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n. 50 febbraio 2015
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Educazione è un sostantivo solo femminile?
Dalla voce narrante di una educatrice storica
di Cattaruzza Mariella - Orizzonte scuola
Foto di Aurora Bertuccelli
Foto di Aurora Bertuccelli
Quando sono stata invitata a collaborare con questa rivista, ho accolto la proposta con piacere, soprattutto perché ho valutato che consentiva di dare spazio e voce a quei Servizi Educativi considerati, a torto, "minori" nel panorama scolastico italiano. Mi riferisco al Nido e alla Scuola dell'Infanzia, in particolare a quella comunale. Fortunatamente di altro avviso è il pensiero della redazione "La scuola possibile" che, da questo numero, ospiterà le esperienze e le buone pratiche realizzate in alcuni dei Servizi per i bambini da zero a sei anni di Roma.

Da educatrice "storica" di nido, una delle anziane ancora in servizio in questa città, ho valutato che la mia collaborazione d'avvio avrebbe avuto senso in quanto voce narrante, per quanto parziale, di una storia dei servizi che ha riguardato e riguarda donne di ieri e di oggi, donne che questa storia l'hanno tracciata e donne che, ogni giorno nei nidi e nelle scuole, la costruiscono con impegno e fatica rendendola più viva e attuale che mai.

Ho iniziato a lavorare al nido nel 1979 dopo aver svolto per quattro anni la professione di vigilatrice d'infanzia, terminologia fortunatamente superata per una figura attualmente corrispondente all'infermiera pediatrica. Mi ero formata in una scuola dell'O.N.M.I (Opera Nazionale Maternità ed Infanzia) ente disciolto nel 1975, istituzione per lo più sconosciuta alle nuove generazioni di educatrici. Naturalmente ho fatto e farò riferimento ad alcune tappe salienti della mia vita professionale unicamente per dare alla narrazione i necessari riferimenti temporali e per tracciare i confini entro i quali hanno preso avvio e si sono sviluppati gli innumerevoli avvenimenti che hanno contribuito a determinare e caratterizzare la qualità dei "moderni" servizi per l'infanzia dal 1975 in poi.

Il destino volle che il mio primo incarico come educatrice mi portasse a lavorare in un nido ex O.N.M.I. già funzionante prima della legge 1044, istitutiva degli attuali nidi. Il gruppo educativo era formato esclusivamente da donne, donne di due generazioni, molto diverse le une dalle altre nell'idea di educazione dei bambini piccoli e nelle pratiche di accudimento e di cura. Quel primo anno fu più di scontro che d'incontro come capita spesso quando ci si trova a confrontarsi su piani tanto diversi pur essendo ugualmente interessate e impegnate al raggiungimento dell'obiettivo principe: il benessere dei bambini.
La visione educativa delle nostre colleghe di allora si basava esclusivamente sul concetto assistenziale dell'infanzia che si riconosceva soprattutto nel solo corpo del bambino, bambino come essere indifeso e bisognoso di cure decise e somministrate dall'adulto di riferimento attraverso pratiche inquadrate in schemi rigidi e uniformanti, la cui qualità era affidata alla sensibilità o meno delle assistenti, questo il ruolo giuridico a noi attribuito fino al 2008!!!

Assistente: una definizione che ha pesato per molto tempo sul nostro ruolo dal quale la maggior parte di noi, fin dalla seconda metà degli anni '70, ha cercato di prendere le distanze perché assistenza faceva facilmente il paio con maternage, ovvero alimentava la convinzione, allora molto diffusa e mai del tutto superata, che potessimo fare quel mestiere in quanto donne, alcune anche madri!!! Una convinzione che, purtroppo, trovava conferma anche nella mentalità di alcune colleghe, non solo quelle di "vecchia" generazione. La linea di demarcazione tra chi si viveva come assistente-donna-madre e chi rivendicava il ruolo di professionista dell'educazione era e, sempre credo sarà, il livello di formazione, di riflessione, di confronto, di aggiornamento e di ricerca, soprattutto di consapevolezza del valore della professione educante. Formazione non sempre facile da seguire, nei primi anni di nido, se non per buona volontà della singola persona. Ai corsi di allora, esclusivamente autofinanziati, ci si ritrovava sempre con le stesse colleghe, nella quotidianità sparse a macchia di leopardo nei vari nidi cittadini, con le quali lo scambio e il dibattito erano vivi e i sogni condivisi.

Foto di Alessandro Gatti
Foto di Alessandro Gatti
Negli anni '80 ci siamo lasciate sfiorare dal fermento pedagogico di alcune realtà italiane, le solite note, ovvero quelle emiliane e toscane. Negli anni '70 era nata, infatti, la pedagogia reggiana grazie a Loris Malaguzzi e al suo team di collaboratori, artigiani di una rinnovata visione educativa che metteva il bambino al centro delle scelte degli adulti riconoscendogli lo status di persona, una visione razionalissima, magicamente contaminata da meraviglia e poesia.

Per alcune di noi iniziarono così i viaggi in terra straniera, tanto diversa era la realtà dei nostri nidi da quelli reggiani da farci pensare ad un altro mondo.
Senso di frustrazione davanti ad una realtà fino ad allora solo sognata e contemporaneamente entusiasmo, nuova energia erano i souvenir pedagogici che riportavamo a Roma da quelle preziose trasferte, fortemente volute da un'amministrazione illuminata, durata troppo poco per le nostre necessità di cambiamento.

Abbiamo dovuto aspettare la metà degli anni '90 per entrare tutte, noi educatrici dei nidi romani, in un piano formativo organico e capillare, promosso dall'assessore Farinelli che mi piace ricordare con riconoscenza, formazione anche imposta dalla trasformazione del servizio richiesta dai tempi.
Da quel momento in poi la cultura dei servizi 0-3 anni, forte anche dell'approvazione di un regolamento che sanciva con chiarezza finalità, obiettivi e compiti delle diverse figure professionali, subiva una forte accelerazione verso la qualità della proposta educativa simile a quella che oggi conosciamo, sdoganando finalmente il nido dalla visione esclusivamente assistenziale di servizio, sostitutivo della funzione materna.

Foto di Zaira Mencaroni
Foto di Zaira Mencaroni
Tuttavia ci sono voluti ancora una decina d'anni (primi anni 2000) e la volontà politica di alcuni amministratori d'investire seriamente sui Nidi, allargando il sistema dei Servizi anche al privato attraverso il convenzionamento, per raggiungere un buon livello di efficacia e, in alcuni casi, d'eccellenza sia nel pubblico che nel privato. A questo punto il mio discorso non cercherà immediata risposta alla domanda, forse scontata, ma dolorosamente inevitabile considerato il momento di crisi che il paese sta attraversando: "Che fine farà questa qualità dopo il lungo e difficile iter che il Nido ha dovuto percorrere per affrancarsi da quella visione di simil maternage nel quale era probabilmente comodo relegarlo? A quali risorse si dovrà ricorrere per assicurare il diritto alle bambine e ai bambini di avere Servizi di qualità? A chi si potrà chiedere uno sforzo in più per mantenere e potenziare i traguardi raggiunti?".
La domanda è rivolta a tutti noi che, a vario titolo, siamo e dobbiamo essere interessati a dare concretezza alla risposta.

Finora ci hanno pensato quasi esclusivamente le donne, la storia ce lo dice chiaramente.
Da quei giorni lontani, quelli cosiddetti dell'ex Opera Nazionale Maternità e Infanzia, quando chi si occupava dei bambini era definita governante e non certo nell'accezione maschile di colui che governa, un paese, una nazione, il mondo, fino al riconoscimento della professione di educatrice, titolo, come già ho detto, giuridicamente adottato solo nel 2008, quante donne hanno lottato, perso, vinto? Quante assistenti, non appena si sono rese conto di quanto l'educazione con i bambini più che per i bambini richiedesse studio, formazione, riflessione, confronto, scambio, si sono impegnate per dare dignità e valore a questa professione, indipendentemente dalla nomenclatura, decisamente penalizzante, del loro ruolo? Molte, ve l'assicuro!
Strada facendo si sono aggiunte altre donne: educatrici, coordinatrici, amministratrici, imprenditrici che, pur in ruoli diversi, danno il loro prezioso contributo alla cultura educativa di questa città.

Ma davvero riteniamo che l'educazione dei bambini piccoli sia solo una questione femminile?
Rileggendo la storia dei servizi educativi romani, ma anche di quelli a livello nazionale nei quali la presenza femminile è di gran lunga superiore a quella maschile, sembrerebbe di sì. Del resto ho avuto così pochi colleghi, nel tempo, che non mi è difficile ricordare i loro nomi ed anche tra gli educatori di nuova generazione il numero è decisamente limitato. Sarà interessante affrontare, in un altro momento e attraverso un'analisi approfondita, le motivazioni che ci inducono a continuare nel declinare al femminile la professione educativa, soprattutto quella indirizzata ai bambini nei primi tre anni di vita.

Ciò che per ora mi preme trasmettervi con la speranza di una più allargata condivisione, è una mia consolidata convinzione: l'educazione, da qualsiasi ottica di genere la si voglia considerare, è vita, quindi è politica.

Di conseguenza l'educazione è affare di tutti: educatori, politici, amministratori, prima ancora che per responsabilità professionale, per la nostra condizione di esseri umani.

Mariella Cattaruzza Educatrice di nido - Comune di Roma
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