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n.6 ottobre 2010
Registrata presso il:Tribunale di Roma n. 63/2010 del 24/02/2010
Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno:17 Novembre 2018 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
Articolo 'Fare, agire o  pensare'  >>>
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Fare, agire o pensare
Aumentano i disturbi della sfera emozionale
di Di Berto Mancini Antonella - Emergenza scuola
Settembre, ottobre, riaprono le scuole, come al solito credo che non ci sia un' Istituzione poco considerata e più maltrattata della scuola che credo abbia raggiunto in questi ultimi tempi i livelli più bassi.

Mi volevo invece soffermare su un'affermazione nata in ambito familiare che mi ha sollecitato diversi spunti di riflessioni. Mio figlio, e con lui i suoi amici, si sono maturati a luglio. Una sera in cui erano a cena da me, confrontandosi sul futuro, hanno formulato una domanda: " E adesso che faccio, che facciamo? Dove ci iscriviamo?" (Notare bene il dove, come moto a luogo che riflette il dove sto andando).

In quel momento ho associato la loro domanda ai film americani d'azione: l'obiettivo puntato sul fare, sull'azione, sull'esterno, sul non-io. Forse la domanda "adesso che faccio" andrebbe sostituita con la domanda "Adesso come applico ciò per cui sono capace, preparato; quali sono cioè le mie caratteristiche e abilità mentali e /o teorico - prassiche che ho sviluppato nel mio percorso scolastico, per cosa sono adatto io?".

Spostare l'attenzione dal fuori al dentro focalizzandosi sul sé, sull'interno.

Ancora una volta mi trovo a dover sottolineare come il percorso scolastico debba essere un percorso dove si mette l'accento sull'ascolto e sviluppo di potenzialità dell'individuo, dove la diversità va intesa come diversità di tutti e ricchezza personale e sociale. Per fare questo occorrono insegnanti preparati (e ce li abbiamo) che operino però all'interno di un contesto che non passi solo informazioni ma si metta in una posizione di ascolto.

I giovani di oggi sono chiamati ad affrontare un mondo complesso e non sono preparati a fronteggiarlo, né sul piano della realtà esterna né sul piano della realtà interna, ben più profonda e complessa. Spesso non riescono a essere protagonisti di se stessi ma subiscono condizioni ed eventi che capitano loro senza capacità a volte di discernimento non cognitivo ma emotivo.

Molti bambini e poi adolescenti hanno una realtà interna confusa, a cui non riescono ad accedere, a riconoscere e a dare nome per poi poter gestire i sentimenti. Non riconoscere i propri sentimenti, le proprie emozioni significa essere impreparati a far fronte ai "fatti della vita" non avendo le abilità per esprimerle.

Una scuola degna di questo nome deve dare, oltre le competenze tipiche del suo mandato istituzionale, anche l'opportunità di sviluppare la capacità di percepire se stessi come abili, capaci di determinate abilità e/o caratteristiche. Gli insegnanti devono supportare e sviluppare non solo gli aspetti cognitivi ma anche quelli emotivi che in questa particolare generazione di giovani sembrano carenti. Basta per esempio leggere la cronaca di un giorno qualsiasi e rendersi conto di quanti reati (talvolta anche gravi) commettono i giovani perché non hanno sviluppato gli strumenti emotivi per affrontare in termini di elaborazione mentale ciò che gli accade e passano quindi, all'atto, all'azione , all'agito.

L'aspetto emotivo della conoscenza di sé, la capacità di ascoltarsi "dentro"e saper riconoscere per poi poterle gestire le emozioni. Se le emozioni non vengono riconosciute ed elaborate il giovano è portato ad agire.

Questa educazione ai sentimenti si svolge prima in ambito familiare e poi in quello scolastico.

Quest'ultimo, considerata anche la grave crisi confusiva dell'istituzione famiglia, si ritrova a essere per molti bambini, come più volte abbiamo detto su questa rivista, l'unico spazio "sano e alternativo", dove poter fare esperienza.

La scuola non può più essere solo istruzione ma promozione alla vita insegnando a guardare dentro di sé, ad essere cosciente dei propri processi emozionali. Per gli insegnanti proporre percorsi che portino il bambino a conoscere i propri sentimenti e le proprie emozioni significa anche vedere aprirsi modi di pensiero più creativi, in quanto liberi da vincoli difensivi.
Sono certa che nella "nostra scuola possibile" e anche in altre questo avviene già.

Ma mi chiedo e chiedo al nostro caro Ministro, chiamato già altre volte da me in causa, come fa un maestro unico, pur formidabile che sia, ad ascoltare e a dare spazio alla diversità creativa di ogni bambino quando oggi nelle classi arrivano ad esserci anche 30 bambini? Non siamo negli anni 50-60 quando le classi erano stracolme non solo di bambini, ma di speranza e futuro, siamo in un contesto il cui futuro spaventa, i giovani non vedono strade davanti a sé, si ritraggono, si chiudono, rinunciano ad investire le proprie energie, si arrendono. Non tutti fortunatamente ma la maggior parte.

Nelle classi oggi spesso ci sono 30 bambini, ognuno dei quali arriva con una propria storia di diversità e complessità e spesso anche di solitudine: chi è in grado di ascoltarli e dargli spazio? Quale maestro eccezionale può offrire loro in questo contesto la capacità di ascolto, di espressione di sé e di comprensione?

Restringendosi sempre di più la possibilità di espressione del sé, i ragazzi riescono solo a pensare in termini di azione ma non di relazione e se non si pensa anche in termini di relazione non ci si riesce a collocare nel mondo e la mancata collocazione del sé non fa che aumentare tutti i disturbi della sfera emozionale che io vedo in ambulatorio, e tutti noi vediamo... guardandoci intorno.

Ecco, vorrei che il Ministro riflettesse anche su questo.

Antonella Di Berto Mancini, Psicologa Asl RMA - Roma
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