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n.33 maggio 2013
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Fare l'insegnante
Luci ed ombre di una professione MOLTO speciale
di Poli Roberta - Orizzonte scuola
In questi giorni sono alla ribalta delle cronache aspetti contrastanti del mondo della scuola: da una parte assistiamo ad episodi di violenze perpetrate su minori in una scuola d'infanzia della periferia romana, dall'altra si parla della scuola come "L'unica soluzione, l'ultimo baluardo sia per aiutare le famiglie sia per limitare i disagi degli studenti". F. B. di Castelbianco (direttore dell'IdO), Alla base di questa doppia valenza troviamo un elemento costante: l'insegnante quale unico vero artefice di questa modalità radicalmente diversa di "intendere la scuola".
La stampa si interroga sui confini tra liceità degli strumenti educativi adottati e veri e propri disturbi psicopatologici che sembrano caratterizzare le persone coinvolte nelle molteplici tristi vicende dei soprusi agiti sui bambini. Nella scuola incriminata i genitori, increduli, cadono nel tranello della negazione perché non credono possibile l'aver potuto affidare i loro figli nelle mani di simili aguzzini, senza avere coscienza di cosa si nascondesse dietro la pseudo normalità ostentata da queste maestre all'apparenza "estremamente gentili". Credo che, a questo punto, ci si debba soprattutto interrogare su cosa fa realmente la differenza in queste diverse vicende.
Tra tagli alle risorse umane e finanziarie la scuola negli ultimi anni è stata sempre più costretta al ruolo di "zattera" sulla quale diventa difficile andare oltre la pura sopravvivenza.
Ormai il ruolo docente è diventato un contenitore che si espande a dismisura con richieste sempre nuove su tutti i fronti senza dare garanzie in termini di continuità e riconoscimento concreto dell'impegno profuso. I diversi interventi legislativi, che indubbiamente hanno avuto il pregio di "svincolare" particolari condizioni precedentemente relegate alla sfera della disabilità o del disadattamento (mi riferisco specificatamente alla legge 170/2010 sui DSA e alla recente normativa sui BES), di fatto hanno dilatato gli ambiti di competenza della funzione docente senza però prevedere adeguati interventi di formazione in tal senso.
Il docente deve saper gestire l'uso degli strumenti compensativi e/o dispensativi trovando il giusto equilibrio tra ciò che alcuni possono etichettare come "ingiusto privilegio" (pensiamo ad esempio all'uso in classe della semplice calcolatrice) e il rispetto di un "bisogno speciale" che necessita di un supporto in più per partire alla pari con tutti gli altri.

La diversità data dalla multietnicità non si risolve nell'organizzare corsi di lingua, ma deve entrare a pieno titolo nei criteri di valutazione del livello di raggiungimento degli obiettivi minimi in un'ottica di prevenzione del disagio e di promozione dell'integrazione culturale oltre che sociale.
La problematicità di alcuni ragazzi, in qualsiasi forma sia esternalizzata (aggressività, autolesionismo, dipendenza con o senza sostanza come la Internet Addiction o il Gioco d'Azzardo Patologico), va considerata come elemento di complessità da includere nel sistema di valutazione che necessariamente deve utilizzare strumenti diversi come la metodologia del compito reale2. In questo ambito credo possa essere di valido supporto e aiuto l'esperienza sul campo legata al progetto "Chance" che ha visto in prima linea il sottosegretario all'Istruzione, M. R. Doria.

La potenzialità offerta dalle nuove risorse didattiche multimediali, probabilmente condivise anche dal Ministro M. C. Carrozza, di fatto impongono una formazione che ancora una volta vede coinvolti in prima linea i docenti con gli indispensabili corsi: sulla LIM, sull'uso del registro elettronico, sull'informatizzazione degli scrutini, ecc.
Ancora una volta si impone la "formazione dei formatori" ma CHI fa COSA? Ampliare le proprie competenze per restare al passo con i tempi e con le nuove pressanti richieste di inedite performance, richiede tempo, impegno e investimenti economici.
Ma quanto ripaga l'impegno profuso per questa formazione continua dei docenti che pur non essendo ancora formalizzata in un percorso come gli ECM del Sistema Sanitario, di fatto è sicuramente paragonabile ad esso?
Poco se non nulla perché la logica che muove il mondo della scuola si basa ancora su punteggi, anzianità di servizio, continuità nella stessa scuola, tutti elementi questi che, paradossalmente, penalizzano proprio chi, essendo più giovane e forse più motivato al rinnovamento, di fatto si vede valutare una laurea in più oltre al titolo di accesso all'insegnamento solo cinque punti mentre un anno di servizio dopo il ruolo ne vale ben sei!
Allora la scuola si fossilizza nel pantano dell'età (maggior anzianità >maggior punteggio >maggiori garanzie in tutti i sensi) anche se questo requisito, paradossalmente, è il meno adatto ad affrontare in modo costruttivo le sfide quotidiane che le nuove generazioni ci impongono, a tutti i livelli e gradi di istruzione.
Competenze, autorevolezza, capacità gestionali, comunicazione efficace, tutti strumenti che consentono al docente di svolgere al meglio la sua funzione educativa evitando il rischio reale del burnout e dei temuti disturbi psichiatrici che sembrano avere una notevole incidenza in questa categoria (V. Lodolo D'Oria).

L'aspetto più interessante, in termini di contraddizione implicita della funzione docente, è data dagli insegnanti DOP che, contrariamente all'ingannevole denominazione (che non sta per Denominazione di Origine Protetta ma per Dotazione Organica Provinciale), sono una categoria tutt'altro che protetta e che non esiterei a definire "precari di ruolo"3!
Sopravvissuti all'avvicendarsi delle riforme, di fatto, hanno visto gradualmente estinguersi i loro originari ambiti di competenza (spesso vere e proprie nicchie di professionalità di elevato livello) e ogni anno rischiano sempre più la dispersione di identità (quella del docente inteso nel senso pieno delle sue funzioni) che credo possa essere paragonata ad una sottile e inesorabile forma di mobbing.
Sono privati della continuità nelle classi, della sede di appartenenza, sballottati dove ancora è previsto l'insegnamento per la loro classe di concorso, non importa se in tre o quattro sedi diverse o addirittura in Provincia.
Per loro non vale nemmeno l'anzianità di servizio perché, anche se sono a un passo dalla pensione, se si apre un nuovo corso di studi ad Anzio o a Pomezia, vengono spostati automaticamente, senza diritto di replica e non ne vengono a conoscenza se non a fine agosto, quando ormai è troppo tardi per organizzarsi in tempo utile per l'inizio del nuovo anno scolastico.
Non importa se queste persone, nel frattempo, hanno maturato competenze molto specifiche, perché va ricordato che in passato i docenti DOP hanno avuto un percorso privilegiato per ottenere utilizzazioni in settori organizzativi/gestionali vitali per la gestione della scuola: la prevenzione della Dispersione Scolastica, l'Orientamento, l'Educazione degli Adulti, la Biblioteca, la Sicurezza, ecc.
Sembra che tutto quello che in passato è stato investito per potenziare ed affinare le competenze di questi docenti sia di fatto andato perduto per inseguire una logica da "tappabuchi" in cui si è più pedine che persone e sicuramente non si viene più considerati professionisti!
Se solo, chi ha il potere di farlo, andasse a spulciare l'anagrafe dei titoli che puntualmente viene richiesto ai docenti di compilare, forse questa contraddizione emergerebbe e qualcuno potrebbe anche accorgersi che chi può fare la differenza nella scuola forse ci sta già dentro, con gran parte delle competenze richieste!
Si chiama pensiero laterale la capacità, estremamente creativa, di cominciare a ragionare in modo diverso con quella flessibilità necessaria a scoprire ciò che è sotto i nostri occhi ma che non riusciamo a vedere.
I docenti hanno, in diversi casi, le competenze necessarie per fare la differenza in una scuola che deve necessariamente muoversi verso il futuro.
Occorre adottare una politica diversa che consenta di valorizzare le eccellenze esistenti riconoscendo i giusti meriti prima che la cosiddetta "fuga dei cervelli" si concretizzi, nella scuola, nell'appiattimento sugli standard minimi fino al temibile burnout che potrebbe sfociare proprio in quei riprovevoli episodi di violenza su minori.
Se dovesse accadere che dei validi insegnanti siano costretti a cedere il passo, non perdiamo solo dei veri professionisti ma soprattutto "quell'ultimo baluardo" che ancora, nella scuola, può fare la differenza per educare realmente le nuove generazioni!

Dr.ssa Roberta Poli, psicologo scolastico, docente, presidente dell'Associazione "Crescere Insieme" (www.crescere-insieme.com)
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