valori di parte.
Queste forze si oppongono alle idee e alle esperienze che tentano di rivoluzionare i modi arcaici e storicamente superati di intendere il dualismo natura/cultura e tutti gli altri dualismi impiegati per dividere e sottomettere, per lacerare e stigmatizzare, per creare antagonismo, sfruttamento ed esclusione, come quelli tra i "noi" e gli "altri", tra maggioranze e minoranze, tra vecchi e giovani, tra uomini e donne e così via.
Queste forze, spesso maggioritarie in seno alla società e alle sue istituzioni, si oppongono ai progetti di educazione alle differenze nelle scuole, promuovendo un modello unico di amore, di famiglia, di sessualità, di etica, di successo sociale; in questo senso è stata ricordata la messa al bando degli opuscoli realizzati dall'Istituto Beck per conto dell'UNAR, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, le contestazioni al progetto La scuola fa differenza di Roma Capitale e l'iniziativa di Leggere senza stereotipi a Venezia e poi tanti altri casi, che hanno colpito associazioni, scuole, biblioteche a Bologna, Firenze, Torino, Pordenone, Treviso, Roma , oltre ai casi di mozioni e delibere contro ....

Non è ovviamente possibile fornire un resoconto dettagliato del lavoro di centinaia di persone, la quasi totalità dei quali veri e propri "addetti ai lavori", in due giorni di brain storming, ma cercherò di sintetizzare per sommi capi i punti salienti che sono stati evidenziati come urgenti, prioritari e non negoziabili, basandomi sui miei appunti, sui report dei vari tavoli di lavoro e sui documenti finali presenti sul sito di SCOSSE che riassumono i contenuti trattati durante il convegno.
Il gruppo di lavoro che ha fatto fulcro sulla prima fascia di età, quella da zero ai 6 anni ha sottolineato che in questa fase si forma l'identità di genere e il corrispondente immaginario di base e che è perciò indispensabile sensibilizzare e formare i docenti su queste dimensioni e inserire queste ultime nella stessa didattica, in particolare impiegando un linguaggio che eviti stereotipi sessisti e luoghi comuni discriminatori; è stata anche sottolineata l'importanza di porre il corpo al centro del processo educativo, il corpo con le sue articolazioni sessuali, con le sue caratteristiche e anche coi suoi difetti e sue varianti individuali. Bisogna anche intervenire sul mercato dei giocattoli, sulla divisione tradizionale che esso opera tra maschile e femminile e sui comportamenti/atteggiamenti violenti, autoritari e competitivi che esso stimola.
Coloro che si sono interessati delle esperienze relative alla fascia di età che va dai 7 agli 11 anni hanno invece visto come necessario l'esplicitazione del "curriculum nascosto" del docente, ossia i modelli culturali e psicologici latenti nell'insegnante e che lo inducono a promuovere, nei suoi allievi, determinati percorsi, valori, obiettivi: in tal modo, essi sostengono, si riesce meglio a permettere, a ciascun bambino, di diventare ciò che può e vuole a prescindere dalle aspettative dei suoi formatori. E' perciò importante educare alla critica dei modelli culturali prevalenti e dei rapporti formalizzati esistenti nei vari contesti (genitori-figli, insegnanti-studenti, cittadini-istituzioni, e così via).

Anche quelli che hanno lavorato per la fascia di età successiva, 12-14, essenzialmente ricadente nel ciclo delle scuole medie, hanno individuato nella continua riproduzione di identità, comportamenti, ruoli e status tradizionali e stereotipici un limite il cui superamento non può ulteriormente essere procrastinato e che deve partire dalle stesse università in cui si stanno formando i futuri docenti. Nello specifico questo gruppo ha anche messo in luce il problema del bullismo, dei comportamenti violenti e delle prime esperienze sessuali e sentimentali, aspetti che non sono estranei al processo formativo e che si devono saper affrontare come ulteriori bisogni educativi. Infine è stata posta all'attenzione di tutti il gap culturale e generazionale che tende sempre a crearsi tra docenti e adolescenti e sul quale non si sono individuate risposte soddisfacenti.
Il tavolo dedicato alla fascia 15-18 ha messo in chiaro che in questa età i pregiudizi sono ormai fortemente strutturati e che la base culturale su cui si radicano è prevalentemente quella tradizionale che prevede e prescrive i comportamenti maggioritari: eterosessualità, famiglia classica, stili di vita e obiettivi tipici delle società postindustriali e consumistiche. In questo gruppo, molto numeroso e composito, si sono affrontati molti problemi che spaziano dalla violenza contro le donne all'omofobia e alla transfobia, dal sessismo e dal machismo fino al razzismo e alla xenofobia.
A questa età il gruppo dei pari può essere un'agenzia di socializzazione molto importante, ma anche una palestra di violenza, un contesto di brutale competizione e in questi ultimi casi diventa facilmente un ambito che fomenta comportamenti e atteggiamenti distruttivi.

Il tavolo che si è dedicato all'Educazione permanente ha rilevato come questa pratica sia ancora estranea alla nostra cultura: mettere in discussione ogni ruolo, ogni sapere, anche quello esperto, promuovere una continua riflessione sulle proprie conoscenze, sulla nostra stessa identità attraverso le varie fasi ed esperienze della vita, rappresenta uno sforzo che solo pochi sono disposti a fare e per il quale le istituzioni formative non sono ancora sufficientemente attrezzate, a cominciare, ancora una volta, dall'università. Manca ancora una forma mentis che accetti la crescita, le sue crisi e il corrispondente bisogno di apprendimento continuo (aggiornamenti, specializzazioni, mutamenti di paradigma, integrazione di dati, ecc.) come modello long life.
Chi ha lavorato sulle differenze culturali e di genere ha argomentato come gli stranieri e in particolare quelli che ancora oggi definiamo extracomunitari e che di solito provengono da paesi che un tempo venivano detti del "Terzo Mondo", o dall'Est europeo, sono oggetto di una doppia discriminazione imperniata su pregiudizi e stereotipi molto radicati. Su questo fronte però la scuola tende ad essere la sola delegata alla soluzione dei problemi ed invece bisogna avviare una concertazione interistituzionale e un coinvolgimento delle realtà ad essa potenzialmente sinergiche insistenti sul territorio e un lavoro di rete tra le scuole stesse, di ogni ordine e grado.
Infine il gruppo che si è concentrato sul rapporto tra società e diritti ha segnalato un'emergente e diffusa ostilità nei confronti delle tante forme di diversità e in particolare quelle che afferiscono all'acronimo GLBTQI (Gay, Lesbiche, Bisessuali, transessuali, Queer, Intersessuati). Diverse istituzioni, la chiesa, la scuola, il mondo politico, ognuno a suo modo e nella sua sfera d'influenza, prendono una posizione antagonista nei confronti di questa molteplicità che sfugge agli stereotipi tradizionali per cui una educazione alle differenze avrebbe proprio il compito di suscitare attenzione e sensibilità nei confronti dell'unicità della persona e della sua libertà di costruirsi.

Nel corso del convegno è stato affermato che questo appello al rispetto della singolarità di ogni personalità e della sua libera manifestazione (va da sé che la si intende nel rispetto degli altri e in totale reciprocità) non sarebbe priva di una cornice normativa che tuttavia stenta ad essere promulgata o applicata. Risale al 2011 la Convenzione del Consiglio d'Europa di Istanbul per la prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e nel 2010 l' Ufficio Regionale per 'Europa dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ha promulgato nello "Standard per l'Educazione Sessuale in Europa" la Raccomandazione CM/REC (2010) 5 agli Stati membri sulle misure dirette a combattere la discriminazione fondata sull'orientamento sessuale e l'identità di genere, raccomandazione che il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa ha diffuso.
Intanto, in Italia, è stata faticosamente sviluppata la "Strategia Nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere" (2013-2015) del Dipartimento Pari Opportunità e dall'UNAR (già proprio quello che su invito della Conferenza Episcopale e di altre istanze conservative del mondo politico è stata censurata e i cui manuali per studenti sono stati ritirati dal commercio e persino dalla rete!).
Si tratta di indicazioni e prescrizioni che invitano le istituzioni nazionali alla predisposizione di politiche scolastiche, piani d'azione e strumenti educativi appropriati per contrastare gli stereotipi di genere e per prevenire le violenze legate all'orientamento sessuale e/o all'identità di genere stereotipate e che chiamano gli enti locali a svolgere un ruolo propositivo per intercettare e raggiungere in modo capillare i bisogni del territorio in relazione agli obiettivi di prevenzione e contrasto ad ineguaglianze e discriminazioni.
E' stato quindi dichiarato che se sul piano internazionale lo sforzo di affrontare e risolvere queste situazioni esiste, quello che in Italia sembra invece mancare è la forza e la volontà di tradurlo in politiche educative, di far diventare l'educazione alle differenze un aspetto qualificante della "buona scuola" e di valorizzare i saperi e le competenze che le associazioni e gli/le insegnanti hanno sviluppato nel corso degli anni su questi temi. Secondo i partecipanti esempio concreto di questa assenza di volontà politica è la mancata emissione del decreto attuativo dell'Art. 16 della L. 128/2013 che al 1° comma prevede attività di formazione e aggiornamento obbligatori del personale scolastico con riguardo, in particolare , "all'aumento delle competenze relative all'educazione all'affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere", in attuazione di quanto previsto dall'articolo 5 del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119 di cui i promotori e i partecipanti al convegno invitano all'attuazione nei più brevi tempi possibili.
Questo sarebbe un concreto passo avanti se accompagnato da un ampliamento del curriculum per chi si prepara all'insegnamento, con l'introduzione di corsi per la pedagogia e la didattica di genere e l'inserimento trasversale di un'ottica di genere nelle differenti discipline.
Per concludere, si sta sempre più chiaramente profilando l'esigenza di introdurre, nei curricola formativi dei formatori una sensibilizzazione specifica su come affrontare le dinamiche attinenti all'identità di genere e agli orientamenti sessuali e alle manifestazioni affettive.
E' stato però anche affermato che non è possibile lavorare solo sulle persone, ma anche sul contesto e non solo nelle aule scolastiche ma nell'intera società per evitare di mettere in moto processi di profonda metamorfosi che poi saranno osteggiati e repressi dall'ambiente sociale e culturale che viene prima e che sta oltre la scuola e che non verrebbe influenzato da questi cambiamenti, non da ultimo nelle stesse famiglie, qualora non venissero adeguatamente coinvolte nel processo formativo.

Infine non si deve tanto puntare alla inoculazione di nuovi modelli e di nuovi contenuti, quanto a fare spazio a quello che sta dentro ognuno e che non riesce ad uscire perché oppresso dagli stereotipi che impongono di corrispondere a modi di essere e di sentire prefissati. In questo senso, riprendendo le indicazioni formulate dal primo tavolo di lavoro, uno specifico invito è stato fatto ad operare contro l'industria dei giocattoli (dalle bambole ai videogame, dalle armi ai fumetti e così via) che affonda a piene mani nella peggiore tradizione di pregiudizi e stereotipi sessisti e competitivi (quando non anche basati sul bullismo, sull'omofobia, sulla xenofobia e sullo stesso razzismo), stimolando emulazioni con personaggi, valori e contesti autoritari e violenti, piene di drammatiche conseguenze.


Il convegno mi ha spinto a riflettere sulle dinamiche dei gruppi-classe (dagli episodi di bullismo e di machismo alle varie forme di anoressia e bulimia, alla grande sofferenza di tanti adolescenti che non riescono ad accettarsi, a trovarsi, a costruire una loro soddisfacente identità) e sui molti episodi che la cronaca annovera quasi ogni giorno (dai casi di estrema violenza contro i più deboli come le donne, i bambini, gli anziani, i diversamente abili), agli episodi di linciaggio, morale e materiale dei tanti "diversi" che scatenano un furore degno di ben altre motivazioni) e mi sembra che una attenzione e una sensibilizzazione a queste dimensioni costitutive del nostro essere non si possa più rimandare a data da destinarsi e che debba entrare a pieno titolo nei curricola formativi delle scuole di ogni ordine e grado.
Certo la scuola e la stessa università non possono fare tutto da sole e si tratta comunque di ambiti che devono operare in stretta sinergia con le altre agenzie culturali che contribuiscono a promuovere un comune sentire, in particolare il complesso mondo dei media, ricco com'è di personaggi, simboli, situazioni, modelli e stili di vita, ossia tutti messaggi che hanno una profonda influenza sui soggetti in età evolutiva e che mantengono alto il loro condizionamento anche dopo il ciclo formativo, per tutta l'età adulta.

Roberto Sabatini, Sociologo, Coordinatore Circolo UAAR di Roma
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