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n.17 novembre 2011
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Articolo 'Fare la "guerra" alle parole'  >>>
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Fare la "guerra" alle parole
Precauzioni per l'uso e loro consumo cosciente
di Nucera Roberto - Long Life Learning

È un modo di dire, uno dei tanti, che vuole dare significato a quel groviglio di emozioni e stati d'animo che trapelano dall'uso delle parole, degli altri, le nostre, che non sempre riescono a nascondersi perché il nostro corpo, autonomamente, reagisce e si rivela.

Fare la guerra alle parole significa fermarsi in superficie, come guardare la punta di un iceberg, senza tentare di capire quanto si sta ascoltando, senza considerare il perché, o il motivo, qualcuno dice quello che sta pensando, senza lo sforzo di chiedere cosa non si sta comprendendo.
Dentro di noi risuona quella parola, quel termine che ci fa aggrovigliare lo stomaco ed essendo concentrati ormai sulla cosa detta, è come se ci isolassimo in un mondo parallelo, incantati, avendo già dato il nostro "giudizio" prematuro, quasi dimenticando la persona che sta parlando con noi. Dura pochissimo, ma sembra non finire mai, sembra essere trasportati in uno spaccato del nostro passato che fa ancora resistenza col nostro presente.

Risuonano dentro di noi delle domande, come un tam tam continuo: "Perché mi sta dicendo questo"? "Cosa significa"? "Che vorrà dirmi"? ...e facendo le ipotesi più disparate, come per dare tregua, saziare o ingannare quel suono insistente, si apre un ventaglio di risposte, le proprie, le sole, che lo rendono più profondo, facendo aumentare la distanza fra gli interlocutori e far prendere loro vie diverse. Forse è il caso di dare voce a quel suono, di condividere il disagio, continuare su quella strada, pur avendo le vie impervie; forse dare un nome o un volto a quell'agitazione interna ci aiuta a riconoscerla e a tentare di cercare delle soluzioni, insieme all'altro; forse stiamo proprio parlando di paura, nel suo significato più ampio.

"La paura è la cosa di cui bisogna aver più paura" recitava un filosofo francese - Michel de Montaigne. Parafrasando questa frase ciò che viene fuori è il meccanismo di difesa che il nostro organismo mette in atto quando ci sentiamo attaccati, ma la cosa che sfugge e va considerata è che essa deve essere contestualizzata. Sappiamo bene quanto la paura ci metta in situazioni di emergenza o di salvarci a volte, ma quando esiste un reale ed ovvio pericolo, altrimenti diviene solo una minaccia impedendo-ci di vivere, di sperimentar-ci, di crescere, di essere (e far essere) quelli per il quale siamo riconosciuti e ci distinguiamo da ognuno... noi stessi.

Quando facciamo la guerra alle parole impediamo a noi stessi di andare "oltre", arrestiamo la comunicazione dell'altro e con l'altro; nel momento in cui diamo più importanza al sentire - cioè cosa sentiamo dentro - rimaniamo ad un livello più basso, ancora acerbo, piuttosto che orientarci all'essere come condizione adulta e libera. Quest'ultima, però, non possiamo realizzarla se non siamo disponibili all'ascolto, se non mettiamo a frutto questa capacità di cui tutti siamo potenzialmente dotati, se non ci liberiamo da quelle croste che risiedono dentro di noi.

Io ho bisogno dell'altro! L'altro ha bisogno di me! Se la comunicazione è il ponte che ci mette in relazione verso qualcuno e viceversa, che ci fa arrivare da qualche parte, non possiamo avere la pretesa di fare da soli, né esigere che lo sforzo sia unilaterale. È il tacito accordo. Non esiste la ricetta perfetta, ma tanti modi per rendere saporito ogni piatto. L'importante è che ci sia sempre da mangiare. Se cerchiamo poi di trovare, come in televisione, la stellina dove posizionarci, il gobbo che ci suggerisca, il limite dove possiamo o dobbiamo arrivare, verrebbe meno quel concetto di libertà, come capacità di rivelare se stessi e di esprimersi. Quanto al limite, può continuamente modificarsi o insinuarsi perfettamente in una conversazione, ma il senso (a volte il peso) di tutto questo è quello che ognuno di noi dà ad esso.

Per questo è necessario dialogare con l'altro, portare fuori quelle domande che bucano la pancia, mettersi in attenzione di ascolto, confidare nella capacità altrui di comprendere, di spiegarsi: fidarsi dell'altro e nelle nostre capacità! Non bisogna neanche avere la pretesa che quanto diciamo possa arrivare come era in origine, pur se le intenzioni erano quelle. Il percorso non sempre è lineare e limpido e non è colpa di nessuno: questa è la normalità. Da parte nostra deve sussistere l'intenzione (o buona pratica), a volte l'impegno e il tentativo di trovare un'adeguata modalità, ognuno con i propri strumenti, per portare al nostro destinatario il messaggio così come desideriamo che arrivi. Questo non presuppone, però, che ci giungano sempre le risposte come le vorremmo, laddove esse sono necessarie e previste.

Va dichiarata, infine, guerra alle parole quando volutamente mirano a fare del male, portano disarmonia, illudono di qualcosa che non c'è, né ci sarà dopo, celano la verità; quando non portano da nessuna parte, fingono sapendo di farlo, peccano di disonestà, quando tristemente rimangono, per citare una famosa canzone, parole... e soltanto parole.

Roberto Nucera, docente di sostegno scuola secondaria I grado, IC Carlo Levi - Roma
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